Vegliate

avventoL’invito alla vigilanza è quello che risuona maggiormente negli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, soprattutto nei cosiddetti discorsi di addio e nel Getsemani, dove Gesù esorta gli apostoli a vegliare con lui e pregare per non entrare in tentazione. Nel primo caso si tratta di un vegliare figurato, nel secondo di un vegliare fisico, alla lettera.

“Vegliate e pregate” è il corrispettivo di quel “convertitevi e credete” che fa seguito, sulle labbra di Gesù, all’annuncio del Regno.

Quando Gesù è presente l’invito rivolto è: credere!, quando è assente l’invito diventa: vigilare! La stessa preoccupazione e insistenza che Gesù metteva, all’inizio del suo ministero, per richiamare l’attenzione sulla vicinanza del Regno e sulla necessità di decidersi per esso, ora la mette nell’inculcare l’importanza della vigilanza. Se prendete il vangelo, vi accorgete che le parabole proprie degli inizi sono quelle del tesoro, della perla; quelle tipiche della fine sono quelle del portiere, delle dieci vergini, dei talenti.

Cosa c’è dietro questo invito a vigilare? Perché vigilare?

Il vigilare non è certo un elemento marginale della vita cristiana, anzi! Esso esprime tutta la tensione verso il futuro di Dio, tensione che va coniugata con l’attenzione e la cura per il qui e ora della nostra storia.

Il rapporto con il tempo

Ma prima di prendere in esame le motivazioni del vigilare vorrei che ci soffermassimo su come l’uomo vive il suo rapporto con il tempo e con il limite (dal momento che la dimensione temporale meglio evoca l’esperienza di finitezza di ciascuno di noi).

Viviamo in un momento storico segnato da accelerazione, tanto è vero che esiste una vera e propria patologia nel vivere il tempo. Esso è diventato come una sorta di nemico da combattere o come un fantasma da inseguire. Il tempo ci sfugge; parliamo di perdita del tempo; confessiamo di non avere tempo come pure di essere fagocitati da esso; riconosciamo persino di non sapere come ammazzare il tempo.

Spesso si vive nei confronti del tempo un atteggiamento ansioso: quante volte vorremmo dilatare a dismisura il nostro tempo nell’illusione di poter far fronte a tutte le scadenze che ci incalzano. Ah, se avessimo una giornata di 48 ore! Tuttavia la nostra ansia non nasce solo dal fatto che non sempre nel tempo che abbiamo a disposizione riusciamo a compiere quanto vorremmo, ma si radica, spesso, nella percezione che il senso della nostra vita dipenda strettamente dal tempo. Siamo ben consapevoli che il nostro vivere stia proprio nell’avere tempo, tant’è che il non averne più equivale a morire. L’angoscia, l’ansia e un conseguente bisogno di fuga, sono generati dal tempo stesso, dal suo fluire inesorabile. Il tempo che passa è per noi una continua rivelazione del nostro essere segnati dal limite: perciò ne proviamo paura. E allora? E allora meglio difendersi.

I meccanismi di difesa che ci permettono di sfuggire al problema di un tempo che scorre sono principalmente due:

  • l’ostentare di essere padroni del tempo
  • l’evadere rassegnato secondo la logica del tirare a campare.

Padroni del tempo

Nel primo caso, c’è una sorta di sfida da parte nostra nei confronti del tempo: quella di spremere fino all’osso il momento presente, di dover utilizzare tutti gli attimi e le risorse del tempo a disposizione. Non a caso abbiamo coniato espressioni proverbiali come: “il tempo è denaro”, “cogli l’attimo!”, “quello che lasci è perduto”. Perché parlo di meccanismo di difesa? Perché la logica che vi soggiace è più o meno questa: se è vero che il tempo passa, fugge, rincorriamolo per averne il più possibile a nostro vantaggio. Se è vero che ci incalza, facciamo in modo di ricavarne tutte le soddisfazioni possibili prima che sia troppo tardi. Quante volte siamo sfiniti nel tentativo di trovare ogni modo per riempire il tempo nell’illusione di esserne padroni!

