Fede corporea – Madonna delle Grazie

madonna delle grazieLa liturgia di questa memoria ci fa conoscere una sosta. E la sosta è in una casa dove incontriamo due donne che sono come due apripista: Maria ed Elisabetta. L’una concepisce quando di fronte a sé ha il muro dell’impossibilità, l’altra quando ormai tutte le possibilità umane sono esaurite. Due donne diventano il segno di ciò che Dio può compiere là dove ci si apre all’accoglienza della sua parola. Sottolineo il può, come a dire che l’eventualità della riuscita è tutta sul versante umano dal momento che lui si è già compromesso.

Ci si appresta a celebrare quello che il Signore ha compiuto in Maria quando siamo in grado di preparare il nostro corpo: non qualcosa di esterno a noi, ma noi stessi. “Non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…” (Eb 10,5). Dentro di noi chiamati a concepire e a generare il Signore mediante l’ascolto della parola: “Mia madre e i miei fratelli – dirà Gesù – sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.

Maria porta in grembo un figlio, ha messo a disposizione del Signore il suo corpo. Ora, quando si è fecondi non lo si è mai solo per sé. È una fecondità che riverbera in qualunque situazione. Anch’io, anche la comunità cristiana, le nostre relazioni  sono a volte rigonfie: ma di che cosa? Mi pare, troppo spesso, di parole vuote, ovvie, ripetitive; continuiamo a celebrare riti ma senz’anima; compiamo gesti ma logori, prevedibili. Troppa sicumera, troppa arroganza segna ancora il nostro rapporto con questa terra, piuttosto che attenzione, disponibilità a mettersi in gioco.

Maria, incinta, avrebbe potuto chiudersi in sé stessa e contemplare e custodire il dono di quella gravidanza che quasi le era stata carpita come d’improvviso immettendola in una storia nuova, diversa da come forse se l’era immaginata. Pure in una situazione simile, Maria si mette in cammino, non è preoccupata di sé. Nonostante sia gravida di un figlio, c’è ancora spazio per qualcuno nella sua vita, qualcuno di cui farsi carico.

Mettersi in viaggio significa superare una fase di staticità, significa riconoscere che ciò di cui sei stato protagonista è solo una primizia di quello che Dio ancora vuol farti assaporare proprio nell’incontro con l’altro. Il segno più vero del nostro aver fatto spazio a Dio nella nostra vita è proprio il cammino. Maria diventa un’inventrice di percorsi inediti: Maria non si reca al tempio ma raggiunge chi è portatrice di vita, proprio come lei. Mi domando quali percorsi e quali processi apra questa parola comune che quotidianamente  ascoltiamo?

La parola che ascoltiamo è sempre generatrice di novità, è sempre una parola che “mette al mondo”. Ma perché questo accada è necessario prendere come compagna di viaggio la ragazza di Nazaret. Ella attesta che il nuovo nasce là dove qualcuno comincia a prestare il suo grembo.

Quando Maria giunge da Elisabetta ella diventa espressione della cura di Dio: assume, infatti, e condivide i sentimenti dell’altro, spartisce la fatica quotidiana, accompagna la cugina nel parto. Là dove c’è un’esistenza espropriata di sé e aperta alla cura per l’altro, qui c’è Dio: si rinnova già ora il mistero dell’incarnazione.

Porta ancora il figlio nel grembo e dove arriva già partorisce speranza, fiducia, accoglienza.

I corpi di quelle donne ospitano l’imprevedibile e l’inaspettato. Corpi capaci di vibrare al ritmo di un amore smisurato e perciò capaci di tenerezza, di misericordia, di condivisione. Non all’altezza di questo compito il maschile che in un caso avrebbe voluto liquidare tutto licenziando la donna, nell’altro – Zaccaria – resta ammutolito, incapace di riconoscimento e perciò di parola.

Corporea la fede di Maria, fatta di movimenti, di gesti, di attenzioni. Capace di assumere l’umano come le si mostra dinanzi. L’adesione alla Parola rivoltale dall’angelo la introduce in un percorso sempre più concreto che le chiede di permeare di quella Parola atti, passi, pensieri.

Maria è consapevole che tutto proviene da un Dio che si è preso cura di lei premurosamente ma è anche altrettanto consapevole che è proprio tramite lei che Dio opera meraviglie a favore del suo popolo.

Corporea la nostra fede se, come attesta, l’evangelista Matteo alla sera della vita saremo giudicati sull’attenzione assegnata o meno nei confronti del corpo: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete… Quando, Signore? Gesti e sguardi nei confronti del corpo del fratello ritenuti gesti e sguardi nei confronti del Signore stesso.

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