Accogliere – Per prepararsi alla liturgia domenicale (II Domenica dopo Natale)

Nell’in principio: ecco dove conduce il viaggio che oggi la liturgia ci propone. Veniamo presi per mano e condotti dalla liturgia in un viaggio a tappe, un viaggio che ha addirittura del misterioso perché ha il suo incipit nel fuori tempo – il fuori tempo di Dio – e poi per via di sconfinamenti giunge fino ad un luogo che niente sembrerebbe abbia da spartire con il fuori tempo di Dio e lì, in una piccolissima zolla di terra, scoprire che Dio ha scelto di mettere la tenda presso un popolo, Israele, e poi la sua tenda in Gesù di Nazaret.

Pagine di ampio respiro quelle consegnate a noi dalla liturgia di questa II domenica dopo Natale. Pagine a noi consegnate perché non ci fermiamo ad una lettura superficiale ed emotiva degli eventi ma possiamo cogliere l’oltre che abita ogni cosa.

Il verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi.

Forse ci sfugge la portata di una tale affermazione ma essa, tra le altre cose, attesta che agli occhi di Dio la nostra terra – quella sulla quale tante volte stiamo con non poca trepidazione e incertezza, quasi da stranieri – è risultata affidabile se è vero che egli ha scelto di venire a piantare la sua tenda su di essa. Questo mondo non è soltanto un luogo estraneo e tenebroso. C’è una grazia e una bellezza, una luce da riconoscere e far emergere in ogni esperienza creata.

Lo riconosciamo: a volte ci attraversa la sensazione di vivere come in un’orrida regione. Il dubbio che a Dio stia a cuore la nostra vicenda abita tante nostre giornate.

Ci appartiene il sospetto che Dio non voglia altro (la volontà di Dio, appunto) se non mortificare il desiderio dell’uomo. È la tentazione accolta dall’uomo e dalla donna: senz’altro Dio ci nasconde qualcosa. Per cui finiamo per credere che in lui non si trova soltanto il bene ma anche il male. Nel cuore dell’uomo e della donna si era annidata l’idea che la volontà di Dio fosse un mistero quantomeno ambiguo. La coscienza religiosa si è nutrita di questa ambiguità abbondantemente e su questa ambiguità ha finito per costruire tutto un sistema religioso che potesse almeno provare a far sì che Dio mostri soltanto il suo volto di bene, di luce.

A fronte di una coscienza religiosa che si nutre di questa ambiguità, tutta la passione e tutto lo sforzo da parte di Dio, tutta la sua storia con gli uomini è orientata al recupero della sua immagine autentica, del mistero autentico della sua volontà.

All’inizio, nell’in principio della nostra storia non c’è anzitutto un’esperienza di caducità, di male ma l’esperienza di un amore gratuito. In principio un’esperienza di tenerezza e di cura da parte di Dio per l’uomo. Non soltanto un peccato originale ma una grazia originale. Io: una parola che il Padre ha pronunciato perché potessi esistere.

L’amore del Padre è la narrazione di un esodo senza ritorno, un avvento senza rimpianto, offerta totale e radicale di sé, ininterrotta uscita dal proprio io. Un amore che nulla e nessuno potrà mai impedire Non lo potrà impedire neppure il rifiuto doloroso dell’infedeltà e del peccato e tantomeno l’affronto dell’indifferenza o la presuntuosa autosufficienza dell’uomo.

E così il verbo si fece carne: Dio, per primo, prende l’iniziativa e si rivolge all’uomo. L’esperienza cristiana non si svolge nell’aria rarefatta del tempio e nella separatezza del sacro, ma nella prossimità di un corpo sfigurato dalla fame, dalla sete, dalla nudità, dalla malattia…

Il verbo si fece carne, cioè si fece fame: ebbe anch’egli bisogno di cercare il latte della madre.

Il verbo si fece carne, cioè si fece carezza: verso i piccoli, verso gli esclusi.

Il verbo si fece carne, cioè si fece lacrime: davanti alla tomba dell’amico Lazzaro.

Il verbo si fece carne, cioè si fece spalla: per la pecorella smarrita.

Il verbo si fece carne, cioè si fece abbraccio: per il figlio prodigo.

Il verbo si fece carne, cioè si fece olio e vino: per l’uomo incappato nei briganti.

Il verbo si fece carne, cioè si fece attenzione e compassione: per la fame di un popolo.

Il verbo si fece carne, cioè si fece amicizia: perché comprendessimo che non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici.

Il verbo si fece carne, cioè si fece grido: quello di chi sperimenta nella sua carne tutta la distanza da Dio.

Il verbo si fece carne, cioè si fece perdono: perché comprendessimo che ciascuno di noi è molto di più del male che pure può aver compiuto.

Il verbo si fece carne, cioè si fece uno di noi: perché noi diventassimo per mezzo di lui partecipi della natura divina.

Il verbo si fece carne: non si preoccupa anzitutto di ristabilire un ordine ma di allacciare una relazione tra persone, perché è dall’incontro con lui che parte la possibilità di riscatto.

A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: il senso ultimo della mia vicenda è diventare figlio di Dio. Il suo natale vale il mio natale, la mia nascita a figlio di Dio con pensieri nuovi, con sguardi non angusti, con gesti che esprimono attenzione e cura verso ogni uomo. Così il Verbo continua a farsi carne.

La parola di Dio che noi continuamente accogliamo è come un seme che feconda la nostra umanità secondo la sua specie: della stessa razza del Figlio di Dio.

Nulla può un seme se non c’è un grembo disposto ad accoglierlo. Tu diventi ciò che accogli. Tua vocazione: accogliere. Quando accolgo il seme della Parola di Dio io divento racconto di Dio.

Dio nessuno lo ha mai visto… ma lo possono rivelare coloro che rivivono sentimenti e gesti del Figlio. Noi, diventati figli.

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