Dio non si compra – Per prepararsi alla domenica (Ded. Basilica Lateranense)

cacciata dei mercanti dal tempioUna liturgia – quella della Dedicazione – che da una parte riconosce e celebra la presenza di Dio in uno spazio circoscritto e dall’altra allarga prospettive irreversibili.

Racconta un sogno questa liturgia: non imprigionare Dio. Dio è qui ma anche altrove. Dio è più grande di queste pareti e più grande dello spazio che una istituzione ecclesiastica gli conferisce. Dio è oltre le nostre parole, oltre le nostre definizioni come è oltre i nostri spazi: questi, semmai, sono solo sacramento di lui, segno di lui. E noi, di domenica in domenica veniamo qui proprio a farci discepoli di un Dio che riconosciamo e incontriamo presente in quest’assemblea e nondimeno abita anche i nostri spazi. Veniamo qui per non perdere questa memoria. In guardia, dunque, dalla tentazione di circoscrivere, di restringere, ridurre.

I giudei di cui ci parla il Vangelo intuiscono che il gesto di Gesù non è soltanto un’operazione di pulizia, ma porta molto più lontano, va letto più in profondità. I discepoli stessi lo comprenderanno solo quando Gesù fu risuscitato dai morti. Cosa c’è dietro questo gesto di Gesù?

Dire: via gli animali dal tempio – e perciò i correlativi cambiavalute – significava dichiarare concluso quel rapporto religioso improntato ad una logica di prestazione: a tanto, tanto. Hai fatto questi gesti, hai detto queste parole, hai dato questa offerta, hai adempiuto il precetto, poco importa se tutto ciò era senz’anima, hai assolto il tuo debito con Dio, hai comprato Dio; ma, ahimè, hai ridotto la fede a mercato. E la casa del Padre, segno per eccellenza della gratuità di Dio, dove tu non sei accolto per le tue capacità, i tuoi meriti, le tue benemerenze, ma perché sei amato, ridotta ad uno scambio di cose. Quel culto antico non aveva più niente da offrire. E tuttavia lo si portava avanti, scrupolosamente.

Ma ecco la collera di Gesù che facciamo fatica a comprendere. Collera che è tutta da apprendere. Ci è più facile misurarci con il Gesù che dice di essere mite e umile di cuore. Molto meno con il Gesù “ribelle”, con il Gesù che non si rassegna ad uno status quo che ha pervertito il rapporto tra Dio e l’uomo. Quando c’è di mezzo Dio e quando c’è di mezzo il rapporto dell’uomo con lui per Gesù è necessario ribellarsi. Anche con forza. L’indignazione: quel sentire e quella pratica che noi non riusciamo più ad esercitare finendo per ingoiare tutto e tutti, impunemente. Se, infatti, non si adirasse egli si renderebbe complice di quello scandaloso commercio di denaro e bestiame che si compiva nel tempio durante la Pasqua.

Dio non si compra. Al linguaggio di Dio non appartengono parole come vendere e comprare, ma una parola ben diversa: donare. E per ribadirlo non ricusa di buttare all’aria tutto il mercato. Violenza usata mai contro qualcuno ma contro monete, banchi. E animali cacciati via. Più che gesto quello di Gesù è un grido, grido pieno di dignità, il grido che dice la volontà di non sottomettersi alla meschinità e all’arroganza della classe sacerdotale che pretendeva di gestire il rapporto con Dio senza conoscere più nulla di ciò che a quel Dio stava veramente a cuore. Quando si finisce per gestire, “amministrare” le cose di Dio ma con quel Dio non si ha nessuna frequentazione!

Gesù grida per rivendicare ciò che era un diritto e che, invece, veniva gestito, venduto, negoziato e con arroganza posseduto. È il grido di un povero che irrompe nel silenzio che vorrebbe mantenere l’ordine precostituito del tempio ufficiale. È il grido che irrompe in un ordine apparente del gioco inventato dai sacerdoti tra sacro e profano: quello che era un evento di liberazione – la Pasqua – era diventato motivo di dissanguamento del popolo in nome di Dio: non trasformate… Gesù dà voce, così, al grido di tutti coloro che salivano al tempio per trovare grazia, per fare esperienza di misericordia. Il grido di Gesù attesta la nostalgia di altro, l’alternativa al tempio: parla di casa (la mia casa), luogo per eccellenza di relazioni libere, franche, nel segno della fiducia e della gratuità, luogo del linguaggio confidenziale (casa di preghiera) e parla di corpo, cioè di vita, non di strutture. Un corpo da ricostruire al più presto: in tre giorni. Al tempio sostituisce l’uomo. Ecco la novità, ecco qual è il luogo di Dio. Non c’è uno spazio sacro accanto a quello profano.

Non è questione, allora, di dare semplicemente una ripulita, un’aggiustatina al vecchio culto facendolo diventare meno mercantile. Non è questione neppure di un abbellimento dei riti. No. D’ora in poi chi vorrà cercare un luogo dove trovare Dio non dovrà distogliere lo sguardo dall’uomo Gesù, dovrà guardare alla vita di Gesù: essa è, d’ora in poi, la manifestazione visibile dell’invisibile Dio.

Se il dio della religione necessita di un tempio e di un culto, il Padre, invece, ha bisogno di figli che gli assomiglino. L’assomiglianza al suo amore è l’unico culto che il Padre richiede.

Il culto, dunque, anche questa liturgia, non è un assoluto. Questa liturgia è subordinata alla nostra fede e alla nostra vita. La prima liturgia per ciascuno di noi è la nostra capacità di dedizione, la nostra capacità non di offrire qualcosa ma di offrire noi stessi. “Non hai voluto né sacrificio né olocausto” – dirà il salmo 39 – “un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco io vengo”. Tutta l’esistenza – un corpo, cioè qualcosa di tangibile, concreto – reinterpretata come un vivere nell’amore.

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