Lo strappo della fede – III domenica del T.O.

chiamata discepoliQuante persone avranno visto passare accanto alle loro vite, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni! Cos’aveva di diverso quell’uomo che, passando, chiede loro di stargli dietro lasciando quella che era la loro occupazione ordinaria? Avrebbero potuto ridergli in faccia o magari commiserarlo prendendolo per pazzo. E poi, cosa voleva dire diventare pescatori di uomini? Da che mondo è mondo si pescano pesci non uomini.

E, invece, le cose andarono diversamente grazie alla loro fede. Non è forse la fede a rendere logico ciò che sembra assurdo, realizzabile ciò che appare impossibile, saggio ciò che si presenta come follia? Se si fossero attardati a cercare di capire il perché di quel comando a seguirlo, non ne sarebbero venuti a capo. Per un attimo accettano di mettere da parte pensieri e competenze e si fidano di una richiesta che ha tutto il carattere dell’inatteso nonché dell’assurdo. Quale fecondità, però, da quell’avergli creduto, la fecondità propria di chi si lascia innamorare da qualcuno per cui vale davvero la pena giocare tutto!

Doveva essere proprio una lieta notizia intravedere i passi di Dio là dove nulla sembrava avere carattere sacro. La Galilea era un luogo di miscredenti: vi abitava gente bisognosa di un riscatto, desiderosa di uscire da una condizione umiliante. La Galilea, ossia il luogo della complessità e dell’umanamente inadatto.

Dio parte dall’umanamente inadatto che c’è anche in me e lì annuncia che i cambiamenti non avvengono a suon di bacchetta magica ma per una decisione personale, per una passione del cuore e mediante un cambiamento di prospettiva: “Convertitevi e credete al Vangelo”. Quando questo accade, ciò che opprime viene infranto e persino un luogo di disperazione inizia a fiorire come un’oasi nel deserto. Era stato annunciato dall’antico profeta che le tenebre si sarebbero trasformate in luce. Accade proprio così quando accetto di uscire da me stesso; il sole comincia a spuntare nello stesso istante in cui accetto di mettermi in cammino. Gridiamo sempre il bisogno di una conversione sociale attribuendo il tutto a chissà quale sistema. Fatichiamo a comprendere, invece, che essa ha sempre carattere personale con risvolti sociali. La Galilea cambia se cambia il mio cuore. Questo è possibile non per chissà quale mio atto di caparbietà ma perché Dio ha scelto di iniziare da me e dalla mia condizione, quale che sia. È lungo il mare della mia vita che Dio mi viene a cercare donandomi fiducia e restituendomi dignità.

Ci sono momenti nella vita di ognuno di noi che vorrebbero consegnarci qualcosa di quello sguardo in cui Simone e Andrea si sentirono riconosciuti e accolti tanto da mollare tutto. A volte è questione di un istante, magari: una parola risuonata in modo diverso, un’intuizione improvvisa che si accende nel cuore, un momento di fragilità o il sentirsi sostenuti da una forza mai sperimentata prima. I modi attraverso cui Dio ci si visita sono infiniti e personali. Si tratta di momenti in cui percepiamo come mai accaduto prima, forse, che accogliere Dio non equivale a mortificare quanto di più vero avvertiamo nel profondo di noi stessi. Anzi, tutt’altro: proprio l’accoglierlo equivale a poterlo esprimere in pienezza.

Forse guardiamo questa scena con un po’ di sospetto, presi come siamo più da attaccamenti impauriti a persone e cose, che da slanci audaci.

Viviamo nella convinzione che sia l’accumulo, non il lasciare, la strada per trovare un senso ai nostri giorni. E così diventiamo idolatri del lavoro: non gli immoliamo, forse, anche gli affetti più cari? Eppure…

Desideriamo libertà e siamo preda della vischiosità di legami da cui invano tentiamo di divincolarci. Ci attacchiamo a tutto e perciò non c’è più spazio neppure per uno sguardo o per una parola che potrebbe marcare la differenza. La consistenza della nostra vita è data in affido a cose ed esperienze inanellate l’una dopo l’altra senza più sapere neppure perché teniamo da parte le cose e intraprendiamo le esperienze.

A volte intravediamo anche la bellezza dello sguardo del Signore ma preferiremmo gustarla senza lasciare le reti e il padre. Reti e padre, in fondo, rappresentano tutto ciò che ci fa sentire le spalle coperte di fronte alle sorprese della vita. Eppure, è proprio l’affrancarsi da esse – esercizio affatto indolore – che è possibile accorgersi di quanto di nuovo Dio suscita per noi.

Sappiamo, peraltro, dal seguito del vangelo che se non fu facile lasciare reti e padre, i discepoli faticheranno ancor più a lasciare la loro immagine di Dio e il loro modo di rapportarsi ad essa. Dovranno imparare a loro spese che il segreto di ogni vita non risiede nella custodia gelosa e nella difesa ad oltranza dei propri sogni e progetti, ma nella disponibilità a passarli al vaglio delle mani affidabili di Dio.

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