  • Se il tempo è denaro, avere sempre più denaro (ognuno traduca il denaro con ciò che per lui è sinonimo di ricchezza: possibilità, occasioni, opportunità…) ed essere liberi di spenderlo mi convincono di essere padrone del tempo: del mio e di quello degli altri, arrivando magari a convincermi che il tempo degli altri vale poco, solo perché io posso comprarlo a mio favore.
  • Un’altra modalità di dimostrarsi padroni del tempo è l’ambizione del dominio, il riuscire ad ogni costo, il successo in ogni campo della vita perché questo ti permette di avere se non altro l’impressione di poter durare a dispetto del tempo.
  • E da ultimo, ma non in senso cronologico, la “cosmesi” della morte che ha nel consumarsi del tempo il suo simbolo. Non è un caso che la nostra società emargini tutte le situazioni limite (la malattia, la vecchiaia, lo stesso morire) come estranee alle condizioni della vita ordinaria. Tutto questo viene come esorcizzato nel tentativo di prolungare la nostra partita con la morte.

L’evadere rassegnato

C’è anche un altro meccanismo di difesa per esorcizzare l’angoscia del tempo che ci sfugge dalle mani ed è opposto a quanto abbiamo detto finora: dal momento che il tempo passa, fugge in maniera inesorabile, è inutile lottare ed è meglio annegare nell’evasione.

  • Un modo per togliere la disperazione di chi coglie la fuga del tempo potrebbe essere il suicidio, vale a dire l’anticipo drastico della fine, che se non sempre nella nostra vita assume questo volto preciso, si presenta nei modi di una vita sostanzialmente spenta. Cronologicamente la vita sopravvive alla sua fine, ma qualitativamente non è più vita: pensiamo a tutte quelle dipendenze che sottraggono l’uomo dalla fatica del pensare e del volere incapace com’è di progettare il proprio futuro. È l’eterna adolescenza: e non è un caso che oggi non coincida più con la fascia di età che va dai 14 ai 18/19 anni ma è piuttosto prolungata.
  • Essere disponibili per ogni esperienza, giudicandola unicamente in base alle sensazioni più o meno forti che potrebbero derivarne; osare fino al limite per sentirsi un po’ speciali. L’importante è tirare a campare, non pensarci: è la ricerca di un piacevole stordimento che renda insensibili a ciò che è brutto e penoso. Capiamo da noi stessi che tutto ciò che dica formazione personale, applicazione al lavoro, impegni familiari, vincoli sociali, tempi inevitabilmente segnati dalla banalità, dalla fatica, dal rischio, da tutta una serie di tensioni e sofferenze, sono sistematicamente banditi da chi sceglie l’evasione rassegnata. Meglio non guardare in faccia certe situazioni!

Vigilare

Esiste, tuttavia, un altro modo di affrontare il problema? Certo. Ed è il vigilare. Atteggiamento che nasce dalla consapevolezza che per i cristiani il tempo è l’ambito in cui è dato di esprimere la propria fedeltà al Signore. Un tempo senza adventus, un tempo vissuto come un aeternum continuum, un tempo che si lascia passare senza viverlo, è un tempo senza memoria e senza attesa.

Il tempo non va né vanificato né idolatrato: esso va santificato, cioè disciplinato, riservato, separato in modo intelligente. Lo riconosciamo: purtroppo non abbiamo ricevuto una sufficiente educazione all’ascesi del tempo e per questo il disordine ha la meglio quando non riusciamo a stabilire criteri di importanza oggettiva tra i vari impegni da svolgere.

Vigila su se stesso solo chi si possiede.

Vigilanza è attenzione al futuro, mentre la non vigilanza è, al contrario, dissipazione, negligenza, pigrizia, ripiegamento sul presente. Noi viviamo in un contesto in cui al massimo si riesce a pensare a scadenze a breve termine: cfr. l’attesa del week end da parte di molti.

Ora, la vigilanza non è solo un modo sapiente di vivere l’esistenza. Per noi credenti scaturisce dal mistero stesso di Cristo e dall’annuncio che è racchiuso in quella parola che costantemente la Liturgia ci ripropone: “Tornerà!” Dio è ad-ventus! Ti visita in ciò che accade!

Per questo il vigilare è un atteggiamento tipicamente cristiano. Non indica anzitutto qualcosa da fare ma un modo di vivere: essere desti, appunto. È ovvio che si è desti per pensare o per fare qualcosa.

