Il senso di ogni cosa – II domenica dopo Natale

Veniamo da giorni in cui abbiamo gustato tanti cibi prelibati. Abbiamo condiviso la gioia dello stare insieme con parenti ed amici. Magari ci siamo anche concessi un momento di preghiera, forse una sosta commossa davanti al presepe. E sembra quasi di poter racchiudere in questo il senso di questi giorni. Proprio la liturgia di oggi, però, ci ricorda che il pranzo di Natale non è finito. Avremmo saziato solo il ventre se ci fermassimo alla possibilità di gustare la squisitezza di un piatto. Sappiamo, tuttavia, che questo ci sazia per un momento, ma poi la fame fa nuovamente capolino. Già. A ragione, infatti, Dt 8,3 ricorda che l’uomo non vive solo di pane. Altro è il nutrimento per cui bisogna darsi da fare. Non a caso, il re Salomone, una volta ottenuto il regno, rivolgendosi a Dio gli domandò ed ottenne il dono della sapienza, ossia la capacità di discernere il vero e il ben come splende agli occhi di Dio. La sapienza, ossia, la consapevolezza di essere e la disponibilità ad esserci, la consapevolezza del perché sono al mondo e quella del per chi sono al mondo.

La storia delle varie culture racconta del tentativo da parte dell’uomo di carpire il segreto della conoscenza agli dei (uno per tutti, il mito di Prometeo). Ma tutte raccontano altresì l’esito negativo di una simile avventura. Chi mai può conoscere i sentieri che conducono alla sapienza? A questa impossibilità umana è Dio stesso a rispondere facendo dono della Sapienza eterna che è il Figlio suo, un vero scandalo per i Giudei e una vera stoltezza per i pagani.

Per questo la liturgia, oggi, mette sulle nostre labbra parole di benedizione chiedendoci di imparare a benedire la vita. È chiesto a noi che non poche volte ci interroghiamo sul perché del nostro essere al mondo mentre leggiamo la vita più come un castigo che come un dono. Ci sfugge il senso di tante cose: a volte è come se non riuscissimo a intercettare il bandolo di quella matassa intricata che sono i nostri giorni. Un senso di impotenza ci pervade mentre misuriamo l’incapacità a far fronte ad eventi che ci sovrastano. Sembra quasi che un cieco destino ci abbia buttati nella mischia del mondo dicendo: arrangiati!

È proprio così? Per la nostra fede, no. Non siamo stati abbandonati nel non senso dell’esistere: siamo stati voluti e amati fin dalla creazione del mondo. A far la differenza è proprio l’accogliere o meno la presenza di Gesù nella nostra vita: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

Essere sapienti non significa conoscere tante cose o vantare un vasto patrimonio culturale. Significa piuttosto conoscere e accogliere una presenza: Gesù Cristo. Non è certo eliminando Dio dalla nostra vita che possiamo assurgere a una esperienza di maturità. Come si fa a capire ciò che è secondo Dio? Vivendo ciò che il Vangelo chiede.

Tutti noi operiamo scelte, prendiamo decisioni, iniziamo percorsi, condividiamo esperienze. Sulla base di cosa? Solo di un dato emotivo da soddisfare? Senza memoria non si dà progetto. Le nostre scelte contribuiscono a un serio processo di maturazione solo se hanno come retroterra la sapienza che viene dal vangelo. Quando questo non accade, ci ritroviamo come Gesù nel deserto vittime del dramma di quelle tentazioni che in soldoni equivalgono a un saper esercitare il potere pur di avere. Non è quello che il menzognero proporrà a Gesù? “Tu sai tutto… ti darò questi regni… di’ a queste pietre che diventino pane…”.

La sapienza evangelica ci aiuta a prendere decisioni e a compiere scelte non sulla base dell’utile, ma in virtù del bene e del vero. Essa ci permette di compiere il passaggio dal fascino seducente dell’utile alla ricerca dell’essere.

Proprio l’esistenza del Figlio di Dio, anch’essa racchiusa tra una nascita e una morte, ci fa comprendere come si vive da figli di Dio, nulla assolutizzando e tutto leggendo nella prospettiva di qualcosa che continuamente ci chiede di metterci in gioco di nuovo. Con una consapevolezza: non c’è realtà umana che non possa essere toccata dalla presenza del Figlio di Dio.

Mentre riprendiamo i ritmi abituali di vita, il senso di quanto abbiamo celebrato in questi giorni si gioca tra la nostra accoglienza e il nostro rifiuto che passano per il sì e il no che esprimiamo attraverso modi di pensare, di sentire e di agire.

Non cessiamo di invocare il dono della sapienza perché non ci fermiamo all’accadere superficiale degli eventi ma possiamo dar ragione di ogni cosa.

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