Fate quello che vi dirà – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 30 giugno 2014

Madonna della BrunaStasera l’appuntamento è in quel di Cana di Galilea, in un luogo molto abituale e in una circostanza di festa: si sta celebrando l’amore tra due sposi, simbolo della nostra vita.

Cana ci attesta che noi siamo fatti per la festa, per l’abbondanza, per gustare la gioia di un banchetto di nozze di cui il vino è un ingrediente essenziale. Tuttavia, stando al racconto del Vangelo, Cana è anche il luogo in cui si tocca con mano l’esperienza della fragilità, dal momento che il vino viene a mancare. La vita di ognuno di noi conosce l’amara realtà di una gioia di vivere che viene meno.

Venuto a mancare il vino…

Il vino è l’ingrediente essenziale perché una festa sia tale: sembra quasi che esso finisca sempre prima che una festa sia giunta al suo culmine. E finiamo per rassegnarci che non possa andare diversamente: ridursi a condurre una vita senza infamia e senza lode. Quasi non ci si fa più caso. Lo attesta ingenuamente il maestro di tavola: tutti servono da principio il vino buono… cioè: è normale che all’inizio sia tutto diverso. Poi però il clima degli inizi finisce per cedere il posto al disincanto e ci si abitua a vivere la vita senza più la dimensione della festa e della gioia, senza alcuna speranza di un possibile riscatto, senza sussulti. Basta tirare avanti, senza aspettative, da rassegnati.

Che cos’è il vino che viene a mancare? Si tratta di quel non so che permetta che le cose vadano nel modo giusto, che è proprio ciò di cui spesso siamo mancanti. Quante relazioni, quante comunità mancano di questo non so che! Sì, c’è l’adempimento dei propri doveri, dei propri compiti, tutto è eseguito alla perfezione eppure t’accorgi che manca quel non so che rappresentato dal vino.

Allora, anzitutto scoprire che manca quel non so che, perché non è scontato che ce ne accorgiamo. Quante volte, infatti, le nostre analisi pure puntuali non riescono a venire a capo di certe situazioni. Perché questo momento di crisi in una relazione? Perché questa comunità non ingrana? Possiamo disquisire all’infinito sulle cause e non approdare a un nulla di fatto.

L’invito, dunque, è a scoprire ciò che manca e non per accusare o recriminare, ma per riconoscere che siamo a uno snodo.

La madre di Gesù era già là: bellissima questa espressione. Traduce uno stile, quello di chi attende e prepara eventi nel segno del gratuito. Maria è innanzitutto colei che è là, che sta, che si fa presente. Proprio dell’amore è esserci, anzitutto.

Sa, Maria, che nella vita non accade nulla là dove ci si ferma al dovuto, al previsto. La vita si spegne.

Tante le persone che ruotano attorno a quel matrimonio. Eppure è soltanto Maria che riesce a stare in quella situazione senza perdere di vista l’insieme. L’unica capace di un colpo d’occhio che le consente di capire che cosa sta accadendo e che cosa è venuto meno. Vive con attenzione. “Attenzione è un atteggiamento amico verso gli altri, è la prontezza a cogliere segni attorno a sé; a scuotersi dall’ovvio, dal risaputo, dal senso del dovere imposto; a passare dal particolare all’universale, dal personale al comunitario; a sentire gli altri come persone che danno respiro al cuore” (Ronchi).

In che modo Maria è presente a quella festa? Maria ci è presentata come donna capace di sintesi ma anche attenta ai particolari. E nonostante badasse alle singole cose, non le sfuggiva la visione d’insieme.

Lei percepisce la domanda inespressa di quella realtà. E la formula: Non hanno più vino. Sente che ogni crisi e ogni festa la riguardano, ma soprattutto la riguarda ogni persona. Non dice: Non c’è più vino, ma non hanno più vino. Persone concrete stanno per essere umiliate nel loro giorno più bello. Sembra dire: prima di tutto le persone.

Quel che è strano nell’episodio delle nozze di Cana è il fatto che Maria non provvede in prima persona alla necessità del vino, ma la mette in luce affidandola al Figlio. Ella ha fede in Gesù come in colui che può sopperire a un bisogno: essa già crede nella sua potenza senza bisogno di segni per credere. Ecco la sua fede: ovvero la sua capacità di vivere affidata a un Dio che ha imparato a conoscere come Dio vero.

Maria è capace di riconoscere che il suo compito giunge fin là. È in questo modo che esercita il suo soccorso: mettendo in contatto quelle persone con Gesù e con il suo modo di intervenire. Figura della comunità cristiana chiamata a mettere in contatto, a creare occasioni, a stabilire connessioni.

Inoltre, non è da dimenticare che Gesù è già là, è presente anche se sembra uno dei tanti. Compito di Maria è introdurlo, dargli spazio e questo non con forza ma con discrezione.

