Al centro l’amore – Per prepararsi alla domenica (Solennità di Cristo Re)

DSCN1183Sembrerebbe un vangelo laico quello odierno. Nulla di confessionale o di religioso, immediatamente. Tutto dal versante dell’uomo, della vita, delle relazioni intrattenute. E paradossalmente, proprio perché tutto dal versante dell’uomo, anche tutto dal versante di Dio. Il senso della vita in quello che siamo stati capaci di condividere con fratelli e sorelle in umanità. E noi che per anni abbiamo teorizzato cosa fare finalmente per avere accesso a Dio.

Anche alla fine il Signore Gesù non cessa di sorprenderci. Di domenica in domenica abbiamo provato a seguirne le orme accogliendo di volta in volta la bellezza e il fascino di una parola che mentre ci rivelava il volto di un Dio che si fida dell’uomo, ci portava fuori dal nostro piccolo cabotaggio.

Ora, all’ultimo appuntamento dell’anno liturgico, ci aspetteremmo chissà quale consegna, chissà quale messaggio. E lui, ancora una volta, anche stavolta, con la forza sorprendente della sua parola ci consegna una lettura della storia a partire dalla fine. E così racchiude tutto in cinque parole: lo avete fatto a me. Tutto qui. Al centro l’amore: un amore declinato attraverso il prendersi cura, l’avere occhi, gesti, mani, attenzione per chiunque incrocia i nostri passi facendosi mendicante. Ecco ciò che rimane, ciò che è definitivo, ciò che conta e ciò per cui vale la pena spendere la propria vita.

Viene il regno di Dio tutte le volte in cui qualcuno mette tutta la propria passione nel riscatto e nella riconciliazione degli uomini. Viene il regno di Dio quando qualcuno è riportato alla vita ed è restituito alla dignità di poter ancora sperare. Quando questo accade, lì risplende la regalità di Dio. Lì c’è Dio. Ne siamo o meno consapevoli.

Ancora alla fine acqua versata e pane spezzato. Vangelo possibile a chiunque, a portata di mano, dell’umile misura di un bicchiere d’acqua. Vangelo messo in pratica anche da chi non ha mai conosciuto il Signore: quando, Signore? La sorpresa, appunto. Questo è il vangelo: acqua, pane, un tetto, un vestito, una visita. E chi non lo capisce questo vangelo? Qui non c’è nulla da imparare a memoria. Come non ci sono appartenenze da rivendicare.

Di nuovo la sorpresa perché anche alla fine Gesù non ci racconta un Dio onnipotente, ma un Dio che ha fame, un Dio che prova sete, un Dio che fa sua tutta la vulnerabilità dell’uomo e perciò chiede di essere riconosciuto e accolto su questo versante. A tema la corporeità e la concretezza della prassi evangelica di cui tutti possono essere costituiti segno, anche a loro insaputa. Il regno di Dio non è una realtà circoscrivibile ai confini della Chiesa ma alle dimensioni dell’amore di ogni uomo. Interessante, non poco, scoprire che in ordine alla relazione con Dio non ci sono posti già riservati ed esclusivi. Questo è l’inedito del vangelo cristiano contro cui nessuno può nulla. Che è anche ciò che lo rende più luminoso.

Vita benedetta quella non attraversata dalla volontà di mettere al sicuro anzitutto se stessa, i propri legami, le proprie cose. Vita benedetta quella di un gran numero di uomini e di donne che ogni giorno vìola l’impulso irresistibile alla cura di sé mediante il prendersi cura di un altro. Vita benedetta quella di chi non persegue una sua perfezione religiosa ma quella capace di offrire riscatto alla debolezza dell’altro così come fa capolino nella tua storia. Una fede che pretende di manifestare la serietà dell’amore di Dio non va da sé. Se non viene destinata per i gesti del prendersi cura è vana, è già morta. Là dove ci sono persone capaci di praticare la giustizia esse sono una consolazione per chiunque arrivi al mondo e sono la rivelazione più luminosa di ciò che è Dio.

Vangelo stravolto quando si è preteso di leggere la regalità di Cristo in termini trionfalistici, quando per contrastare un totalitarismo politico si è creduto di dover contrapporre un totalitarismo religioso finendo per perdere di vista il monito del Signore quando ai discepoli che rivendicavano titoli di onori e primi posti aveva detto: non così tra voi.

Tanto diverso – vangelo alla mano – il modo in cui Gesù ha esercitato la sua regalità. Catino in mano, asciugatoio ai fianchi, in ginocchio anche davanti al traditore. La regalità di chi si sottomette all’impegno di prendersi cura dei suoi. Fino alla fine. Così regna il nostro re, abdicando a ogni forma di esercizio del potere che possa avere anche solo la parvenza di schiacciare l’altro. I veri signori – secondo il nostro sentire comune – non finiscono mai in croce. Essi comandano e basta. Tutto il resto è debolezza. E invece quei gesti durante la cena simbolo e profezia di quanto sarebbe accaduto l’indomani: non voler prevaricare. A tutti i costi. Per questo regnavit a ligno Deus. Dio regna dalla croce, regna cioè nella gratuità di un amore offerto anche quando non è riconosciuto e accettato. Un amore che mai fa appello alla pretesa di una restituzione o di un contraccambio: esso continua solo a dare se stesso. Regna rinunciando all’esercizio della forza che umilia e annienta.

Al centro l’amore…

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