Il giusto sentire di sé – Esequie Giuseppe Zito

Il Signore che dispone i tempi del nascere e del morire, proprio mentre ci si avventurava nelle prime ore del nuovo anno, ha chiamato a sé il nostro fratello Giuseppe. Da mesi la sua situazione lo costringeva ad aiutarsi con l’ossigeno. Il suo Calvario, però, era iniziato all’incirca quarant’anni fa, quando ha iniziato a lottare con una malattia che via via lo ha segnato sempre più. Un lungo Calvario che mette a dura prova la nostra fede. E, tuttavia, sia lui che la sua famiglia hanno assunto questa croce con disponibilità e pazienza, senza mai farsi sentire o notare. Con tanta umiltà e discrezione.

E oggi noi gli diamo l’estremo saluto proprio aiutati da una figura che la liturgia feriale di questo tempo dopo Natale consegna a noi: Giovanni Battista. Quanto abbiamo bisogno di imparare da lui!

A chi gli chiedeva chi fosse e perché stesse facendo quello che faceva, Giovanni non aveva esitato a rispondere: “Io non sono il Cristo”. Proprio questa sua risposta ci aiuta a non sopravvalutare noi stessi. Quello che siamo ha senso solo in relazione ad un altro che per noi è Gesù Cristo. Giovanni è un uomo non ripiegato su se stesso e perciò non attraversato dal delirio di onnipotenza o dalla malattia del protagonismo. Avrebbe potuto approfittare della situazione e, invece, non lo ha fatto. Anzi, pagherà amaramente il suo voler restare fedele alla sua identità più vera.

Ci accade sovente di credere che siamo noi il principio e il centro della nostra stessa esistenza, ma è la più grande menzogna che possiamo proferire e la più grande disgrazia che ci possa accadere. Proprio la sera del 31 dicembre, nell’omelia di fine anno, ho sollecitato tutti a non perdere di vista che la nostra vita, più che per anni da annoverare, andrebbe riletta a partire da un ritornello: “Il Signore ha dato… il Signore ha dato…”. E oggi con Giobbe ripetere: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore”.

Giovanni intuisce che è proprio la presenza del Signore nella nostra vita a conferirci il senso più profondo e la lettura più pertinente. Tuttavia, non è scontato vivere di luce riflessa: c’è qualcuno – la prima lettura lo chiama “l’anticristo” – che vorrebbe farci cadere proprio nel percorso inverso. Se il Signore ci invita a non venir mai meno nel rapporto con lui, il nemico, invece, ci seduce a tal punto da mettere noi stessi al centro di tutto. Ma al prezzo di cadere in un grande disorientamento e di sperimentare una terribile infelicità.

Imparare ad accettare noi stessi e la nostra misura umile, è l’inizio di un vero percorso di maturità e di sapienza.

Non sono io… imparare a definirsi accettando di mettersi dei confini.

Non sono io… ma sei tu, Signore, colui che dà speranza ai miei giorni.

Non la maschera ma la realtà, non la recita ma l’impegno sincero. Giovanni ci insegna l’arte del fare un passo indietro per riconoscere che quello che di più vero io sono, lo devo ad un Altro, seguendo il quale posso scoprire chi io sono veramente.

Come vogliamo vivere questo tempo che la misericordia di Dio ci dona? Credo che se Giuseppe potesse parlare, non esiterebbe ad attestare: “Bando alla menzogna. Restate saldi in ciò che non viene mai meno”.

Questa liturgia ci sollecita ancora a dare un nome a “coloro che cercano di ingannarci”. C’è un inganno che è fuorviante perché ci porta lontano da noi stessi. In guardia perciò dall’autoreferenzialità che rischia di essere una tomba anticipata.

Quanto mai appropriate ancora le altre parole di Giovanni: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Se può essere facile accostarsi a un Dio Bambino, non lo è misurarsi con l’uomo di Nazaret. È facile ignorare un Dio che si fa presente discretamente tanto da non essere riconosciuto né accolto.

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