Dall’opinione alla fede – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 29 giugno 2014

Madonna della BrunaCesarea di Filippo: è l’appuntamento che fissa per noi il Signore Gesù. È lì che ci conduce perché non ci nascondiamo nel “si dice” e diventiamo capaci di lasciar parlare il cuore. Cesarea rappresenta l’invito a passare dal generico al personale, dal vago al coinvolgente, dall’ovvio alla decisione, dall’abitudine alla scelta. Cesarea rappresenta l’invito a sbilanciarsi.

Cesarea di Filippo, dunque, luogo nient’affatto religioso. Addirittura l’antireligioso, all’estremo opposto di Gerusalemme. A buon diritto Paolo ha potuto esclamare: “Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” Li aveva condotti lì perché la loro risposta non risentisse dei luoghi del consenso accordato comunque o del riconoscimento dato per una tradizione mai interrotta.

Viene per tutti il momento in cui Gesù pone la questione di fiducia e lo fa in una circostanza in cui non è più un luogo o fattori esterni a garantire la fede: devi fare appello a quello che il tuo cuore ha conosciuto di Dio.

Perché continui a venirmi dietro? Che senso ha la mia presenza nella tua vita? Cosa rappresento per te? Quanto il rapporto con me ti identifica, dice chi sei tu?

Dall’opinione alla fede: da un rapporto esterno, superficiale, generico legato al sentito dire, a un rapporto personale frutto di una vera e propria esperienza di Dio.

Non facciamo fatica a capire che cosa sia un’opinione: una conoscenza di carattere approssimativo. È il leggere la vita secondo il criterio del credo che… L’opinione manifesta contemporaneamente allarmi e zone d’ombra, certezze e perplessità. L’opinione della gente coglie la grandezza di Gesù ma non la sua unicità.

Diverso, invece, accostare la vita e le situazioni secondo il criterio del credo in… (in questo caso, infatti, è in gioco la nostra stessa fiducia, la nostra capacità di affidamento).

Se l’opinione può anche lasciare indifferenti, non così la fede. La fede coinvolge, chiama in causa. Se per un’opinione non vale la pena mettersi in gioco, per la fede è possibile anche mettere a rischio la propria esistenza.

E qui dobbiamo ammettere, che non poche volte noi viviamo la fede sul registro dell’opinione, cioè di una approssimativa idea di Dio. Era quello che era accaduto alla gente di cui ci narra il vangelo odierno. Pronunciava un giudizio sulla persona e l’opera di Gesù, ma un giudizio che non la impegnava affatto, anzi, la lasciava chiusa in se stessa.

Ma voi? Voi cosa dite? È l’invito a uscire allo scoperto. Gesù conduce i discepoli di allora e di sempre a comprendere che credere equivale a costruire la propria storia su colui nel quale ho imparato a riporre la mia fiducia. Posso dire di credere quando la relazione con l’altro informa e plasma tutto di me.

Forse, con più umiltà dovremmo definirci credenti, senza mai dimenticare che credente è il participio presente del verbo credere e non già un aggettivo che indichi una qualità sempre e comunque presente. Vale a dire: è il credere che fa di noi dei credenti, se, quando e nella misura in cui crediamo, nella misura in cui accogliamo in obbedienza la Parola di Dio e ci lasciamo guidare dallo Spirito. L’essere credenti non è mai una apposizione fissa della persona, tale per cui, qualunque cosa si faccia e si pensi, questa sia già una azione da credente, qualificata dalla fede.

Affermare di credere in Gesù vuol dire partecipare della sua vita, del suo stile, della sua obbedienza filiale verso il Padre.

Cesarea fa da spartiacque: finora tutto era sull’onda dell’entusiasmo, del “ne vale davvero la pena mettersi in gioco”. Gli apostoli avevano vissuto dei veri e propri bagni di folla in cui vedevano avverarsi la promessa fatta loro da Gesù, di costituirli pescatori di uomini. Avevano conosciuto un vero e proprio riscatto delle loro vite così comuni da essere quasi insignificanti. Quell’uomo in grado di guarire malati, sfamare un’intera folla con nulla, quell’uomo che parlava come nessun altro avesse fatto fino ad allora, quell’uomo non poteva non essere lui il Cristo. E Pietro non tarda a riconoscerlo. Pietro riconosce che Gesù non è la riedizione di un passato, come invece sosteneva la gente: quell’uomo è qualcosa di ben diverso. Per Pietro come per Paolo quell’uomo è davvero tutto, non c’è da aspettare nessun altro.

