Il pensiero della morte – Esequie Emilio Molletta

cammino verso la luceAll’alba di una festa mariana – ieri si celebrava la festa della Beata Vergine Maria Regina del cielo e della terra – Emilio è stato chiamato dal Signore a dire il suo “Eccomi”, quello definitivo, in un’età che a noi fa pensare quasi ad una sorta di ingiustizia. Un uomo simpatico, gioviale, di compagnia, un lavoratore, chiamato in brevissimo tempo a partecipare del calice amaro della sofferenza che lo ha strappato così prematuramente ai suoi. Ha avuto la grazia e la capacità di costruire insieme a Teresa una bella famiglia. Come dimenticare gli anni della segheria, appena fuori Tramutola!

Proprio la sua dipartita così prematura diventa per noi l’occasione per pensare alla nostra morte e pensarla da uomini e donne che professano la loro fede in Gesù che prima di noi e per noi ha attraversato il buio dell’angoscia e l’oscurità della morte perché noi potessimo vivere la vita e la morte nell’abbandono al Padre. Ecco cosa fa la differenza nella nostra vita come nella nostra morte: la capacità di continuare ad affidarsi.

Ma chi non ha paura della morte? Noi la vediamo come colei che umilia profondamente il nostro essere: è un fatto che ci fa tremare, ci toglie la padronanza di noi stessi, è un atto di estrema povertà ed impotenza. Non potrebbe essere diversamente dal momento che “Dio non ha creato l’uomo per la morte”, come attesta la Scrittura, ma “ha creato tutto per l’esistenza”.

Davanti alla morte, sono vari gli atteggiamenti che si possono assumere: a volte è temuta e subita, altre volte è maledetta e rifiutata, molto più spesso negata o rimossa. Certo, la morte è un male, il più grande dei mali: sapersi riconciliare con la morte è la possibilità più vera per poter gridare con san Paolo: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me”.

Come si pone il credente di fronte alla morte?

Anzitutto partendo da una consapevolezza da fare sempre più nostra: anche la morte fa parte della vita, sebbene tanto spesso ce ne dimentichiamo. Forse, è proprio partendo da questa consapevolezza che possiamo conoscere il significato più profondo della vita stessa. Siamo fatti per altro e la morte è il passaggio obbligato così come il travaglio del parto è il passaggio obbligato per entrare nella vita. L’uno e l’altro, però, non sono indolori.

La morte appartiene di fatto alla vita e non già perché la conclude ma perché l’accompagna. Ogni giorno ne facciamo esperienza in vari modi.

Ora, non dimentichiamo che il Signore Gesù ci ha salvato andando volontariamente incontro alla morte. Con la sua personale morte non ce l’ha tolta – pur avendola sconfitta – ma ne ha trasformato il senso, rendendola espressione di amore, un mezzo di salvezza. È sempre l’esperienza di un amore che si è fatto carico del nostro male che ci dona la speranza di poterci riconciliare con quel male.

Perché, però, noi facciamo tanta fatica a dare un senso alla morte? Perché, forse, non riusciamo a dare il giusto senso neppure alla nostra vita e al modo in cui pensiamo a noi stessi. Quante volte il nostro è un atteggiamento di autopreservazione, di preoccupazione esasperata di se stessi, del proprio benessere o del nostro malessere. Quando ci collochiamo dinanzi alla croce tutto questo non ha più senso. Perché la croce è per noi l’espressione dell’amore più forte della morte e dinanzi a questo amore cadono per forza tutte le nostre ansie soggettive, non ci si può più pensare come padroni della vita, chiusi nei nostri interessi e in adorazione di noi stessi. La morte di Cristo ci salva da tutto questo, ci salva dall’illusione e dalla paura; salva la nostra morte dall’essere una condanna o una maledizione, un furto o un destino, un’assurdità o una contraddizione. La morte di Cristo mi insegna a morire: pensando e preparando ogni giorno la mia morte come la logica conseguenza di una esistenza vissuta per gli altri, la celebrazione di un amore che va oltre la vita e che pure passa necessariamente attraverso la morte.

Chi ama non può non morire perché chi si dona non può farlo a metà: nel momento stesso in cui si sceglie un progetto per la vita, si sceglie anche di andare incontro liberamente alla propria morte: nessuno ce la impone, siamo noi a renderla inevitabile. Se si vive per gli altri non si può non morire per gli altri. La vera disgrazia sarebbe vivere e morire per niente e per nessuno.

Cosa vuol dire concretamente per noi imparare a dare un senso alla nostra morte perché l’intera nostra esistenza sia riconciliata?

Vuol dire, ad esempio, imparare ad accettare tutti quei limiti che segnano sempre di più la nostra vita fisica e che ci impediscono di poter fare sempre tutto e di sognare l’eterna giovinezza.

Tuttavia, non basta accettare: occorre far sì che le nostre morti quotidiane siano segno di una offerta di sé. Pensiamo ai nostri limiti, alle delusioni, ai fallimenti, alla malattia, alla prova, all’invecchiamento, al dover dipendere dagli altri, all’abbandono degli altri, alla solitudine, alla perdita di persone care, al silenzio di Dio. Come viviamo noi tutto questo? Paolo direbbe che tutto questo è ciò che completa nella mia carne la passione del Signore Gesù a favore del suo corpo che è la Chiesa.

Allora, tutto deve poter diventare motivo di benedizione: “il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore”, ci ricorda la Scrittura.

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