La vigilanza prende valore dal motivo per cui si veglia. E la motivazione è il Signore stesso a darcela: “Vegliate dunque perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (Mt 24,42). La nostra storia ha un traguardo, ha un punto di approdo. La nostra storia, il nostro tempo non è un continuo girare a vuoto su se stesso. La nostra concezione del tempo non è circolare, della serie dei corsi e ricorsi storici, ma è lineare: ha un punto di partenza e un punto di approdo. Per Gesù ciò che conta non è il quando ciò avverrà, ma il fatto che avverrà. Giustamente qualcuno ha paragonato il credente ad un girasole. Il girasole durante il giorno, quando il sole è alto nel cielo, è rivolto verso il sole, si converte continuamente a lui. Quando il sole tramonta e scompare, si volge nella direzione da dove sputerà il sole e sta tutta la notte così, in attesa. Gesù chiede ai suoi discepoli di stare proprio così: con il cuore e il desiderio là da dove egli riapparirà.

La motivazione fondamentale della vigilanza evangelica è perciò una sola: la venuta del Signore Gesù.

Gesù dice anche cosa significa vigilare, quali ne sono i contenuti concreti.

Quasi sempre l’invito a vegliare è legato ad un altro verbo che ne specifica il senso:

  • “Vegliate e state attenti”. Vigilanza è attenzione, cioè concentrazione della mente e del cuore su una cosa, che fa passare tutto il resto in secondo piano. Ciò che si esclude è la distrazione, la spensieratezza, il lasciarsi incantare da miraggi di grandezza. Noi tutti facciamo continuamente l’esperienza di cosa voglia dire vivere in un mondo distratto, chiassoso. Gesù porta l’esempio di ciò che avveniva al tempo di Noè. La gente era indaffaratissima: mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito, ma non si accorgevano di cosa stava addensandosi sulle loro teste (cf. Lc 17,22ss; Mt 24,37ss). Cosa facevano di male? Se è vero che il mangiare e il bere, il prendere moglie e marito rappresentano la cifra simbolica dell’esistere, dovremmo concludere semplicemente che quelli della generazione di Noè erano impegnati a vivere. Cosa c’è di male nell’essere impegnati a vivere? Gesù non rimprovera l’impegno profuso nel vivere ma il fatto che questo esaurisca tutta le ragioni di vivere. Uomini e donne a una sola dimensione. Mancava loro – ma non manca, forse, anche a noi, mi domando io? – la dimensione dell’attesa. Vivevano totalmente immersi nel presente che potevano anche pensare al futuro, ma visto soltanto come mera ripetizione del presente. Gli uomini della generazione di Noè vivevano, come spesso accade anche a noi, senza sospetti, senza il sospetto che in quel preparare l’arca da parte di Noè ci fosse un avviso, un monito. Tutto si era appiattito, tutto si era ammutolito. Ma non perché la realtà fosse diventata muta (non dimentichiamo che la realtà non è mai insignificante!), ma perché gli uomini erano diventati incapaci di farla parlare.

Il teologo ebreo Heschel scrive che: “nel mondo avvengono tante meraviglie, ma manca la meraviglia”. Imparare a meravigliarsi. Vivere sospettando, cioè facendo parlare i volti, la casa, la strada, facendo parlare il cielo e la terra. E cogliere l’attesa che abita tutte le cose.

L’attenzione è una delle cose che Dio più chiede all’uomo. Uno degli scopi dei miracoli è proprio quello di richiamare l’attenzione degli uomini perché si accorgano, si rendano conto. L’uomo vigile è l’uomo capace di adesione al reale.

