L’arte di alzarsi – Omelia conclusiva della Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 1 luglio 2014

Madonna della BrunaPresi per mano dalla Madre di Dio ci siamo messi in ascolto di ciò che il Signore aveva da dire a questa sua comunità. Sostando dinanzi allo specchio che è Maria, abbiamo colto alcuni tratti del volto del nostro Dio e abbiamo intravisto ciò che il Signore chiede a noi perché possiamo, ciascuno per la sua parte, essere “volto che a Cristo somiglia” nella misura in cui accettiamo di essere il prolungamento dell’amore di Dio per questa nostra umanità. Questa è la nostra vocazione, questo il nostro progetto di vita: arrivare ad avere in noi “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Per meno di questo si può dare una prassi religiosa, pure devota, ma non vita cristiana.

La storia di questa città è strettamente legata a Maria da una tradizione plurisecolare: sono 625 anni che si celebra questa festa. Tuttavia, Matera non ha soltanto una storia da raccontare. Forse è il rischio che corriamo un po’ tutti: cantare un passato e vantarci di una tradizione a noi trasmessa. La fede, però, non è mai la cristallizzazione di una esperienza ma è la disponibilità a stare per via, in cammino e perciò a trovare forme nuove per esprimere un legame che perdura nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni. È quella che potremmo definire fedeltà creativa, ossia la capacità di tenere radici ben piantate e permettere che la linfa che da lì promana, porti frutti nuovi capaci di risposte nuove a domande nuove.

Cosa può significare per Matera essere oggi “il volto che a Cristo somiglia” sotto la guida della Madonna della Bruna?

Il progetto di vita di questa comunità credo sia racchiuso nell’icona evangelica che rilegge la vostra festa patronale: la Visitazione.

“Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa”.

Me la immagino la ragazza di Nazaret mentre ancora intenta a capacitarsi di quello che le era accaduto – chissà, poi, se si sarà mai capacitata di essere stata ritenuta degna di divenire la Madre del Signore – si ritrova abitata dalla fretta per raggiungere un’anziana parente della quale le era stato detto che portava in grembo un bambino. Da non credere. Chiunque di noi avrebbe deciso di restarsene comodo nella sua casa, preso dalle proprie occupazioni. Come può metterti in cammino qualcosa che va contro il dato di realtà? Ben altro a cui pensare che dar retta a un angelo, a una intuizione, cioè, che ti dice che la vita non è mai impossibile. Quanti le avranno sconsigliato quel viaggio: una imprudenza in quello stato.

E ciononostante in cammino. La contempliamo così la ragazza di Nazaret. In cammino, perché abitata da un credito di fiducia: nulla è impossibile a chi crede.

Che cosa stava accadendo se una vergine si ritrovava incinta e una anziana gravida quando ormai una legge naturale avrebbe impedito un simile evento?

Me la immagino così la ragazza di Nazaret, pensierosa e – perché no? – affaticata, proprio come accade ad una donna incinta che mentre incede ha bisogno di fermarsi per prendere fiato. Me la immagino anche timorosa che qualcosa potesse minacciare quella gravidanza, proprio come accade a chi porta nuova vita in grembo.

E ciononostante in cammino.

Si ritrovava a pensare al suo Dio, a quel suo strano modo di guidare gli eventi mentre chiedeva disponibilità all’impossibile per potersi far strada nella storia degli uomini. Ripensava allo sguardo di Dio, a quello sguardo che non si fissa su ciò che abitualmente guarda l’uomo il quale si ferma all’apparenza e tutto misura a partire da questo metro. No. Lo sguardo che le riecheggiava dentro era lo sguardo di chi dà voce e fa spazio all’irrilevante: ha guardato l’umiltà della sua serva. E forse ripensava ancora alla differenza che c’è tra ostentazione e ostensione, tra il rigonfiamento dell’arroganza e quello tenero di chi prova a far spazio alla vita.

E ciononostante in cammino.

In cammino: è la consegna che viene fatta a questa comunità oggi. Sembra quasi che per l’evangelista Lc la strada sia il luogo più importante in cui Dio si rivela. Chi davvero ha fatto esperienza dello Spirito di Dio nella sua vita, si mette in cammino e solo chi è in cammino è capace di intuire e di accogliere ciò che lo Spirito suscita nella sua esistenza.

Maria non recita ma inventa, crea, dischiude nuove opportunità. Tanto è vero che accade l’imprevedibile. Il suo passaggio suscita commozione ed esultanza: appena la voce del tuo saluto… il bambino ha esultato di gioia.

Appena la voce… è bastato il tono della voce, non un discorso, ma la voce. Può bastare quella, il tono con cui dici le cose, il modo in cui proponi. E ripenso ai miei, ai nostri passaggi, ai miei, ai nostri saluti, alla mia, alla nostra voce: cosa suscitano?

L’incontro tra le due donne diventa una vera e propria Pentecoste: Elisabetta fu piena di Spirito Santo. Quando un volto sfiorò l’altro nell’abbraccio accadde lo Spirito. L’abbraccio una nuova Pentecoste: e ripenso ai miei, ai nostri abbracci. Cosa suscitano? L’incontro: un’esperienza all’interno della quale si tocca con mano ciò da cui siamo abitati. Che bello averti incontrato!, riconosciamo talvolta: la bellezza di un incontro e la dolcezza di uno sguardo.

Ma perché mai quella fretta da parte di Maria? Non può comprenderlo chi non ha dimestichezza con le cose di Dio. Infatti, quando Dio parla non si può restare immobili su se stessi o sulle realtà già conosciute. I doni ricevuti da Dio, invece, vanno condivisi affrontando la fatica del viaggio e l’ostilità della salita. Quando Dio tocca l’umanità, tutto si mette in movimento. Se Matera è riuscita a produrre una così grande e bella festa in onore della Madre di Dio è perché il tocco di Maria ha sprigionato per questa città novità di vita.

