L’etica del deserto – II Domenica di Avvento

sabbia-desertoPresi per mano da Mc, abbiamo accolto l’invito ad essere vigilanti in attesa del ritorno di quel padrone che ha affidato a ciascuno un compito. L’attesa, però, è logorante; non poche volte ha perso il suo mordente tanto da farci ripiegare al piccolo cabotaggio di giornate in cui finiamo per vivere di scampoli. Ci ritroviamo a tirare a campare senza più un orizzonte, senza più qualcosa che motivi la fatica delle nostre giornate. Per questo torna ogni anno l’Avvento: a ricordarci l’importanza dell’imparare a non vivere ripiegati, ad alzare lo sguardo per riconoscere l’incessante visita di Dio nella nostra vita.

Certo, chi di noi non ha mai fatto l’esperienza del deserto? Quante volte abbiamo conosciuto l’esperienza del vagabondare o la condizione di isolamento. Quante volte abbiamo toccato con mano l’esaurirsi di ciò che di più necessario abbisogniamo per vivere. La vita di ogni uomo è terribilmente segnata dalla precarietà, dal limite, dall’inconsistenza di tanti progetti e dal rincorrere tante illusioni. Fragilità e debolezza accompagnano la maggior parte delle nostre giornate quando misuriamo con mano la vacuità di tanti miraggi che pure ci hanno sedotti. Proprio questa situazione rimanda a noi la domanda di senso: perché mai il rincorrersi di tante esperienze se non per dare un corpo a ciò che di più vero desideriamo? Il libro del Dt ricorderà a Israele di essere stato condotto nel deserto per toccare con mano ciò che portava nel cuore.

La liturgia odierna ci ricorda che non poche volte abbiamo imboccato strade senza uscita. Per questo è necessario fare spazio a Dio se non vogliamo continuare a vagare inutilmente. Non c’è deserto in cui non risuoni una voce: ogni desolazione è una terra abitata dalla presenza di Dio da quando il Figlio di Dio ha assunto la nostra condizione umana. La voce, però, va ascoltata e ciò richiede l’impegno del porgere l’orecchio. C’è una strada da preparare proprio in mezzo alle situazioni in cui ci troviamo in questo momento. La proposta del Signore non è qualcosa di alienante: è piuttosto un invito a vivere con passione e con sobrietà la nostra personale vicenda di uomini e di donne. Nessuna evasione dalla realtà e nessun rifugio in una esperienza sacra. È dal deserto che occorre ripartire: è proprio esso che richiama alla città l’incertezza della sua condizione e il disorientamento in cui versa. Il cantiere per una nuova possibilità ha il suo inizio là dove la parola del Signore torna a diventare il pane per un intero popolo. Non è un caso che è proprio nel deserto che accorreranno le folle di Gerusalemme per assumere un nuovo modo di guardarsi e di guardare.

Imparare l’etica del deserto: ecco la proposta di questa liturgia. Trasformare quello che può essere un luogo di solitudine in luogo di comunione, un luogo di paura in un luogo di pace, un luogo di rinunce in un luogo di dono, un luogo di insignificanza in un luogo di fecondità. Esso non va esorcizzato ma ricercato se non vogliamo accontentarci di consolazioni fittizie o di parole illusorie. È solo un ritorno nel deserto, cioè nella profondità del nostro cuore che può permettere all’uomo di essere uomo anche nel dolore. Non è scontato scegliere l’etica del deserto. Talvolta, infatti, per non perdere il piccolo interesse del momento si finisce per cedere a qualcosa di promettente ma fallace. Cosa scelgo?

A lavoro, perciò! Tutti all’opera!  Perché mai? Perché in qualunque deserto è possibile  aprire un nuovo varco grazie alla fedeltà di Dio alla sua promessa. Dio revoca la condanna e dimentica la colpa. Dio viene a noi per la stessa strada che noi abbiamo imboccato. Per riconoscerlo e accoglierlo, però, è necessario eliminare rovi e spine, rendere percorribile ciò che risulta accidentato. Questo non può accadere se prima con tanta umiltà e verità non abbiamo cercato di dare un nome alle valli della nostra  povertà, ai monti del nostro orgoglio e alle tortuosità del nostro animo. E si tratta di un processo non occasionale ma permanente. Se non si raddrizzano i nostri sentieri non è possibile che spunti dal nostro cantiere la strada del Signore.

Ci si converte se non si smette di preparare e si prepara solo se non si smette di amare. Solo chi ama, infatti, sa attendere e, perciò, sa declinare il tempo che passa come un’occasione per prepararsi all’incontro con la persona amata. È la tua capacità di preparare a testimoniare chi o cosa attendi.

Mi piace ricordare qui lo splendido dialogo tra la vole e il Piccolo principe (cap. XX1)

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.

“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore”.

Il tempo è riscattato dalla banalità del suo scorrere e diventa un’occasione offerta da Dio perché tutti abbiano modo di ritornare sui propri passi. Noi siamo soliti misurare il tempo secondo la successione dei giorni, il Signore, invece, lo misura in base alla nostra adesione alla persona del Signore Gesù. Ben a ragione il Sal 84 può far pregare: “per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove”. È solo l’incontro con il Signore ciò che colma il desiderio di una vita piena che ciascuno di noi porta dentro di sé.

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