L’armonia ritrovata – Mercoledì delle Ceneri

Ceneri - FioreÈ vero: forse ci sfugge il senso autentico di questo tempo che la misericordia di Dio dischiude per noi. Forse siamo ancora convinti che esso consista esclusivamente nell’osservanza di una serie di pratiche, vissute le quali, poter giungere purificati a celebrare la Pasqua. Forse, però, ci sfugge che lo scopo di questi quaranta giorni non consiste anzitutto nell’imporci qualcosa da evitare ma nell’intenerire il cuore così da aprirsi all’azione dello Spirito Santo in noi.

Questo è il tempo a noi offerto per essere guariti da una terribile malattia che poco o tanto contagia ciascuno di noi: la doppiezza del cuore. Che cos’è un cuore doppio? È un cuore che pur non allontanandosi manifestamente da Dio, in realtà lo serve con atteggiamenti ambigui. L’uomo dal cuore doppio è colui che vive continuamente in un esterno da sé: corretto esteriormente, ma il suo cuore cova violenza; praticante davanti agli uomini, ma il cuore è lontano da ciò che Dio chiede; generoso davanti agli uomini, ma solo per essere ammirato. Cosa c’è dietro un cuore doppio? Un “ego” che non riesce a non essere il centro di ogni cosa e perciò finisce per sacrificare ogni cosa nell’adorazione di sé. Un “ego” preoccupato del culto dell’immagine, un “ego” che indossa abitualmente una maschera. La vita diventa una finzione perché è concepita come un dare spettacolo.

La Quaresima, però, ci ricorda che questo non è più tempo di maschere ma è, invece, il tempo dei volti. Le ceneri che tra poco riceveremo sul capo sono lì a chiederci un esercizio di verità: senza Dio noi non siamo che polvere e cenere. Essere o apparire? Questa è la sfida quotidiana per ciascuno di noi.

Attraverso questo segno austero vorrei che ci chiedessimo tutti: a chi sto cercando di piacere? Chi vorrei compiacere? Da chi attendo di essere riconosciuto e ricompensato? Piacere agli uomini o piacere al Signore?

In questo tempo di grazia, la Chiesa raccomanda a tutti noi di praticare il digiuno, l’elemosina e la preghiera. Perché mai? Di cosa si tratta? Sono tre atteggiamenti che ci permettono di riconciliarci con i nostri tre ambiti di riferimento: il creato, gli altri, Dio. Dobbiamo riconoscere umilmente che non sempre il rapporto con queste tre realtà è un rapporto armonioso e riconciliato. Anzi, talvolta assume addirittura un carattere conflittuale.

Che cos’è il digiuno? È la capacità di assumere il giusto atteggiamento verso le realtà create. È attraverso il mio corpo che io mi relaziono con il mondo e il mio corpo, per poter sopravvivere, ha bisogno di essere alimentato. Tuttavia, io non posso sussistere e svilupparmi in modo armonioso se non mi nutro con moderazione. Il digiuno, pertanto, rappresenta l’invito a prendere sul serio il proprio corpo. Da una parte è un invito a non trascurarlo, dall’altra a non permettere che io mi riduca esclusivamente a cibo materiale.

Un sano rapporto con il proprio corpo: può accadere, infatti, che in nome dell’estetica ci si dia a digiuni eccessivi (non più il digiuno ascetico ma il digiuno estetico); può anche accadere di non riuscire più a intercettare quei segnali che il nostro corpo lancia quando vive un tempo di affaticamento; può accadere di non sottoporsi alle dovute cure; può accadere di abbandonarsi ad eccessi (fumo, alcool..). D’altra parte, può anche accadere di dare al proprio corpo eccessiva importanza per cui ogni minimo sintomo diventa un’ossessione oppure soddisfacendo subito ogni bisogno corporeo senza avere la capacità di attendere.

La Quaresima torna ogni anno perché ci riappropriamo del giusto linguaggio e del rapporto più appropriato con il nostro corpo.

Poi l’elemosina, ovvero la capacità di usare la giusta comprensione e la disponibilità ad essere generosi. Essa mi chiama a non recidere il rapporto con un altro ambito che costituisce la mia personalità: la relazione sociale, il rapporto con l’altro. Cosa accade quando pratico l’elemosina? Accade che mi lascio interpellare e toccare dalla fragilità dell’altro: attraverso l’elemosina, infatti, i muri della mia fortezza interiore cominciano a sgretolarsi.

Infine la preghiera. Senza il rapporto con Dio, tanto quello con il creato quanto quello con l’altro è un rapporto non vissuto nella giusta prospettiva. La preghiera, infatti, mi aiuta a vivere la consapevolezza che io appartengo a Dio: “Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi” (Sal 99,3).

Tutto questo va vissuto nel segreto, davanti al Padre. La vittoria su noi stessi ha bisogno di un unico testimone: il Padre. Se quando eravamo bambini il successo in qualche ambito e l’ammirazione dei genitori o di altre figure hanno contribuito a costruire la giusta stima di noi stessi, il perpetuare un simile atteggiamento da adulti, fa scadere nella vanagloria, che è il pedaggio pagato allo sguardo altrui. Della serie: sono perché sono visto.

Se riusciamo a vivere nel segreto di noi stessi, davanti al Padre, il Padre ci ricompenserà, assicura Gesù. Cosa significa? Non vuol dire che saremo premiati ma che sperimenteremo la grazia di essere restituiti all’armonia che avevamo smarrito. Infatti, mentre lottiamo per ritrovare il giusto rapporto con il nostro corpo, scopriremo e gusteremo la gioia di essere tempio dello Spirito Santo; mentre lottiamo per vivere relazioni buone, scopriremo la gioia della condivisione; mentre lottiamo per vivere assiduamente davanti al Padre, scopriremo la gioia di essere figli.

 

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