Solo un bel sogno? (At 2,42-47) – Catechesi Parrocchia S. Agostino, Andria

preghieraCatechesi Parrocchia S. Agostino, Andria, in occasione del 550° anniversario della Dedicazione della Chiesa

Introduzione

Dopo l’ascolto di un brano come quello che è stato appena proclamato, viene spontaneo chiedersi: che cosa ha fatto sì che le nostre comunità cristiane si distanziassero così tanto dal modello della comunità primitiva di Gerusalemme?

È davvero solo un sogno, un’utopia quanto è descritto dagli Atti degli Apostoli?

Quella che Lc presenta a noi non è una comunità idealizzata ma ciò che può accadere in ogni comunità quando il dono di Dio è accolto da credenti che accettano di costruire una nuova storia.

Da dove nasce, infatti, il quadro che è stato presentato a noi dal brano di Atti? Nasce da un evento: era appena disceso lo Spirito nel giorno di Pentecoste e Pietro aveva rivolto parole audaci al popolo che si era ritrovato attorno a lui. A quel popolo Pietro aveva rivolto un accorato appello alla conversione il cui frutto primo è la perseveranza.

La vita della prima comunità cristiana attesta che la Pentecoste diventa storia: la forza dello Spirito genera una vita nuova che, pur vissuta sulla terra, non può che essere frutto dell’opera di Dio stesso. Lo Spirito Santo, infatti, ancor prima che abilitare i credenti ad evangelizzare tutto il mondo, consolida sempre più la comunità al suo interno.

Quando Lc scrive gli Atti siamo intorno al 90 d.C. e la Chiesa ha vissuto non poche traversie e vicissitudini. Per questo egli scrive proprio per infondere coraggio e un nuovo slancio missionario alle comunità cristiane. Per tutti è sempre in agguato la tentazione di cadere vittime delle divisioni sociali come di quelle ideologiche. Per questo è necessario non distogliere lo sguardo da quella immagine di Chiesa che è capace di sfumare i contrasti lasciandosi plasmare dall’azione dello Spirito Santo.

Perseveranti

Che cos’è la perseveranza? È il contrario di un’accoglienza superficiale ed estemporanea. Perseveranza dice continuità, capacità di tenuta: richiama l’impegno profuso nel tempo senza temerlo, ma addirittura facendoselo alleato.

La perseveranza è la prima caratteristica dei discepoli del Signore e perciò di ogni comunità cristiana. Il rapporto con il Signore Gesù non è qualcosa di stagionale o di part-time. Non basta la scelta iniziale se questa non si trasforma in assiduità di frequenza e in perseveranza nei momenti in cui possiamo essere smentiti.

Perseverare non è soltanto un esercizio della volontà: tutte le cose stancano sulla lunghezza. Si persevera, invece, quando non si mette a disposizione del Signore qualcosa di esterno da sé, ma si giunge a mettere a disposizione se stessi, pena il venir meno alla propria identità. È quello che Paolo esprimerà con quel famoso grido: “Guai a me se non predicassi il vangelo”. Guai a me se non perseverassi: oltre che tradire il Signore, tradirei me stesso.

La perseveranza non è mai infeconda: non è forse vero che se noi siamo qui è grazie alla perseveranza di tanti fratelli e sorelle nella fede? Non dimentichiamo ciò che diceva Tertulliano: “il sangue dei martiri (la capacità di perseverare fino alla fine, anche a costo della propria vita) è il seme di nuovi cristiani”.

Gli ambiti nei quali i discepoli perseverano sono 4:

  • nell’insegnamento degli apostoli
  • nella comunione
  • nella frazione del pane
  • nelle preghiere.

L’insegnamento degli apostoli

La comunità si edifica attorno a un pilastro imprescindibile: l’ascolto della Parola di Dio. L’insegnamento degli apostoli era l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù: imparare a guardare la propria vita e quella della comunità alla luce di questo evento. Guai a prescinderne! Il rischio – tutt’altro che remoto anche per noi – è il mero registrare una cronaca senza sbocco. Compito prioritario di ogni comunità è aprire la propria mente alla comprensione delle Scritture grazie alle quali tutto acquista una prospettiva nuova. Noi non ci ritroviamo insieme attorno al pensiero di qualcuno che possa esserci più o meno gradito: ci ritroviamo insieme attorno a un fatto. Noi stiamo insieme in virtù della fede, non per altre ragioni né di tipo politico, né organizzativo né psicologico.

Quando nelle nostre comunità si registrano divisioni, dovremmo interrogarci per quale motivo esse sorgono. Lo stesso vale per i legami. Non è forse vero che spesso legami e divisioni scattano per altri motivi che nulla hanno a che spartire con la nostra fede?

Tra di noi c’è una unità superiore in base alle quali verificare ogni cosa.

Quali momenti di ascolto e di confronto con la Parola di Dio questa comunità scegli di fare suoi?

L’ascolto della Parola esige un impegno serio e continuato: la frammentarietà non porta a nulla; così come non porta a nulla – anzi disperde anziché edificare – una lettura che privilegiasse l’interpretazione personale a scapito di quella comunitaria che dice riferimento ai Dodici.

