Una nuova intelligenza – XIV domenica del T.O.

lavandaHai un bel da dire, Signore, quando ti abbandoni alla lode e alla benedizione perché al Padre è piaciuto rivelarsi ai semplici mentre coloro che si ritenevano sapienti non sono riusciti a comprendere fino in fondo il suo messaggio.

A noi non interessa tanto essere annoverati tra i più piccoli: la nostra vita, infatti, è una corsa ad essere valutati e accettati tra chi ha un peso riconosciuto e affermato. La scuola che abbiamo frequentato noi ci ha insegnato che valiamo per quanto veniamo riconosciuti non per quello che siamo. Affermarsi, riuscire a imporre le proprie ragioni, superare altri: questa è l’aria che noi respiriamo, anche  a nostra insaputa. Per questo patiamo ogni giorno la fatica a lasciarci attrarre dal tuo cuore mite ed umile perché resistenze più forti ci seducono presentandosi come promettenti e vincenti.

Sì, è vero, Signore: facciamo fatica ad avere una giusta lettura di noi e, perciò, finiamo non poche volte per cadere preda di saccenteria e atteggiamenti di superiorità. Facciamo fatica ad autovalutarci: ciò che di noi riusciamo a cogliere passa, quasi sempre, attraverso il vaglio del confronto altrui. I limiti degli altri diventano così il volano per la nostra autostima. La proiezione sugli altri dei nostri limiti e delle nostre zone d’ombra è il meccanismo di difesa che più ci appartiene, incapaci come siamo di fissare lo sguardo sulla verità della nostra esistenza. A fatica riusciamo a gustare la pace del cuore perché un cumulo di pensieri affolla la nostra mente quando siamo costretti a stare in silenzio.

Eppure, tu oggi ripeti a ciascuno di noi: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Imparare, ossia: ciò che vi propongo non è qualcosa di connaturale. È, invece, da apprendere accettando di fissare lo sguardo su di lui. Guardando a lui apprendiamo che non gli è bastato venire al mondo scegliendo una ragazza di un paese da cui non potrebbe venire nulla di buono; non gli è bastato venire al mondo in un alloggio di fortuna. Tutta la sua esistenza porta i tratti evidenti di una esistenza non certo alla ribalta. Cosa c’era di appariscente e di straordinaria nei trent’anni vissuti a Nazaret? Chi lo conosceva, infatti, non tarderà  manifestare tutto il suo stupore. Quali prospettive di riuscita poteva avere uno che si era circondato di un gruppo di pescatori e di pochi altri tra i quali annovererà persino chi lo tradirà? Quale fecondità potrebbe avere uno che, per principio, non ricorre alla forza, non esibisce potere e tantomeno fa discorsi persuasivi di sapienza? Sceglierà un asino per il suo ingresso come Messia perché la fecondità di una esistenza non è proporzionale al dispiegamento di forze ma alla grandezza di un cuore che si lascia plasmare da Dio.

Imparate da me…

Ma cosa può voler dire riconoscersi umili? È davvero un atteggiamento di arrendevolezza e, quindi, di stupidità? Non vuol dire piuttosto imparare a conoscersi così come siamo conosciuti da Dio? L’umiltà di un uomo è ciò che più di ogni altra cosa attesta la nostra firma di origine. È il tratto più autentico dell’immagine secondo la quale siamo stati creati. L’umile è chi ha davvero fatto esperienza di Dio: non è un caso, infatti, che tutti gli amici di Dio sono stati umili, depotenziando ogni forma di orgoglio e di superbia che finiscono per distorcere ogni relazione. Quando Isaia fa esperienza di Dio, la prima cosa che sente di gridare: “Ahimé, Signore Dio: io sono un uomo dalle labbra impure…” (Is 6); così Pietro: “Allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5); Francesco d’Assisi: “Chi sei tu, dolcissimo Iddio mio, chi sono io inutile tuo servo”.

L’umiltà è riconoscere la giusta misura: atteggiamento proprio di chi non perde mai la consapevolezza di essere creatura nelle cui mani Dio ha posto ogni cosa perché ne usi con moderazione. L’umile è chi tutto vive secondo il modo di Dio così come Gesù lo ha manifestato e non a modo suo. Umile è chi sa di essere grande ma non onnipotente. Una persona intelligente (intus-legere) – colui che sa cogliere la verità delle cose – non può non essere umile. Infatti, chi vive la sindrome del super-uomo è soltanto uno che non è in grado di valutare se stesso e ciò che lo circonda. L’umile non manipola, non distorce perché sa di poter vivere la caratteristica propria dei figli, l’affidamento. Non ha bisogno di mostrare il proprio valore perché esso già traspare dal suo stile e dai suoi atteggiamenti.

Se il Figlio di Dio non ha paura di riconoscere “tutto mi è stato dato dal Padre mio”, quanto più noi? Può presentarsi umile di cuore perché di nulla egli si appropria ma tutto restituisce al Padre. Ecco ciò che ci manca: imparare a guardare noi stessi alla luce di Dio, benedicendo e ringraziando il Padre per quanto ha già operato in noi. È questo l’antidoto a una esistenza supponente ed è la condizione per accogliere ciò che Dio continua  a rivelarci.

Le maggiori difficoltà Gesù le ha incontrate con chi, sicuro di sé, gonfio del proprio orgoglio, non ha accettato di lasciarsi mettere in discussione perché avrebbe preteso che la via di Dio passasse attraverso gesti di forza e non mediante strumenti irrilevaniti.

Alla scuola di Gesù – se non la disattendiamo – apprendiamo che la beatitudine di una persona non è anzitutto in ciò che può aver conseguito ma nell’essere stata guardata da Dio.

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