La durata o la qualità? – Esequie Maria Calviello

vita eternaEravamo da poco entrati nei Primi Vespri della Solennità della Madonna di Viggiano, nostra patrona e Regina, quando Maria ha concluso la sua esistenza terrena. Ha colto tutti di sorpresa la sua scomparsa: nel giro di pochissimi giorni il male ha prevalso. Una donna discreta, buona, tutta raccolta in quel vestito nero che indossava e che era il segno di un dolore ancora vivo che le aveva portato via prematuramente alcuni degli affetti più cari. La salutiamo nel giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria. Vorremmo davvero che questo giorno sia per lei la nascita alla vita che non conosce tramonto.

In questi casi viene da concludere che la morte è una sconfitta. Credo che nessuno di noi si rifiuterebbe di sottoscrivere una simile affermazione, presi come siamo dalla sensazione che – come dice Heidegger, in Essere e tempo, vivere significa essere “gettati verso la morte”. È una espressione di una evidenza assoluta: la vita, immediatamente, ci appare come un lungo viaggio verso le tenebre, dove tutto sembra assoluto silenzio.

Perché la morte? È la domanda originaria che scuote ogni coscienza.

E ciascuno, a modo suo, cerca di darsi una risposta che almeno per un attimo provi a tacitare il peso di una simile domanda: “Si soffre perché è inevitabile… Soffrire è la nostra condizione… Si soffre, ma…; Dio lo ha preso, Dio coglie i fiori più belli”. Quante parole, che nascono sicuramente dal desiderio di annunciare la speranza su un evento tragico! Ma quanta presunzione! Il dolore è dolore, scandalosamente dolore, inspiegabilmente dolore, incomprensibilmente dolore. E la morte è un dolore senza eguali.

Eppure, al centro della rivelazione cristiana c’è la croce di Gesù. Appena morto, Gesù è stato proclamato dal centurione romano “Figlio di Dio”. La prima vera professione di fede avviene davanti a Gesù morto. Se è vero, come la Bibbia attesta a più riprese, che Dio e la morte sono due realtà inconciliabili, non è vero che esse sono incomunicabili perché la morte di Gesù esprime Dio: il crocifisso è l’immagine del Dio invisibile.

Su quella croce il grido di Gesù: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, resta senza risposta. Sembra che Dio taccia, che Dio abbandoni. Eppure, proprio in quel medesimo istante, il centurione riconosce in colui che invoca un Dio apparentemente assente, il Figlio di Dio. “Dio, dove sei?”, grida Gesù morente; “Dio è qui”, dichiara il centurione indicando il Crocifisso. Comprendiamo così come non bisogna mai ascoltare il grido di Gesù senza la confessione del centurione né la confessione del centurione senza il grido di Gesù.

È quanto mai necessario sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento: Dio non toglie, ma accoglie. Non è il Padre a togliere da questa vita la persona, ma la accoglie con tutta la tenerezza del suo amore. Il Padre non permette che la morte gridi la sua vittoria sull’uomo e perciò comunica a noi la sua stessa vita, una qualità di vita che neppure la morte può distruggere: “la morte è stata ingoiata nella vittoria. Dov’è o morte la tua vittoria?” (1Cor 15,55).

Gesù, quando ha parlato di vita eterna ci ha assicurato che la vita prosegue. La vita: con tutto quello che la vita contiene di bello, di affetti. Prosegue verso il raggiungimento di una pienezza di cui quanto di bello qui, su questa terra noi sperimentiamo, è segno, è primizia, è caparra.

Gesù non promette soltanto una vita del futuro, come un premio da conseguire dopo la morte per la buona condotta tenuta nella vita, ma assicura una qualità di vita che è a disposizione, già ora, già qui, di quanti accettano lui e il suo messaggio evangelico e con lui e come lui collaborano alla trasformazione di questo mondo. Comprendiamo così perché Gesù affermi: “Se uno osserva la mia parola non vedrà mai la morte” (Gv 8,51).

Il cristiano non è un vivente destinato alla morte ma un morto fatto vivente: “Voi siete morti e la vostra vita è orai nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): non più quindi la vita alle spalle e la morte davanti ma la morte alle spalle e la vita davanti. Per il NT l’uomo nuovo non è qualcosa di là da venire ma realtà già presente nella storia e la vita eterna non è più soltanto la vita di domani dopo la morte ma la vita di oggi contro la morte. La morte che è più da temere non è quella che sta davanti a noi ma quella che sta dentro di noi e il problema per ciascuno di noi non è il prolungamento indefinito della vita ma il suo senso, la sua pienezza per dirla col Vangelo; e la pienezza della vita non sta nella sua durata ma nella sua qualità.

E allora, gettati verso la morte o continuamente ridestati alla vita?

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