Nessuno mandato via – Esequie Rosa Caputi

legameIn questa vigilia di Tutti i Santi, mentre già intravediamo il mistero di luce che ha avvolto e motivato l’esistenza di tanti uomini e donne che, dando credito a Dio, si sono lasciati guidare dallo Spirito di Dio, ci ritroviamo a misurarci con la dimensione di fatica che l’esperienza della separazione e dell’assenza porta con sé. E noi chiamati a tenere insieme entrambi i momenti, a non disgiungerli. La tenebra vista dalla prospettiva della luce, il venerdì santo da quella della Pasqua.

Rosa ha chiuso la sua lunga esistenza terrena, ieri mattina, pressoché all’improvviso, tanto che la sua scomparsa ha colto di sorpresa quasi tutti, avendola vista nel pieno delle sue forze fino a qualche giorno fa. Lunga la sua esistenza e provata dal dolore della perdita di un figlio. Confortata però dalla assidua presenza degli altri che ne hanno assicurato una vecchiaia serena e benedetta.

Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori…

È da questa prospettiva che vogliamo commemorare questa dipartita. Dalla prospettiva del Dio che non caccia via. L’accoglienza incondizionata il tratto del Signore Gesù che più ha rivelato il cuore di Dio. Egli non manda via nessuno ma tutto e tutti accoglie perché questa è la volontà del Padre che lo ha mandato. Fedele è il suo amore verso di noi: per questo nelle sue mani osiamo mettere la nostra vita e le nostre morti, le nostre speranze e le nostre perdite.

Aveva accolto scismatici come i samaritani, gente di cattiva reputazione come una prostituta, i marginalizzati di ogni specie dai lebbrosi ai malati ai poveri considerati impuri. Aveva accolto ricchi e pagani, l’uomo sincero che lo cercava di notte e i farisei che tramavano contro di lui. Nessuno mandato via.

Accoglierà per questo anche il rinnegamento, il tradimento, la solitudine e l’abbandono. E da ultima accoglierà la morte come evento drammatico, certo, ma non per questo meno fecondo. Il luogo della maledizione per antonomasia, espressione dell’amore senza limiti persino per coloro che quella morte avevano inferto.

Dalla prospettiva del Dio che tutto accoglie, comprendiamo come ogni accadimento chieda, certo, un morire al proprio modo di vedere il mondo, le cose, l’altro, Dio e dischiuda, se accolto, una nuova fecondità.

Sperimentiamo già qui, già ora la forza della risurrezione quando siamo capaci di accogliere la vita in tutte le sue sfaccettature, anche nell’atto del morire che è pur sempre un evento nel quale entriamo da viventi. Questo stile coincide con il progetto del Padre: non perdere nulla di quanto egli mi ha dato. Tutto il rapporto con l’altro che “accade” nella nostra esistenza riconsegna alla nostra fede la capacità di domandarsi che cos’è, di non darla mai per scontata. Quell’accogliere in maniera incondizionata nasce dalla consapevolezza che ogni incontro aveva a che fare con Il Padre: “so solo che da qualunque parte ci sei tu” (Pattaro).

Era accaduto anche a Gesù quando aveva letto il suo morire in una prospettiva che a noi destabilizza: è bene per voi che io me ne vada… nessuno ha il potere di togliermi la vita: sono io che ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo… A tutta prima una morte subita, in realtà morte accolta con consapevolezza, attesa, preparata, messa in conto come espressione di una diversa fecondità del suo rapporto con i suoi.

E noi oggi prolungamento di questo stile che tutto e tutti accoglie, che a tutto e a tutti conferisce diritto di parola nella nostra esistenza, anche alle nostre morti, se è vero che è proprio da una morte accolta e vissuta con amore e per amore che è scaturita per noi la possibilità di continuare a sperare. Da una morte non maledetta ma nella quale qualcuno – il Figlio Gesù – ha osato entrare affidandosi al Padre.

Quando qualcuno ci lascia, sappiamo che con lui è morto anche qualcosa di noi ma nello stesso tempo la sua dipartita attesta ciò che rimane oltre la morte: il legame dell’amore, l’unica cosa essenziale per non maledire la vita.

I volti e i nomi dei nostri cari ritrovano possibilità di parola in noi diventando così maestri di vita, insegnandoci ad amare volti e nomi di cui ancora godiamo perché hanno vincolato la loro alla nostra esistenza, insegnandoci a dare il giusto peso a gesti, parole, sguardi che non sono mai senza ricaduta.

Paradossale ma vero: la perdita restituisce a noi la preziosità dell’altro per noi. Le numerose perdite già annoverate ci aiutino a dare valore a ciò di cui ancora possiamo gioire, senza rimpiangere occasioni che non ritornano.

Sarà attraverso la nostra personale esperienza di perdita che potremo vedere a faccia a faccia colui che non perde nessuno di coloro che gli sono stati affidati. Non diversamente da come è accaduto più volte nella nostra storia: abbiamo conosciuto il volto della misericordia solo nella nostra totale e confessata insufficienza, nel nostro limite, nel nostro peccato, nel nostro perdere.

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