L’umile via dell’umanità – Esequie Maria Carolina La Scaleia

Le avevo da poco amministrato l’Unzione degli infermi quando Carolina ha chiuso la sua lunga avventura umana. Si è spenta come una candela circondata dall’affetto e dalle attenzioni premurose di figli, genero, nuora, nipoti e pronipoti. Quando era a Tramutola e avevo modo di portarle la comunione e di confessarla, il suo più grande rammarico era quello di pesare sulla vita dei suoi: era la cosa che non avrebbe mai voluto. E dopo avermi chiesto come stessi io (“Arciprete, come state?”), si affidava alla misericordia di Dio perché la liberasse presto da quello stato di sofferenza di cui lei stessa non riusciva a capacitarsi.

Una subdola tentazione ci fa rifiutare in maniera sistematica la debolezza come lo spazio all’interno del quale Dio possa consegnarsi agli uomini. La difficoltà a stare a contatto con la personale esperienza del limite, si declina sovente con il rifugiarsi in un Dio dotato di forza soprannaturale, al quale chiediamo di rivestire i tratti di una potenza che egli non ha mai voluto manifestare, neppure a fin di bene.

A Filippo che gli chiederà di poter vedere il Padre, Dio, Gesù risponderà: “chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Le parole, i gesti, le azioni di Gesù sono il visibile di Dio. Dio si manifesta al di fuori del divino così come da sempre l’uomo lo immagina, lo teme o lo desidera. Egli abita il quotidiano, anche se nessuno lo riconosce. La vita, quella vera, secondo Gesù si dà in uno splendore che non abbaglia. D’ora in avanti, la discrezione sarà uno dei tratti dello stile di Dio. Apprendere il linguaggio della discrezione significa avere attenzione per i tempi, per i percorsi di ognuno. Significa scrutare le domande inespresse, vuol dire mettere in conto il rifiuto; significa, inoltre, che non poche volte bisogna avere il coraggio di ricominciare, di tentare nuovamente.

Dio non è nel clamore, non è nell’urlo, non è in quello spasmodico bisogno di veder riconosciuti i nostri diritti, non è nel contrapporsi. Altro è lo stile di Dio: certo, fatichiamo a riconoscere che Dio è piuttosto nel sottovoce, nella modestia. Guai a declinare la fede secondo i caratteri della presunzione e dell’arroganza, inseguiremmo una logica antievangelica. Isacco il Siro amava ripetere che è l’umiltà la veste che Dio indossa quando vuole assumere la forma umana. Occorre stare alla scuola di Dio per liberarci da quel delirio di onnipotenza proprio di un cristianesimo ossessionato dalla sua riuscita e dal suo bisogno di riconoscimento.

Riascoltando le parole di Gesù, mi ritrovo a guardare stupito l’agire sommesso di Dio nelle pieghe di tante storie che a tutta prima non avrebbero nulla a che spartire con lui e riconoscere, in gesto di adorazione, l’azione invisibile – ma non per questo non vera – dello Spirito di Dio.

Dio, il suo regno, dice Gesù, non avrà bisogno di farsi riconoscere: gli basterà confondersi con la terra come un seme gettato nelle zolle; gli basterà far fermentare la pasta dell’umanità proprio come il lievito con la farina, facendo sprigionare qualcosa che ha tutti i tratti di autentica bellezza. Chi cerca segni evidenti di una forza dispiegata sempre e comunque a proprio piacimento, resterà deluso, patirà lo scandalo, irriderà ciò che porta i tratti di un timido germoglio.

Gesù ha scelto di stare nella vita e nei rapporti da umile. Sceglie volontariamente di compiere la funzione dello schiavo (cfr. Gv 13,4) e ne accetta la fine loro riservata.

Viene al mondo in una famiglia, certo della stirpe di Davide, ma che vive modestamente del proprio lavoro. Nasce in un luogo sperduto.

Per circa trent’anni è partecipe della vita del suo villaggio della vilipesa Galilea, lontano da centri di potere; sconosciuto tra sconosciuti. Attraversa la lenta maturazione propria di ogni condizione umana. Ha bisogno di apprendere dai suoi genitori come dal suo popolo, dalla cultura religiosa e sociale del suo tempo.

Quando inizia la sua attività pubblica, percorre prima la periferia e solo al termine della sua avventura salirà alla città santa.

In fila con i peccatori sottomettendosi al battesimo di Giovanni, solidale con la vicenda di ogni uomo. Dopo il battesimo è sospinto dallo Spirito nel deserto dove è tentato da chi vorrebbe proporgli un diverso modo di stare nella vita. Le tentazioni sono una narrazione simbolica che rilegge tutta la sua vicenda terrena, vissuta come quella di ogni uomo che è provato dalla convivenza con la possibilità di fare diversamente.

Egli incarna un tipo di Messia i cui tratti sono espressi nel servizio, non nella potenza o nel trionfo. Il mondo che egli ha assunto è oggetto di esperienza anche nei suoi aspetti di oscurità come ogni altro uomo. Dovrà fare riferimento anch’egli alle sue facoltà intellettuali e psichiche per conoscerlo, interpretarlo, dargli un senso e rileggerlo alla luce della Parola di Dio.

Più volte Satana approfitterà dei suoi momenti di fatica per insinuargli l’inefficacia e l’improduttività di una simile via intrapresa: non serve agli uomini perché non è sulla linea delle loro esigenze. E più volte proverà a suscitare sfiducia, dissenso e inimicizia nei confronti del Padre. E le motivazioni su cui farà leva saranno sempre motivazioni plausibili perché nate da domande reali, dettate dall’esperienza che restituisce, a volte, anche il fallimento dell’annuncio e addirittura quello della morte che neppure la relazione con il Padre sembra poter risolvere.

Quanto ai suoi compaesani che pure sono stupiti per l’autorità delle parole e per i gesti compiuti, poiché lo conoscono bene, non riescono a intravedere in lui un tratto particolare che ne indichi una singolare elezione dall’alto.

Incompreso dalle folle e persino da coloro che egli stesso ha chiamato e formato, il suo annuncio crea scandalo perché non conforme alle aspettative dell’uditorio.

La sua umanità presenta i tipici elementi di fragilità e debolezza propri di ogni uomo: stanco e assetato nell’incontro con Donna-Umanità, commosso e piangente davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, persino sdegnato al tempio e, infine, turbato quando vede incombere la sua ora.

Rileggere la vicenda di Gesù dal punto prospettico della sua umanità segnata persino dall’insuccesso, ci aiuta a riconoscere che il presente, il mio presente è gravido di Dio anche quando non ne porta i segni evidenti.

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