A scuola di umanità – XXX Domenica del T.O.

comandamento amore 3L’uomo della teologia era andato da Gesù per misurarne l’ortodossia. E così il luogo per eccellenza della spiritualità, qual era il tempio di Gerusalemme, diventa il luogo in cui si da scacco matto a colui che viene percepito come avversario. L’uomo del tempio avrebbe voluto sentire il parere del maestro sulla dottrina dell’amore: la vita ridotta a parole, a proclami. Quell’uomo conosceva le leggi ma aveva smarrito il senso di quelle norme. E invece si ritrova a dover fare i conti non con un discorso sull’amore ma con l’invito a cominciare ad amare.

Nelle parole di Gesù si coglie una constatazione e una domanda.

La constatazione, anzitutto: l’esperienza religiosa ridotta a un’intricata casistica di cui si era persa l’anima. Quando questa è ritrovata, il resto si manifesta come un castello di sabbia. Non si può ridurre la vita a una precedenza tra precetti (ne avevano creati ben 613, 365 al negativo, 248 al positivo): quale devo osservare per primo? E poi non riconoscere il modo in cui Dio stava parlando alla loro esistenza. Tanto è vero che sarà proprio in nome di quelle leggi che verrà messo a morte il Figlio di Dio: per osservare le leggi hanno tradito la Legge.

Non è questione di pagare dei pedaggi esteriori, ripete il Signore Gesù; si tratta piuttosto di riconoscere ciò che Dio ha compiuto nella tua storia. Ciò che conta non è fare qualcosa per Dio ma il diventare come lui: siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36).

A cosa serve, infatti, l’obbedienza a una norma se questa resta soltanto qualcosa di estrinseco? La norma, infatti, è data perché attraverso di essa noi veniamo trasformati dal di dentro.

Poi la domanda: che amore è mai il tuo per Dio quando la tua vita è cristallizzata nella rigida osservanza di una norma che rischia di essere solo un modo per tutelare la tua esistenza? Che amore hai tu per Dio quando le tue giornate non riescono a declinarsi secondo la logica del dono ma soltanto del trattenere e del preservarti? Che amore è mai il tuo per Dio quando ti senti pago di un atto di devozione mentre non provi alcuna sollecitudine fraterna per chi ti sta affianco? La verifica del tuo amore per Dio non è nell’ostentazione di una condotta irreprensibile (quanti principi morali decantati a fronte di una questione morale per nulla praticata!) quanto nell’aver praticato la giustizia e la misericordia. Il prossimo non è mai qualcosa di oggettivabile una volta per tutte: prossimo è colui al quale io mi rendo tale, colui del quale io mi faccio prossimo.

Nel suo testamento, don Lorenzo Milani scriverà ai suoi ragazzi di Barbiana: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze”.

Se non ami l’altro, non stai facendo nulla per Dio. Mentre chi ama l’altro è già sulla strada di Dio. Quanta scuola di teologia ha bypassato abbondantemente la scuola dell’umanità alla quale ci rinvia il Signore Gesù per cominciare a balbettare qualcosa su Dio!

È vero: l’altro non sempre è amabile. La sua prossimità è non poche volte un ostacolo, un intralcio. Che cos’è che mi permette di non vivere l’altro soltanto come un problema se non la memoria del fatto che io per primo sono stato amato da Dio quando io stesso ero lontano da lui?

In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi (1Gv 4,10).

Trovo molto interessante la diversa traduzione di Lv 19,18: Amerai il tuo prossimo, egli è come te (M. Buber). Prima ancora che essere io la misura dell’amore dell’altro, devo imparare a guardarlo secondo la giusta prospettiva: imparare a riconoscere che tutti gli umani sono fallibili. L’altro è invocazione permanente a convertirmi alla realtà così come accade sotto i miei occhi: imparare ad assumere il nome, il volto, la storia dell’altro per non vivere relazioni disincarnate.

Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1Gv 4,20).

La comune partecipazione di una stessa esperienza di fragilità è ciò che deve restituirci lo sguardo appropriato per stare all’interno dei nostri rapporti: io non sono diverso da lui, sono fallibile tanto quanto lui e perciò bisognoso di essere amato proprio come lui.

Al teologo che vorrebbe metterlo a tacere, Gesù fa comprendere che la sua richiesta di delucidazioni dovrebbe cedere il posto alla preghiera umile: Insegnami l’arte dell’amore. Che cos’è la nostra esistenza se non una scuola permanente dell’arte di amare?

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