Fino alle lacrime – Esequie Zio Antonio La Salvia

224357_1886150767541_3775196_nIeri mattina alle 10, zio Totonno ha chiuso la sua avventura terrena dopo qualche settimana di sofferenza in cui la sua vita era stata appesa ad una macchina. Qualche giorno fa, insieme a don Marcello, facendogli visita, gli avevamo amministrato i sacramenti e proprio al termine del rito, quando avevo provato a chiamarlo, aveva scosso la testa, quasi a voler significare il suo avermi riconosciuto. Di lì a poco, infatti, anche se per poco tempo, riconoscerà anche i suoi cari che erano andati a fargli visita.

Aveva conosciuto il dramma dell’emigrazione dell’immediato dopoguerra. Era rimasto in Brasile per 17 anni e poi aveva fatto ritorno in Italia dove aveva dato luce alla sua famiglia, cui era molto legato. Un uomo intelligente, dotato di senso pratico, arguto. E anche se aveva sempre da ridire – borbottava sempre – da uomo navigato qual era, nascondeva in realtà una pronta capacità a commuoversi, come più volte mi è capitato di registrare.

Lo salutiamo in un giorno in cui la liturgia ci fa dono del lamento di Gesù su Gerusalemme. Dio ci visita non con forza né costringendoci all’evidenza: lo fa con molta misericordia.

Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli….

Ecco la lieta notizia, che la liturgia si incarica di recarci: un Dio che con gesto di tenerezza continuamente mette al riparo i suoi figli. Addirittura Gesù ne fa un progetto di vita perché, afferma, questo è ciò che vuole il Padre.

Volontà di Dio, allora, non è un disegno incomprensibile e dispotico che incute timore all’uomo per quello che da un momento all’altro gli si potrebbe chiedere, bensì il progetto per cui il Padre vuole che nessun uomo si perda. Ci verrà addirittura ripetuto che il Figlio dell’uomo è venuto proprio per questo: a cercare e a salvare ciò che era perduto.

Dunque, la custodia di ognuno e di ogni cosa è ciò che sta a cuore a Dio e che Gesù assume come stile di vita. Un Dio che di fronte alla nostra resistenza a lascarci raccogliere da lui non si abbandona a invettive ma a lacrime.

Cosa sono le lacrime? Sono l’amore trasformato in dolore, sono l’amore ridotto all’impotenza nel vedere qualcuno imboccare una strada evidentemente senza uscita. In quei casi ci si sente messi a morte solo per aver voluto bene. “L’amore non è amato, l’amore non è amato”, andava ripetendo Francesco d’Assisi in lacrime, dopo aver ricevuto le stimmate.

Le lacrime di Gesù sono il segno di una passione continuata, versate tutte le volte in cui, come bambini capricciosi, preferiamo restare attaccati al nostro muso lungo, al nostro orgoglio, perdendo così un’occasione che chissà se e quando si ripresenterà.

La liturgia non si attarda nel soddisfare la nostra curiosità circa l’aldilà che noi in genere immaginiamo come una riedizione migliorata della nostra presente condizione. Per la liturgia basta sapere quello che sta a cuore a Dio e che è senz’altro a vantaggio dell’uomo. Dio ha una intenzione amorevole nei nostri riguardi, il suo desiderio è quello di entrare in comunione con noi sin da ora per poi giungere alla pienezza della risurrezione, nell’ultimo giorno. Noi portati nel palmo delle mani di Dio e affidati al Figlio Gesù. È questa consapevolezza che ci permette di attraversare anche i giorni in cui umanamente viviamo l’esperienza delle separazioni e dei lutti.

Non ci interessa, allora, il come sarà la vita dopo la morte ma il perché possiamo sperare una vita dopo la morte: perché Dio è fedele fino alla fine. Nulla potrà fermare il suo progetto. E questo ci basta.

Perché come cristiani ci ritroviamo ad ascoltare il vangelo anche nel momento più drammatico come è quello della morte? Perché crediamo che “nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia” (“Credo” di don Michele Dho). Dio custode delle nostre perdite. Persino le lacrime versate Dio conta: le mie lacrime nell’otre tuo raccogli.

Certo, per noi, garanzia di speranza sarebbe il sentirsi preservati, al riparo da lutti e lacerazioni. La fede nella risurrezione, tuttavia, ci attesta di una vita più forte della morte, di un amore più forte dell’odio.

E noi che veniamo a nutrirci del corpo e sangue del Signore Gesù, riceviamo già la primizia, l’anticipo di quella esperienza che vivremo in pienezza alla fine. Che cosa testimonia che riceviamo la caparra di una vita nuova? La nostra disponibilità a far sì che nulla vada perduto. Comincia qui la vita eterna nella misura in cui facciamo esperienza di un Dio che ha premura persino dei frammenti della nostra esistenza e che, perciò, crediamo, aprirà varchi di speranza anche alla nostra morte. Un Dio che quando siamo tentati di credere che non c’è più una via d’uscita apre varchi, varchi insperati e inattesi. Lo aveva aperto nel passaggio del Mar Rosso, lo aveva aperto alla morte del Figlio, lo aprirà alla nostra morte e lo apre a quella dei nostri cari.

È bello pensare alla comunità dei credenti come ad una comunità di uomini e di donne che hanno a cuore di non perdere nessuno e se mai qualcuno potrà perdersi, non darsi pace finché lo si sarà ritrovato. A immagine del nostro Dio che proprio di questo ha cura.

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