  • Ancora Gesù associa il vigilare all’essere pronti: “Vigilate e state pronti” (Mt 24,44; Lc 12,40). La tenuta del discepolo è quella di chi ha sempre pronto tutto per partire: aspetta solo un cenno.
  • “Vegliate e pregate” (Mt 26,41; Mc 13,33; Lc 21,36). L’attività più caratteristica della veglia è la preghiera. Che cosa vuol dire pregare? Vuol dire essere presenti a colui che è Presente; è stare alla presenza di Dio. Vigilare perciò è imporre silenzio a tutti e a tutto per porsi in ascolto di una Presenza. Per stare svegli occorre una forza che, stando al vangelo, può venire solo dalla preghiera e, perciò, da Dio. Esempio di vigilanza è Gesù nell’imminenza della sua passione, allorquando supererà lo sconforto, passando dall’angoscia alla prontezza (alzatevi, andiamo), proprio grazie alla preghiera. C’è una prova – la croce – che riguarda in primo luogo la fede: quello è il momento in cui la parola di Dio alla quale ti sei affidato, pare abbandonarti. Quando Dio sembra abbandonarti, ti è richiesta la lucidità e la forza di aggrapparti a lui ancora più fortemente.
  • Lo spirito è pronto ma la carne è malata. C’è uno spirito che è preparato all’incontro con il Signore, ma l’uomo patisce sulla sua pelle una condizione malata, di debolezza e di impotenza. In tal caso, non basta svegliarsi per raccogliere tutte le proprie forze e trovare in sé tutto il coraggio possibile, ma è necessario svegliarsi per confidare in Dio, per aggrapparsi a lui. Vigilare, perciò, non è rientrare in se stessi, ma uscire da sé per affidarsi a qualcun altro.

A partire dai testi della predicazione apostolica la vigilanza assume anche un’altra motivazione: non è solo l’attesa di Cristo a richiedere vigilanza, ma anche la sua presenza. Noi abbiamo già sperimentato la salvezza incontro il Signore Gesù sotto la guida dello Spirito Santo. Noi abbiamo già ricevuto la vita nello Spirito: i cristiani sono già nella luce.

La Chiesa esprime questa duplice certezza della venuta e della presenza del Signore con il grido: “Maranathà”. Un grido che di per sé ha due sfumature diverse, a seconda di come viene divisa la parola nella pronuncia. Pronunciato marana-thà significa “Vieni Signore!”, pronunciato maran-athà significa “Il Signore viene” o “Il Signore è qui!”. La salvezza già in atto nella nostra vita è ciò che fonda la vigilanza.

Vigilare significa perciò vegliare, stare desti, avere cura, rimanere all’erta. È non lasciarsi sorprendere dal sonno quando il pericolo incombe o sta per accadere qualcosa di straordinario. Significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualcosa di prezioso, attenzione a ciò che è delicato e fragile, attenzione ai germogli. Vuol dire diventare perspicaci, essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza.

Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità della vita che non sia una qualità puramente commerciale o clinica. Il tempo per imparare a riconoscere il significato delle nostre emozioni, impulsi, tensioni per non rimuoverli troppo in fretta magari nel tentativo di anestetizzare l’eventuale disagio che ci procurano, e rendendo così sterile la profondità dell’esperienza nella quale esse potrebbero introdurci.

L’abitudine al consumo superficiale dei sentimenti ci rende fragili; assegnare all’immediatezza delle emozioni un ruolo decisivo nella nostra identificazione e perciò nel nostro stile di vita (“mi sento così, faccio così, decido così”) fa sì che deleghiamo alla pressione delle circostanze un potere assoluto sulla nostra storia: qualcun altro o qualcosa d’altro deciderà per noi.

Molti eventi bussano alla mia porta: per tante cose mi è chiesto di avere tempo e in tanti modi mi viene offerto di condividerlo e di cederlo. Nel tempo della nostra esistenza qualcuno bussa sempre alla nostra porta e questo bussare, nei momenti decisivi, ci appare enigmatico e anonimo. Spesso si parla di fortuna, di destino. La capacità di vigilare, il tenere desti i sensi e lo spirito di fronte a tutto ciò che il tempo conduce in prossimità della mia casa, nei colpi che risuonano alla porta mi permetterà di riconoscere la voce del Signore, e distinguerne il tono amico che chiede ad ogni istante di poter entrare. La vigilanza mi permette di mantenere viva la consapevolezza che il mio tempo è abitato da Dio.

Troppo spesso siamo convinti che siamo noi a fare qualcosa per Dio: questo tempo di attesa ci annuncia che è Dio che intende fare qualcosa per noi. Dio ha tempo per noi. Lui viene a bussare alla porta della nostra vita, viene a incontrarci nei luoghi e nei tempi della nostra esistenza quotidiana, viene per offrirci o per rinsaldare un vincolo di amicizia. Prima che essere noi a presentarci alla casa del Signore è lui che si presenta alla nostra casa per essere accolto nei luoghi della nostra esistenza. E quando lui bussa è per farci partecipi del suo tempo, della sua vita, della sua eternità.

