Fidarsi di Dio, totalmente – Esequie Maria Naccarati

“In qualche chiesetta sperduta ci sarà sempre un sacerdote che celebra santamente la messa, in un piccolo appartamento una vecchietta solitaria sgranerà sempre con fede incrollabile il suo rosario, in un angolo nascosto del Cottolengo una suora accudirà sempre un bambino considerato da tutti una vita senza valore. Anche quando tutto sembra perduto, la chiesa, città di Dio, continua a irradiare su quella degli uomini la sua luce”.

Ho voluto iniziare l’omelia con queste parole capitatemi sottomano qualche giorno fa mentre leggevo la lettera accorata di una donna americana al papa. A noi sembra che tutto si giochi nelle stanze dei bottoni, là dove chi detiene il potere determina l’andamento delle sorti del mondo ma ci sfugge, forse, che c’è un’economia sommersa della grazia attraverso la quale Dio continua a tenerci in vita. Credo che Maria appartenga a buon diritto a quella schiera innumerevole di uomini e donne che con il loro sacrificio quotidiano e la loro preghiera assidua alimentano per tutti noi la possibilità di sperare ancora.

Un vero e proprio Calvario il suo dal punto di vista fisico: tuttavia, pur provata nel suo corpo, ha continuato ad affidarsi al Signore e alla Madre sua che ha invocato fino alla fine. Finché ha potuto ha vissuto autonomamente nella sua casa dove, seppur non vedente, ha continuato a barcamenarsi aiutandosi con l’olfatto e il tatto e distinguendo una voce dall’altra. Poi, quando le cose si sono aggravate, ha scelto di vivere circondata dall’affetto e dalle cure dei suoi. Il suo rammarico era quella di essere d’aggravio ai ritmi ordinari dei suoi e, tuttavia, ne apprezzava il loro farsi carico di lei che sentiva di essere un peso. Fino alla fine non ha mai conosciuto quel naufragio della mente che temiamo per le persone cui siamo legati: lucida e padrona di sé fino in fondo quando, nel sonno, si è congedata dai suoi. Fragile nelle ossa ma indistruttibile nella moralità della vita.

Non potendo fare granché per chi sapeva che stava male, appena ne era a conoscenza, non tardava ad offrire il suo rosario a cui si è aggrappata fino alla fine con questa certezza: “La Madonna verrà ad abbracciarmi”.

Una donna intelligente, buona, dotata di un’ottima memoria, di quelle persone che avessero avuto soltanto altre possibilità, avrebbero potuto ricoprire ruoli di livello nella vita sociale.

Proprio donne come Maria richiamano per noi la necessità di apprendere la sapienza vera quella che si raggiunge col passare del tempo e che si acquisisce non senza una particolare cura. Si diventa sapienti quando si ha attenzione per la propria interiorità, quando si impara ad amare con disinteresse, quando si diventa capaci di giudicare le cose con obiettività, quando si è in grado di riconoscere il bene e apprezzarlo, quando si riesce ad assumere con serenità persino gli aspetti più drammatici e contraddittori del proprio quotidiano..

“Io mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. E invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro colle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità che fa sempre un po’ paura. Ma qui sta l’essenziale: mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle “uscite di sicurezza”. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero che richiede un affidamento totale: desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani”. Così scriveva il Card. Martini nella sua “Meditazione sulla morte”.

Proprio queste parole sintetizzano in modo sublime quei sentimenti che ci assalgono tutte le volte che siamo costretti a confrontarci con il pensiero della nostra morte e con la dolorosa esperienza della morte di una persona cara.

A noi sembra di avere buoni motivi per “lamentarci” col Signore “perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire”.

Maria e tanti con lei, sono stati capaci di vivere il tempo dell’anzianità e quello della malattia come occasione per “rappacificarsi con il pensiero di dover morire”, fidandosi “totalmente di Dio”.

A lei che non parla più, in questo momento presto volentieri la mia voce. Ella ci dice: “ho desiderato essere con Gesù e questo mio desiderio l’ho espresso ad occhi chiusi, alla cieca, mettendomi in tutto nelle sue mani”.

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