Maria, poi, sta nella realtà immedesimandosi. Non le è sufficiente fermarsi all’analisi: entra nel problema al punto da meritare persino un rimprovero da parte di Gesù: Che ho da fare con te, o donna? Il senso di questa frase non è immediato, ma non è una espressione che incoraggi. Maria non si turba: non comprende, ma si rimette alla volontà del Figlio. E così diventa discepola la cui fede è aperta all’incognito prima ancora che intervenga l’evidenza del segno.

Il primo segno che Gesù compie consiste nell’aggiungere più di 600 litri di vino ad un banchetto! Si resta scandalizzati di fronte a questo Dio, come si scandalizzerà Giuda al vedere un vaso di nardo prezioso sprecato per lavare e profumare i piedi di Gesù. Il Dio dello spreco! Ecco il nostro Dio!

E invece qui siamo nell’ordine del superfluo, della sovrabbondanza del vino bello. In fondo, la mancanza che Maria nota non è nell’ordine dell’essenzialità, non è cioè una questione di vita o di morte. Si tratta della mancanza di quel non so che permetta che le cose vadano nel modo giusto, che è proprio ciò di cui spesso siamo mancanti.

A volte manca “un superfluo più importante del necessario: manca amicizia, fede, gioia, bellezza, qualità di vita. Mancano forse piccoli perdoni, piccoli sorrisi, piccole tensioni da coprire, piccole parole da frenare, piccoli gesti di affetto” (Ronchi).

Cana narra di un Dio attento ai dettagli, di quelli che – se non ci fossero – non poche volte metterebbero a repentaglio tanti nostri legami. Anzi, proprio il riscatto di questi dettagli è ciò che costituisce la sostanza della vita eterna. Un mantello o un bicchiere d’acqua cosa sono se non un dettaglio? Eppure fanno la differenza per l’eternità. Attenzione ai dettagli.

Cana ci attesta che non c’è progetto di felicità che possa essere garantito solo contando sulle scorte della cantina di famiglia. Ciò di cui disponiamo umanamente non basta. Il problema è come far fronte a questo evento.

Attraverso una fede capace di osare, come quella di Maria.

Cana narra di un Dio da invitare: fu invitato alle nozze anche Gesù. Se avessimo il coraggio da una parte e l’umiltà dall’altra di invitarlo un po’ più spesso nella nostra vita! Sarà lui, infatti, a fare la differenza a quella festa. È lui il valore aggiunto di tante nostre esistenze che altrimenti rischierebbero di rimanere fin troppo ripiegate in un succedersi di eventi di cui non sempre riusciremmo a cogliere il senso e la portata.

Nel suo intervenire, Maria suscita delle collaborazioni, chiede che ciascuno compia la sua parte. Avrebbe potuto compierlo lei il gesto di riempire d’acqua le giare, ma non lo fa. A noi sembra, invece, che le cose funzionino quando siamo noi a riuscire a fare tutto. Certo, se ci pensiamo, è poca cosa attingere l’acqua, ma è quanto basta.

Qualunque cosa vi dica, fatela!

Cosa chiede Maria ai servi? Chiede di non smettere di aver fiducia nella parola del vangelo. Maria sa personalmente cosa può compiere il prestare ascolto e credito alla parola di Dio: accade l’impossibile. Credo che se qualcosa di nuovo non accade nelle nostre storie, nelle nostre relazioni, è perché continuiamo a prestare ascolto solo alle nostre parole che risultano essere un suono vuoto, che non ha il potere di compiere ciò che esprime.

Non c’è situazione di disagio che, se vissuta invitando Gesù, non possa trasformarsi in una festa prolungata.

Gesù chiede di portare dell’acqua, chiede cioè la disponibilità a mettere nelle sue mani ciò di cui ciascuno di noi è capace. Quando questo accade, c’è il materiale che occorre perché egli possa portare a compimento i nostri desideri e le nostre speranze.

Le anfore sono figura delle nostre rigidità, delle nostre durezze, della nostra incompiutezza. Ciascuno ha le sue anfore, ha aspetti di limite da colmare senza paura. Anzi. Nella consapevolezza che più sono grosse, più abbondante sarà la risorsa di bene di cui il Signore potrà servirsi.

Cana manifesta che cosa fa la differenza nella vita di un uomo: tu invece hai conservato fino alla fine il vino buono. Tu invece: Cana attesta che è possibile non rassegnarsi a un destino che vorrebbe che i nostri giorni non conoscano alcuna esultanza.

Occorre più vangelo! Fate in modo che il Vangelo diventi gesto e prenda corpo.

Qualunque cosa vi dica fatela. Fidatevi.

Così speriamo e così sia.

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