Capiamo così che il nostro tempo è riscattato dalla banalità del suo scorrere ed è assunto da Dio. Dio veglia continuamente sul tempo dell’uomo: “Il Signore veglierà su di te quando esci e quando entri, da ora e per sempre” (Sal 121,8). Ogni frammento del nostro tempo è custodito e vegliato dalla fedeltà del suo amore. Il fatto che Dio vigili sul nostro tempo, il suo custodirlo, dà ad esso dignità e valore indicibile. Il tempo dell’uomo è il settimo giorno di Dio: è il tempo in cui il Padre veglia in attesa del ritorno del figlio che si è allontanato. Il tempo, perciò, non è uno spazio vuoto, un luogo neutro, ma partecipazione alla vita di Dio. Con l’incarnazione il Figlio di Dio fa suo il tempo degli uomini tanto da arrivare a desiderare la loro compagnia: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me” (Mt 26,38).

Come fare, allora, a vivere il tempo come luogo in cui il Signore viene continuamente a bussare alla porta della nostra vita?

Innanzitutto, mi sembra opportuno precisare, che il vivere perennemente in attesa del ritorno del Signore non significa evadere dalla storia, ma anzi è vivere la storia a partire dall’orizzonte verso cui è incamminata.

Discernere

All’invito evangelico a vigilare fa riscontro, nella nostra esperienza, la capacità di discernere, di distinguere le cose essenziali dalle accessorie, le cose che passano da quelle che restano. E questo non per deprezzare i beni accessori o quelli che passano, quanto piuttosto per avere un criterio di valore che permetta di accoglierli e di viverli nella loro pienezza relativa, nella loro bontà autentica.

Chi sa che il Signore continuamente viene nella sua vita, si sente chiamato a vivere con responsabilità (respons-abile) e con consapevolezza ogni atto, ogni gesto alla presenza di Dio, e comprende che il valore supremo di ogni scelta morale sta nell’impegno di essere gradito al Signore. Il Signore diviene così il criterio della mia decisione qui e ora. Il discernimento tra ciò che è penultimo e ciò che è ultimo e definitivo diventa la capacità di esprimere ed esercitare la mia responsabilità.

L’atteggiamento spirituale della vigilanza è un continuo riferire al Signore che viene, la propria vita e la vicenda umana, nella luce della fede che ci fa camminare da pellegrini verso la patria e ci permette di orientare a essa ogni nostro atto.

Sobrietà

Nella predicazione apostolica spesso l’invito a vegliare è legato a quello ad essere sobri: “Siate sobri e vegliate! Non dormiamo come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri” (1Ts 5,6). Sobrietà è sinonimo di vigilanza tanto che lo stesso termine greco viene tradotto ora con l’una ora con l’altra di queste due parole. La fonte di questo insegnamento sulla sobrietà è Gesù stesso quando dice: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita…” (Lc 21,34).

La sobrietà indica certamente l’astenersi da eccessi nel bere, nel mangiare, nel parlare, ma indica principalmente un atteggiamento interiore, un’assenza di esaltazione, di entusiasmi sciocchi. E’ uno stato di costante controllo e di presenza a se stessi. Paolo usa lo stesso termine per indicare una giusta valutazione di sé, come sinonimo di umiltà: “Non valutatevi più di quanto conviene valutarsi, ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione” (alla lettera: in modo sobrio) (Rm 12,3-16).

Vivere costantemente rivolti al Signore che viene permette di vivere quella libertà interiore che sola è in grado di liberarmi dalla paura di dispiacere e dall’ansia di piacere agli altri. Sono libero anche rispetto alle cose materiali, rispetto ai beni, alle istituzioni, al consenso sociale. Vorrei far notare che si tratta di una mentalità, prima ancora che una serie di comportamenti concreti.

“Gesù,

fammi parlare sempre
come fosse l’ultima
parola che dico.
Fammi agire sempre
come fosse l’ultima
azione che faccio.
Fammi soffrire sempre
come fosse l’ultima
sofferenza che ho da offrirti.
Fammi pregare sempre
come fosse l’ultima
possibilità,
che ho qui in terra,
di colloquiare con Te”
. (Chiara Lubich)

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