Abbiamo bisogno ogni giorno di più di mantenerci agganciati alla testimonianza degli apostoli se vogliamo restare fondati nella fede.

La comunione

La comunione, ancor prima che frutto di una nostra strategia, è dono che viene dall’alto. Noi siamo stati immersi in una relazione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. La comunione è ciò che Gesù ha chiesto al Padre proprio la vigilia della sua passione: “Come tu Padre sei in me, siano anch’essi una cosa sola come noi” (Gv 17,21ss).

La comunione, poi, si costruisce nell’obbedienza al comandamento dell’amore: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Si resta fedeli al comandamento nuovo quando si assume uno stile umile: non c’è amore senza umiltà. Non è forse questo il modo in cui Cristo ci ha amati? Scrive Paolo in Fil 2: “Ognuno di voi, in tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”. Per costruire legami di fraternità è necessaria la mitezza, ossia il mettersi da parte perché l’altro possa esprimersi, addomesticare la propria forza facendo sì che essa sia uno strumento per l’incontro e non per lo scontro con l’altro.

La comunione si esprime come disponibilità nel portare gli uni i pesi degli altri (Gal 6,2); si manifesta ancora non tanto in una uniformità (tutti fanno la stessa cosa) ma nella unanimità, nell’avere cioè “un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32); si manifesta pure nella condivisione dei beni da fa sì che l’indigenza di alcuni sia colmata dall’abbondanza di altri.

L’ascolto del Vangelo non è mai superficiale solo quando esso giunge a mettere in circolo le nostre capacità e le nostre risorse. Chi ha sperimentato sulla sua pelle il dono di Cristo che nulla ha trattenuto per sé, risponde con liberalità al dono ricevuto mettendo in comunione carismi e beni.

La comunione ha una precisa finalità: che ciascuno abbia ciò di cui ha bisogno per vivere e che quelli che non ne hanno possano contare sulla solidarietà e sulla generosità degli altri. Non si rinuncia ai propri beni per desiderio di essere poveri ma perché non ci siano più poveri tra i fratelli. «Erano un cuor solo e un’anima sola» (4,32): la solidarietà cristiana coinvolge tutta la persona e in tutte le dimensioni concrete del vivere quotidiano.

La frazione del pane

Questa espressione designa la cena eucaristica. Perseverare nella frazione del pane significa che ogni volta che siamo attraversati dalla fame di qualcosa di vero sappiamo a quale mensa fare ricorso. Perché è importante perseverare nella partecipazione all’Eucaristia? Perché se voglio toccare con mano fino a che punto sono stato amato, devo prendere parte all’Eucaristia, nella quale Gesù non offre qualcosa ma se stesso in modo gratuito. Perseverare nella frazione del pane è ciò che ci permette di restare in una dinamica di dono, se è vero che noi diventiamo quello che mangiamo.

È proprio la partecipazione all’Eucaristia che ci strappa da quelle derive individualiste che serpeggiano qua e là tra di noi. È ancora la partecipazione all’Eucaristia che permette di vivere la logica della riconciliazione: proprio il nutrirsi di Cristo pane di vita nuova è ciò che permette di riconoscere e affrontare le forze insidiose della divisione.

Le preghiere

Si tratta, verosimilmente, della preghiera dei salmi che scandiva il ritmo dell’intera giornata, precedendo e accompagnando ogni avvenimento. Si tratta di una preghiera modulata secondo le varie circostanze e i vari stati d’animo: dalla lode alla supplica, dall’intercessione al ringraziamento, dalla richiesta di perdono all’invocazione di aiuto. Proprio questa assiduità nella preghiera fa sì che il credente viva nel clima della fede e della presenza di Dio.

Questo è uno degli aspetti che più dovremmo recuperare con più determinazione: vivere ogni cosa alla presenza di Dio.

La stima

La vita fraterna della comunità è il primo segno per le persone in mezzo alle quali viviamo. La vita fraterna è la prima testimonianza di ciò che il vangelo può operare nella vita dei credenti. Insieme al consenso, però, non mancano le opposizioni, proprio perché lo stile della comunità cristiana è uno stile che contesta certe logiche.

Quando si guarda al modello presentato da Lc, verrebbe da concludere che per ammettere nuovi ingressi sia necessario superare il vaglio di criteri rigidi. Se guardiamo, però, a ciò che gli Atti testimoniano della prima esperienza cristiana, ritroviamo non poche esortazioni, segno che neppure le prime comunità fossero perfette. Il desiderio della perfezione resta comunque un dono dello Spirito, per questo nessuna comunità può adattarsi e giustificare uno stile mediocre. Tuttavia, non bisogna mai dimenticare che si tratta di comunità in cammino verso la perfezione e non già pervenute a questo traguardo.

Se dovessimo dar ascolto alla tentazione di ammettere nella comunità cristiana solo chi rientra in uno schema rigoroso, la Chiesa sarebbe già finita da un pezzo. Essa resta sempre uno strumento di salvezza ancor prima che luogo dei salvati.

Compito delle comunità è prendersi cura della fede delle persone così come le si incontra: attenzione, perciò, a proporre un modello unico che vada bene per tutti gli stati di vita.

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