Quell’affrettarsi di Maria ci insegna uno stile che non finiremo mai di apprendere: incarnare, cioè, la capacità di correre senza essere di corsa. Maria si affretta per raggiungere ma poi resta circa tre mesi.

L’affrettarsi di Maria ci insegna l’arte del non perdere di vista la meta. Il rischio, infatti, è quello di fermarsi ai dettagli della strada. Verso che cosa sono incamminato? Che cosa seduce e blocca la mia attenzione? Che cosa trattiene i miei passi facendomi girare a vuoto?

L’arte del mettersi in viaggio per esprimere attenzione e disponibilità a servire è ciò che permetterà al Signore Gesù di farsi sentire e di farsi accogliere.

Nessuno l’aveva invitata eppure aveva intuito già tutto della persona e dell’opera di quel Dio che avrebbe dato alla luce. Da Maria impariamo l’arte di alzarci anche se non siamo stati invitati a farlo.

Che Dio è quello che emerge dalla pagina della Visitazione? Un Dio che non tiene conto della nostra cronologia: nella sua storia e nel suo dinamismo sono coinvolte una ragazza giovanissima e un’anziana avanti negli anni. Un Dio che non esclude nessuno. Per mettersi al suo servizio c’è sempre modo, l’anagrafe non conta.

Se volessimo davvero comprendere il grado della nostra fede dovremmo rifarci proprio all’andare di Maria. Esso, infatti, ci dice cosa accade quando Dio ti visita: si diventa liberi dalla vergogna e da tutti quei pensieri cattivi che rendono sterili le nostre giornate. Quando Dio ci fa grazia il segno più vero è l’estroversione, il non accontentarsi di un quotidiano fatto di tre o quattro cose. Chi davvero ha avuto la grazia di conoscere il Signore lo si nota da come guarda gli altri, da come li incontra, da come ne parla, da come li ascolta. Quando non sentiamo il bisogno di condividere il Dio che portiamo dentro c’è da dubitare che abbia mai conosciuto qualcosa del Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Rileggendo le lettere alle sette Chiese come le riporta l’Apocalisse. l’apostolo Giovanni in ogni Chiesa rileva peccati, incongruenze, omissioni, disaffezioni, cadute etiche. In sintesi: apostoli “finti”, rarefazione del primo amore, paura delle prove e delle tribolazioni, tradimenti della Parola, cedimenti agli “idoli”, mancanza di vigore nell’annuncio, rivoltante tiepidezza, smisurati orgogli. Mi piace pensare a questa vostra comunità come l’Ottava Chiesa, quella che Dio stesso sogna.

Una Chiesa dai piedi impolverati, affaticati, ma gioiosamente pellegrinanti nel cercare l’uomo e condurlo all’incontro salvifico con Cristo.

Una Chiesa non sazia e soddisfatta, ma consapevole che Dio sconvolge le sue geometrie pastorali perché i Suoi pensieri vanno sempre “all’altra parte” dei ricorrenti tentativi di ridurre la Sua Parola a una semplice progettazione di logiche umane.

Una Chiesa che prega, serve e “lotta” perché la fede non sia un “bene rifugio”, ma luce di trasfigurazione della società e che, per questo, si tiene “libera per il Vangelo”, libera per evitare il tradimento di annunciare un Vangelo muto e adattato.

Una Chiesa continuamente sorpresa perché la salvezza passa attraverso le sue mani e perché Cristo l’ha scelta per essere parabola del suo amore con il compito di rilanciare i Suoi segnali senza distorsioni e interferenze.

Una Chiesa fiera di contare solo sulla forza di Dio e che “ospita la Croce” e la porta come antidoto permanente contro le malattie dell’autosufficienza e dello scoraggiamento, come dei fumosi spiritualismi che non cambiano la vita.

Una Chiesa gioiosa perché penetrata dalla lieta certezza che tutti gli umani crepuscoli vengono illuminati, come accadde ai due di Emmaus, quando “il pane è spezzato” e la nutre di spirituale letizia e forza.

Una Chiesa cosciente di dover essere segno di contraddizione quando la dignità dell’uomo viene calpestata e che, per questo, diventa capace di vergognarsi qualora l’annuncio del Vangelo diventasse anestesia delle coscienze.

Una Chiesa che coltiva lo stupore nel sapere che “la fede, la responsabilità e il coraggio di ognuno di noi si dimostrano necessari perché il dono di Cristo al mondo possa manifestarsi in tutta la sua ricchezza. Non soltanto una fede che custodisce nella memoria l’intatto tesoro dei misteri di Dio, ma una fede che ha il coraggio di riaprire e di manifestare in modo sempre nuovo questo tesoro davanti agli uomini a cui Cristo manda i suoi discepoli. È una responsabilità che non si limita soltanto a difendere e salvaguardare ciò che le è stato affidato, ma che ha il coraggio di impegnare i talenti per moltiplicarli” (Giovanni Paolo II, Alzatevi, andiamo! Milano 2004, p. 156).

A nessuno è consentito stare sugli spalti e nessuno è considerato o può considerarsi… una riserva. Né tanto meno ci si può credere in partita solo perché si è capaci di elaborare perfetti schemi di gioco senza calpestare il terreno e senza insudiciarsi di sudore il vestito.

Ciascuno assuma la comunità nel suo cuore e sulle sue spalle, perché essa, come Maria, è madre e testimone della nostra fede.

Così speriamo e così sia.

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