Restituire – Prepararsi alla domenica (XXIX del T.O.)

date-a-cesareAlquanto familiare e proverbiale il detto di Gesù riportato dalla pagina evangelica: date a Cesare…. Mai parole più fortunate. Spesso sulle nostre labbra quando siamo sollecitati a ristabilire le parti di un contenzioso. Ancora sulle nostre labbra quando si tratta di stabilire la totale autonomia di un potere politico completamente disgiunto da tutto ciò che attiene all’ambito spirituale: un conto è l’anima, un conto è la vita con tutto il suo ordinamento.

Una prospettiva troppo angusta e riduttiva quella che si risolve nel definire il tipo di rapporto che deve intercorrere tra realtà profane e sfera del sacro, tra politica e religione, Cesare e Dio. La stessa prospettiva degli interlocutori di Gesù. Ma, come già in quel caso, ancora una volta Gesù allarga l’orizzonte. Gesù non aveva di mira di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di pervenire alle radici stesse del potere.

Ipocriti… Ipocrisia come atteggiamento di chi ha già deciso di non cambiare, di non volersi misurare con la realtà. Atteggiamento di chi vive di parole, vive di riunioni per accordarsi su come misurarsi con un reale che eccede il proprio modo di vedere le cose. La realtà delle cose, così come si presenta, è ciò che destabilizza l’ipocrisia. L’ipocrisia aborrisce l’evidenza. Ma è proprio a questa evidenza che Gesù riconduce gli ipocriti. La moneta di cui dispongono dice che in qualche modo essi riconoscono già un potere.

Gesù – che insegna la via di Dio, come attestano i suoi stessi accusatori – allarga la prospettiva facendo capire che il problema non è schierarsi pro o contro Cesare. Il problema è riconoscere che tutto di te viene da altrove.

Ecco allora l’invito rivolto ai suoi interlocutori di allora e a quelli di sempre a restituire. Non il semplice: date, ma restituite. Che cos’hai di tuo che tu non abbia ricevuto? Tutto ciò che sei, tutto ciò di cui disponi viene da altrove. Restituire… ovvero riconoscere di essere in debito. Verso la vita, verso Dio. Riconoscere che la nostra vita è una rete di debiti. Perciò restituisci quello che hai ricevuto. Restituisci nella e con la vita.

Cesare non è solo lo stato o il potere o la sfera politica. Cesare impersona tutta la dimensione umano-terrena dell’esistenza a cui sono chiamato a restituire ciò che a mia volta ho ricevuto. Che cosa sono disposto a restituire per l’edificazione di quella casa comune che è il mondo, la vita, la storia, le mie relazioni? Il problema scatta quando al Cesare di turno viene attribuita ogni pretesa di signoria. Ecco allora il criterio introdotto da Gesù: restituire a Dio…

Gesù va oltre la questione posta dai suoi interlocutori: Cesare e Dio non stanno sullo stesso piano. E Dio non è un Cesare più grande degli altri Cesari.

Cosa restituire a Dio? Non già delle cose ma me stesso. In me Dio ha impresso la sua immagine quando all’inizio sono stato formato a sua immagine e somiglianza. Gli appartengo, irreversibilmente. Che io ne sia consapevole o meno, proprio come il pagano Ciro.

Perciò altri signori, altre liturgie sono estranee alla vita dei credenti nell’unico Signore. La fede nell’unico Signore non riguarda qualcosa che ha a che fare con l’anima, anzitutto, ma con la vita, non con una vaga spiritualità ma a contatto con la storia dove siamo chiamati a essere immagine di quel volto di Dio che Gesù è venuto a svelare. Un volto che mai si manifesta con i tratti della forza e della potenza ma in quelli dell’umile servire la causa dell’uomo, ogni uomo.

Lui mi ha fatto segno di lui, indipendentemente da una religione. Anche il pagano Ciro di cui ci ha narrato il brano della prima lettura è segno di lui. Io di cosa e di chi sono segno, sono immagine?

Il mondo varia con le sue forme statali. Come regolarsi da discepoli? Né negando né sacralizzando, ma restituendo ciò che spetta a ciascuno e rifiutando ciò che non gli è dovuto.

I rapporti tra Dio e Cesare non si risolvono né con un sì incondizionato, né con un no pregiudiziale. Il rapporto tra Dio e Cesare non può essere risolto teoricamente, in astratto, una volta per tutte. “Ogni generazione cristiana deve chiedersi se, nella concreta situazione storica in cui si trova, essa può continuare a dire: “Dio e Cesare” o deve imparare a dire: “Dio o Cesare” o addirittura “Dio contro Cesare” (P. Ricca).

Non si tratta di essere ribelli facili o per mestiere, ma resistenti alla sovranità umana quando questa vuole usurpare ambiti e spazi all’unico Signore, cui tutti devono essere sottomessi.

È un invito, quello del Signore Gesù, a vivere con sapienza perché sappiamo stare nella storia capaci di discernimento, lontani al contempo dall’adulazione e dal rigetto emotivo. Lo stesso discernimento che fa riconoscere ad Israele la presenza di Dio in un’autorità, Ciro, che non conosce Dio.

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