Una nuova dimora – Esequie Giovanni Oriolo

messeIeri notte, il Signore della vita ha chiamato a sé la cara esistenza di Giovanni, portando a compimento l’opera più difficile che sia affidata ad un uomo. Egli, abile costruttore di case, è stato chiamato ad entrare in una dimora non costruita da mani d’uomo ma preparata da Dio stesso. La vita di ognuno di noi potrebbe essere letta come un mettere a disposizione di Dio tutto ciò di cui siamo capaci per poter abitare in una casa in cui sentirci finalmente a nostro agio. Compito di ciascuno di noi, proprio come un abile costruttore, è quello di discernere continuamente il materiale che occorre perché la casa della nostra vita sia degna di un uomo.

I ricordi di Giovanni sono tanti, essendo il papà di Sandro mio compagno di scuola e di giochi sin dalla nostra infanzia. Ma ce n’è uno che mi è sempre rimasto impresso: lo vedevo sempre come un uomo distinto, come un galantuomo.

Noi lo salutiamo nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa di san Luca evangelista e la liturgia ci fa dono di una pagina tra le più belle del vangelo.

Un giorno aveva incontrato ad un pozzo una donna di Samaria alla quale aveva svelato il suo vero volto di Messia. Un incontro impensabile con una donna le cui condizioni non erano certo le più idonee a poter ricevere una tale rivelazione. E, ai discepoli che erano piuttosto stupiti del suo intrattenersi a parlare con una donna, appunto, Gesù aveva rivolto delle parole che credo siano il retroterra della nostra pagina evangelica: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E mancavano ancora quattro mesi, perciò si era d’inverno.

La messe è molta… Mi pare indichi un primo passaggio da compiere: dalla lamentela al riconoscimento, dal lamentarsi di ciò che manca al riconoscere ciò che c’è già.

Ai discepoli inviati in missione, a noi dunque, è chiesto di partecipare della sua stessa capacità di guardare il mondo, la storia, gli altri. La messe richiama il raccolto, non la semina: c’è una umanità, sembra dire Gesù, che attende con impazienza uomini e donne capaci di cogliere le sue istanze più vere. Là dove saremmo portati a vedere solo impossibilità e incapacità ci sono già i segni del nuovo. Occhio ai germogli, dunque.

La messe indica qualcosa che c’è già e che va riconosciuto. Come guardo questo mio mondo, questa mia vita? Sono capace di riconoscere i germogli teneri, fragili, forse, che nondimeno già annunziano qualcosa di nuovo che anela a nascere?

A noi tentati di guardare la realtà dal punto di vista di ciò che manca, Gesù consegna l’invito a farci esploratori di quella ricerca del nuovo che attraversa le pieghe della storia.

Al dire di Gesù non manca il raccolto ma operai che sappiano riconoscerlo. Questo deve farci pensare e non poco: mancano uomini e donne che riescano ad andare in profondità, là dove si annidano i desideri più veri dei loro fratelli. Per questo abbiamo bisogno di pregare il padrone della messe: ciò che manca è gente in grado di accompagnare i travagli, le nascite, di portare a gestazione mondi ancora inesplorati ma non per questo irrealizzabili.

I discepoli sono inviati a due a due perché ad annunciare la vicinanza del regno di Dio è solo la testimonianza di una esperienza di comunione. Là dove ci sono uomini e donne che si sostengono a vicenda, lì c’è Dio. È solo una vita capace di relazione che annuncia la presenza del Signore. È per questo che l’annuncio del vangelo mal si coniuga con il dispiegamento di forze o di chissà quali strategie.

A due a due perché nessuno di noi ha l’esclusiva del vangelo: ciascuno di noi ne rivela sempre e solo una parte che necessita dell’apporto dell’altro.

Discepoli sì, allora, ma a piedi scalzi, vale a dire senza potere e senza forza.

Discepoli sì, ma contrassegnati da una vita semplice che non conosce arroganza.

Discepoli che annunciano la pace nella misura in cui sono operatori di pace.

Ai discepoli Gesù chiede di accogliere la non accoglienza ribadendo comunque la sua vicinanza: sappiate che il regno di Dio è vicino.

Un’ultima annotazione la trovo nel numero dei discepoli inviati: 72 perché tanti erano i popoli che si credeva esistessero sulla terra. Un annuncio, un’esperienza, quella della vicinanza di Dio, che non conosce esclusione di sorta: nessun uomo, nessuna esperienza, nessun aspetto di noi è escluso dalla possibilità di essere raggiunto dalla vicinanza di Dio.

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