Il coraggio dell’interrogativo – II Domenica del T.O. (Esequie Antonio Pepe)

Due mesi: tanto è durato il Calvario di Antonio. Neanche il tempo di realizzare quello che stava accadendo e poi la china veloce che gli ha strappato inesorabilmente le forze tra dolori atroci. Un uomo mite, lavoratore, riservato, aveva due grossi capitoli per i quali ha speso tutto se stesso: la famiglia e il lavoro, la famiglia che lo ha accudito e custodito fino all’ultimo. La sua passione i nipoti che ha cercato fino alla fine.

Ci sono momenti della vita in cui sentiamo di essere come a uno snodo. Ci sono situazioni che fanno affiorare con forza quello che di più vero ci portiamo nel cuore. Quante volte avvertiamo lo scarto tra quello che siamo e quello che vorremmo essere! Quante volte ci misuriamo con un sogno nel cuore e una realtà che sembra non soddisfarci! Quante volte non ci basta quello che abbiamo e non ci appaga ciò che abbiamo raggiunto! Quante volte il nostro mondo ci sembra troppo angusto! E, tuttavia, non sempre riusciamo a metterci in ascolto di questa insoddisfazione e a stare a contatto dandole diritto di parola. Proprio momenti simili sono quelli più propizi perché il Signore possa farci intendere ciò verso cui vuole portarci. Dio parla alla nostra vita mediante le fibre del nostro corpo, attraverso il dedalo dei nostri affetti, per mezzo delle risorse della nostra intelligenza.

Che cercate? Questa è la domanda che il Signore chiede a ciascuno di porsi mentre ci suggerisce il viaggio più impegnativo, quello di andare a fondo nei propri desideri e nelle proprie motivazioni.

È forse la domanda più difficile da accettare. Di fronte ad essa, infatti, si possono assumere due atteggiamenti: o restare in superficie o provare ad andare a fondo. Si resta in superficie quando ci limitiamo ad elencare le cose che ci mancano. E magari scopriamo che ci manca un lavoro, una casa, un affetto, il denaro, la salute. Andare a fondo, invece, significa accettare di andare oltre la cosa in sé e scoprire che attraverso quella cosa, in realtà, noi stiamo cercando la possibilità di essere felici. I passi che muoviamo, le esperienze che intraprendiamo non sono compiuti nel tentativo anche inconscio, talvolta, di realizzare questo desiderio? E perché, pur mettendo in atto tutte le energie ed escogitando tutti gli espedienti, ci ritroviamo sempre con un senso di vuoto se non addirittura di angoscia?

Che cercate? Prova a dare un nome a ciò che desideri.

A volte siamo consapevoli di avere tutto eppure… Per questo, infatti, abbiamo persino paura di interrogarci perché siamo convinti che nessuno sia in grado di risponderci. Non abbiamo mai detto a qualcuno cui vogliamo bene: “Ma si può sapere cosa cerchi veramente?”. Sembra quasi che ci troviamo di fronte ad una congiura: proprio ciò che di più vero cerchiamo, è in realtà ciò che più viene rimosso. Pensiamo a tutto il disagio che si respira nelle nostre famiglie come negli ambienti di lavoro: chi si pone in ascolto della domanda che tale disagio evidenzia. Davvero sembra quasi che “tutto cospira a tacer di noi” (Rilke).

Per fortuna, però, c’è qualcuno che incrocia il nostro sentiero e la prima cosa che fa è prendere sul serio le nostre domande. Tutto il vangelo potrebbe essere riletto proprio a partire da questa presa in carico da parte di Gesù delle domande più vere dei suoi interlocutori. Ora si tratta di Giovanni e Andrea, poi si tratterà della Samaritana, poi di Zaccheo, poi del giovane ricco, poi del lebbroso, poi dei suoi amici, poi dei suoi nemici.

Che cercate? Per cercare è necessario ospitare due dimensioni: quella della fatica (la ricerca è fatica) e quella dello stupore per accogliere ciò che Dio va disseminando lungo il nostro cammino. Si può cercare da addormentati, cioè come chi, avendo chiuso il proprio desiderio in un cassetto, non si accorge più di nulla oppure da cercatore, cioè da chi non smette di far battere il suo cuore.

La risposta a questa domanda non è in ciò che sappiamo, non è in ciò che abbiamo imparato. Essa va scoperta in tutto ciò che ci accade. Noi cerchiamo qualcuno che ci riempia il cuore.

Maestro dove vivi? Il coraggio dell’interrogativo: non aver paura di dare un nome a ciò che più ci manca. Ci manca una casa. No, non quella fisica che pure abbiamo, ma quella che ci permetta di essere riconosciuti per quello che siamo, là dove sappiamo di poter godere di una intimità mai sperimentata prima, là dove la nostra storia personale con il suo bagaglio fatto di luci e ombre non è soltanto una inutile premessa ma il materiale prezioso attraverso cui può essere scritta una nuova pagina. Questa casa, questo luogo non è qualcosa che è costruito da noi: ci è offerto. Che cosa ci offre, infatti, il Signore Gesù, se non la possibilità di aver accesso a una relazione in cui siamo accolti non già per quello che abbiamo fatto ma per quello che siamo?

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