Nella semina la fiducia di Dio – Esequie Rocco Dolce

seminaIn questo giorno in cui la liturgia ci fa fare memoria della fecondità della parola di Dio, noi salutiamo Rocco chiedendo al Signore che il bene e la fatica che hanno accompagnato i suoi giorni diventino seme di eternità. Tanta fatica gli ha chiesto la vita: non solo quella fisica ma soprattutto quella dovuta ai diversi lutti che ha dovuto elaborare.

Un uomo laborioso, Rocco. Negli anni della nostra infanzia lo si vedeva presto al mattino mentre con i suoi muli raggiungeva i pendii scoscesi della nostra Tramutola a trasportare legna per l’uno o per l’altro. Riconoscibile per il trotterellare dei suoi muli e per l’inseparabile basco che sempre portava sul suo capo.

Lo salutiamo mentre ci mettiamo in ascolto di come Dio “si” racconta.

Lo fa con immagini che attingono a un quotidiano che tutti conoscono e con un linguaggio mai ridondante o coercitivo, quello delle parabole appunto, linguaggio discreto di un Dio che si fa rispettoso del processo evolutivo di ogni uomo. Un linguaggio che non ha mai la pretesa di definire: indica, accenna ma apre anche ad altre possibilità di comprensione. Un linguaggio che non dice: è così… ma… è come… Non nelle definizioni il parlare di Dio, ma negli accenni. Quanta sapienza in questo stile! Un linguaggio, infatti, che lascia sempre all’uomo il suo tratto di strada da percorrere.

E poi le immagini, feriali e al contempo paradossali. Feriale, infatti, l’immagine di un uomo che “esce” per seminare. Ordinaria, comune questa immagine se la lettera agli Ebrei potrà dire che molte volte e in diversi modi Dio ha parlato ai nostri padri… Feriale la stessa immagine della semina, di quelle ricche di speranza, gravide di promessa. Paradossale, tuttavia, perché già nel gesto della semina l’immagine porta i tratti del fallimento: chi seminerebbe in modo che una parte cada sulla strada, un’altra in luogo sassoso dove c’è poca terra e non può svilupparsi, un’altra sulle spine che crescono e soffocano e solo una quarta parte sulla terra buona?

Chi potrebbe permettersi un tale sperperare? Chi lascerebbe cadere il seme in un terreno sassoso senza aver prima preparato la terra? Dovremmo quindi concludere che è distratto questo Dio? Poco avveduto? O quel gesto a piene mani è tutto ancora da leggere, da scrutare e da comprendere? Non è forse un gesto rivelativo quello della semina in ogni dove?

Quel gesto così feriale sembra porti già inscritto nel suo dna la caratteristica di un qualcosa che in gran parte andrà disperso e sprecato. Così si racconta Dio: nella ferialità della semina e nel paradosso dello spreco e della dispersione. Quel gesto rivela che la parola di Dio ha sì bisogno di un luogo per impiantarsi ma non fa eccezione di persona. E non ritorna senza aver cambiato qualcosa. E, inoltre, ci attesta che non ci ha “saltato”. Che siamo dentro o fuori in qualche modo siamo stati o veniamo ancora raggiunti. Ecco il vangelo, la lieta notizia per noi!

È per questo, per ribadire la liberalità e la magnanimità di Dio, che il Signore Gesù assicurerà persino alla samaritana che quell’acqua non andrà comprata. Se persino noi che siamo cattivi siamo in grado di dare ai figli il cibo che chiedono, figurati il Padre.

Nel gesto della semina la fede di Dio: un Dio che instancabilmente esce a seminare una proposta di fiducia non condizionata all’accoglienza che gli verrà riservata. Quel gesto nella misura dello spreco, anticipo di un altro spreco con cui si concluderà l’esistenza del Figlio: un dono totale in un terreno incapace della benché minima disponibilità di accoglienza. E nondimeno seme fecondo. La crocifissione del Verbo di Dio sarà l’espressione massima della inefficienza della Parola. Il Verbo di Dio, la Parola di Dio, messa addirittura a morte. Il silenzio del sabato santo sarà il segno eloquente di questa inefficienza ma anche il cammino di una nuova fecondità. La risurrezione esprimerà quanto accaduto nel mistero degli inferi, in quel discendere del seme negli inferi della terra.

Quel gesto di Dio è il gesto da cui mai distogliere lo sguardo nella vita, nelle relazioni, negli affetti, negli impegni assunti. Quel gesto è immagine di chi sempre, di nuovo, a piene mani dispensa i segni della fiducia di Dio.

Il gesto del seminatore attesta che ai doni di Dio non si ha accesso per chissà quali condizioni previe. Il problema, semmai, è come e se vi corrispondo così che esso giunga al compimento cui è destinato.

Il brano evangelico, infatti, ci mette di fronte ad un altro paradosso: la fiducia può essere non accolta. Qualcosa in me può impedire la crescita di quell’uomo pensato da Dio con gesto largo e generoso. Può accadere anche a me di appartenere al gruppo di coloro che pur vedendo non vedono e pur udendo non odono e non comprendono. Quel seme, infatti, è “indifeso… e non può avere efficacia nell’uomo senza l’aiuto dell’uomo”. Non è affatto “scontato vedere, udire e comprendere”.

Ci sia dato di ri-conoscere gesti e segni di quel credito di fiducia che a piene mani Dio ha seminato nella nostra vita.

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