Sistemare Dio? – IV Domenica di Avvento

annunciationeMancano pochi giorni al Natale. Presi per mano dalla Parola di Dio, veniamo accompagnati nell’individuare la prospettiva giusta da cui guardare a quanto sta per accadere. Tutto è nell’ordine della destabilizzazione e del non ovvio.

Se Dio è abitato da un unico grande desiderio – accompagnare i passi dell’uomo con una sollecitudine che diventa memoria viva di come egli sia fedele a quanto ha promesso – Davide, invece, è preso dal proposito di dare una degna sistemazione anche a Dio. La casa… termine altamente evocativo: accasarsi, il sogno di tanti… Costruire, risiedere, cristallizzare: ecco i verbi dell’uomo. Camminare, camminare, camminare: ecco il verbo di Dio.

La prospettiva di un luogo stabile, cioè la garanzia di un futuro, la possibilità di una casa, appunto, l’opportunità dell’essere stanziali, è ciò che anima tanto nostro pensare ed operare. Pensiamo solo per un attimo al bisogno di provvedere da noi e solo da noi all’assicurarci una nuova discendenza mediante le nuove tecniche. Vorremmo costruirci un futuro opera delle nostre mani dimenticando che esso è, anzitutto, dono di Dio: invano ci ricorda la Scrittura che “è sua grazia il frutto del grembo”. Non più dono, ma diritto!

Nonostante sappiamo che tanti nostri sforzi siano vani, di fatto non abbiamo ancora imparato la lezione. Infatti, proprio quando ci sembra di aver raggiunto un certo traguardo, ecco che ci sfugge di mano. Noi, come già Davide, facciamo fatica a misurarci col fatto che il futuro porti inscritto in se stesso il carattere di instabilità. Per questo, se l’intento di Davide può essere lodevole (e il profeta Natan lo approva), in realtà significa non aver compreso proprio nulla del suo Dio, il quale non ha bisogno di essere sistemato, dal momento che ha scelto di camminare con l’uomo e di parlargli attraverso le situazioni concrete della vita. Se il progetto di Davide è quello di sedentarizzarsi, quello di Dio è di non fermarsi: per questo, il fatto che egli abiti ancora in una tenda, ricorda a Davide che la meta non è ancora raggiunta. Ne è prova il fatto che Egli scelga di entrare nella storia dell’umanità attraverso una casa molto umile e una ragazza non certo blasonata.

Sistemare Dio in un preciso spazio di competenza, significa dare adito a quello scollamento cui assistiamo nella vita di tutti i giorni: siamo tutti affetti dal bisogno di un privato in cui poter essere i gestori indiscussi del nostro proprium, là dove a farla da padrone è la nostra soggettività e i suoi deliri. In un simile modo di concepire la vita, c’è posto per Dio una tantum – a Natale, magari – ma non certo nelle cose che amministriamo ogni giorno. È contro questa sottile tentazione che Dio si scaglia non accettando di essere manipolato a nostro piacimento imprigionandolo in uno spazio ben determinato e circoscritto per quanto sacro. Il suo desiderio è essere con noi dovunque andiamo, non già e non soltanto nel momento del culto. La proposta di Dio è contro la segmentazione dell’esistenza in cui una parte non comunica più con l’altra. Per questo nulla e nessuno può trattenerlo: neppure colei che egli sceglie come Madre sua. Dio non sceglie la fissità di un luogo ma la mutevolezza di un corpo grazie al quale rendere manifesta la sua presenza nella varietà dei momenti.

Un luogo o il tempo? Un’opera o un uomo? Un rito soltanto o la fiducia del cuore? Gestire o affidarsi? Fare o lasciar fare? Ecco ciò che fa la differenza ed ecco ciò che dice in che modo celebreremo il Natale.

È troppo facile assegnare a opere materiali ciò che non siamo in grado di esprimere attraverso uno stile di vita conforme al vangelo: a lui sta bene tanto l’irrilevanza di Nazaret quanto la semplicità di Maria. La tentazione di Davide ci attraversa tutti: in fondo, voler costruire un luogo degno di Dio, finisce per diventare copertura di tante nostre scelte.

La fede di Davide si manifesta attraverso qualcosa di esterno a sé, quella di Maria attraverso il dono del suo corpo. Troppo facile edificare un tempio di pietre, più impegnativo e coinvolgente edificare un corpo di carne che diventi il tramite dei tanti sì a ciò che Dio chiede. Non la spavalderia di un re al culmine del suo successo, ma il pudore, la riservatezza e il turbamento di Maria. Tra Dio e l’uomo non c’è la sicumera con cui Davide si rapporta a lui sapendo ciò che è necessario fare, ma l’interrogativo umile di chi tutto deve apprendere da lui. Proprio Maria ci ricorda che la fede mal si coniuga con il fanatismo di chi ha bisogno di manifestare le sue prodezze con una religiosità dell’effimero.

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