Stropicciare gli occhi – I Domenica di Avvento

Candele AvventoAccade un po’ a tutti credo, di sognare se non un tempo di letargo, almeno un attimo di tregua in cui poter dire la parola “stop”. E, invece, è sempre il momento di ricominciare. Quante volte vorremmo fermare questa giostra che è il nostro mondo! Quante volte vorremmo bloccare il tempo poiché viviamo giornate interminabili! Quante volte cogliamo la nostra esistenza come un magazzino pieno di ogni cosa in cui a fatica riusciamo a farci largo perché nuova merce è sempre in arrivo e noi più non riusciamo a smistare ciò che è da tenere e ciò che è da lasciar andare! Quante volte ci sentiamo letteralmente sommersi da emozioni, sentimenti contrastanti che misurano tutta la nostra incapacità e impossibilità a far fronte a ciò che di nuovo già incalza! Vorremmo gridare: basta! E dormire.

E, invece, siamo nuovamente incalzati dalla Parola di Dio. Perché mai? Perché addormentarsi, in questo caso, ha nulla a che vedere con un salutare e rigenerante riposo. Esso è piuttosto un modo per estraniarsi da una situazione che vorremmo passasse al più presto; il sonno è anche una delle medicine più efficaci contro il dolore (anestesia); è il rifiuto del discepolo di rispondere alla propria vocazione nei momenti di prova.

Quando Gesù rivolge ai suoi discepoli l’invito alla veglia, siamo nell’imminenza della passione, di quell’evento, cioè, che manifesterà davvero il volto di un Dio sorprendente e che immediatamente è difficile da riconoscere come tale perché “non ha bellezza, né apparenza”.

Proprio l’evento della passione metterà in primo piano la non vigilanza del servo che si addormenta nelle figure di Pietro, Giacomo e Giovanni; la non vigilanza del servo che non riesce a riconoscere, come Pietro, il suo padrone e perciò afferma di non conoscerlo (il problema, ci dicevamo la scorsa domenica, non è conoscere Cristo ma ri-conoscerlo); la non vigilanza del servo che lo tradisce, come Giuda, e cerca altri padroni che lo paghino subito e meglio.

Fate attenzione…

Un invito a fermarsi prima che sia troppo tardi. Fermarsi, sì, ma per fare cosa? Per sgranare gli occhi e accorgersi di quali sentieri abbiamo imboccato. Stropicciare gli occhi per prendere coscienza di quanto ci sta accadendo, per dare un nome a quel vuoto angoscioso che registriamo nel cuore, per stare a contatto con tante solenni smentite.

Fermarsi e ritrovare il senso dell’attesa come capacità di stare a contatto con ciò che ho già tra le mani senza cadere vittima di quel meccanismo che vorrebbe convincermi che è fuori quello che non ho e perciò sono scontento di ciò di cui già godo. Attesa, ovvero capacità di relazioni liberanti con le cose: imparare a riconoscere che il “plus” (il “di più”, il nuovo) che ci affascina è lo stesso che poi ci mortifica mentre spegne l’organo del desiderio. In tal senso è vero che l’ottimizzazione del bisogno finisce per coincidere con la saturazione del desiderio.

L’Avvento è il tempo in cui siamo chiamati a riconciliarci con un aspetto che troppo spesso passa sotto silenzio: e che cioè la vita è “interamente nel segno della sorpresa”. Di prevedibile c’è solo l’imprevedibile perché Dio viene sempre secondo i suoi gusti e non secondo le nostre aspettative. Vegliare è offrirsi agli eventi così come accadono: il problema non è che non accada più nulla. Semmai lo è il fatto che siamo già morti prima della morte: per questo i nostri occhi non si dischiudono più. Gesù non è forse l’imprevisto per la samaritana? Non lo è per Zaccheo che si credeva tranquillo su quell’albero di fortuna o per Matteo che se ne stava al banco delle imposte o per quanti altri di cui le sorprese del cammino sono rimaste nascoste? L’imprevisto, ovvero, il modo attraverso cui Dio ci visita. Già: perché a tutte le ore succede qualcosa.

Vegliate…

“Vigilare è più che non dormire e stare svegli, è mettersi in ascolto, è cercare, è saper leggere tra le righe. Veglia chi si mette in ascolto, chi vive ogni avvenimento rimanendo ancorato alla realtà con sapienza, senza paure, ma con l’infinita meraviglia per quello che accade”.

Per vegliare è necessario non addormentarsi proprio come chi è di guardia alla porta. La notte la passa sulla soglia, senza stancarsi di logorarla col suo andirivieni e attendere e riconoscere i passi del padrone di casa. Vegliare è ben diverso dal sorvegliare: si sorveglia in nome di una legge da far osservare o in virtù di una curiosità, si veglia, invece, in nome di una tenerezza, per passione del cuore.

Quel padrone torna incessantemente e tuttavia non viene riconosciuto perché torna sempre trasformato dal viaggio. Lo abbiamo sentito anche domenica scorsa: quando Signore? Il viaggio lo ha rivestito della carne dell’umanità. Egli viene sempre attraverso “il varco di umanissime cose nostre, che poi sono anche sue”.

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