Ma poi, una vera e propria doccia fredda, di quelle che raggelano. Finché il Cristo non lo conosci crocifisso, finché Dio non lo conosci mentre si manifesta in ciò che sembra essere il suo opposto, ciò che di lui puoi professare ha solo il carattere dell’inconsistenza e dell’ambiguità. Finché non impari a perdere la vita, hai conosciuto un “tuo” Cristo che nulla ha da spartire con Gesù. Pietro avrebbe voluto volentieri gustare il “momento magico del traguardo” senza percorrere “il sentiero solitario del sacrificio”. Dovrà invece imparare a sue spese che conosce la fecondità dell’esistere, solo chi accetta il silenzio del seme che cade nella terra e marcisce.

Cesarea segna il passaggio dallo scegliere di stare con Cristo per quello che egli compie, allo stare con lui per quello che egli è. Proprio come accade talvolta nelle nostre relazioni, quando ci accade di riconoscere con stupore e quasi senza alcuna ragione: non so perché, ma non posso non volerti bene. La vita cristiana è nient’altro che la storia di un’amicizia che non viene meno neanche se tu dovessi abbandonarmi.

Il passaggio dallo scegliere di stare con Cristo per quello che egli compie, allo stare con lui per quello che egli è, non è scontato e non è mai del tutto compiuto se è vero che a quella bellissima e promettente espressione con cui si apre il vangelo: “subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mc 1,18), fa riscontro quell’altra così triste e drammatica: “tutti lo abbandonarono e fuggirono” (Mc 14,50).

Su questa pietra… Ne sei convinto, Signore? Sì, su questa pietra – non un’altra – edificherò la mia Chiesa. La sincerità della sua professione di fede – tu sei il Cristo… – e la promessa di Gesù a Pietro – su questa pietra… – non risparmierà Pietro dall’esperienza della fragilità. Mai esenti dalla contraddizione anche quando siamo capaci di fede sincera. Non è con pietre squadrate che il Signore edifica la sua Chiesa. Non con una fede esente da incrinature e dubbi.

Non a caso, infatti, è a Pietro che viene conferita l’autorità sulla comunità dei discepoli, alla fede sincera e al contempo fragile di Pietro e dei suoi compagni. Tocchiamo qui uno dei tratti paradossali dell’esperienza cristiana (soltanto?): la consapevolezza della propria personale fragilità è ciò che può permettere che l’essere costituiti in autorità non venga inteso come un potere da esercitare ma come motivo per esprimere una più larga misericordia di Dio. Piccoli, eppure costituiti basamento solido. Pietro è confermato a capo dei fratelli solo quando avrà superato la prova, quando, cioè, sarà diventato consapevole della sua personale fragilità.

Non è la rigidità di una istituzione o il dispiegamento di mezzi umani la garanzia della possibilità di annunciare Gesù Cristo ma l’umile confessione della piccolezza della propria fede e l’accoglienza di un Dio che si compiace manifestarsi così e di essere accolto così.

A Pietro, nel primo conclave della storia, verrà chiesta soltanto la pienezza dell’amore. Non la professione della fede ma quella dell’amore (mi ami tu?). Nient’altro: solo la pienezza dell’amore, infatti, rende presente il volto di Dio di cui egli veniva costituito segno tra i fratelli. L’autorità che Gesù conferisce a Pietro è la custodia dei fratelli, far crescere i fratelli.

Su questa pietra… che è la mia vita, il Signore intende edificare la sua comunità. È grazie a persone come Pietro che non si fermano ad una lettura superficiale (quella dettata dalla carne e dal sangue) ma riescono ad aprirsi alle profondità nascoste negli accadimenti che è dato edificare il nuovo, dentro e fuori la Chiesa.

Pietro crederà di aver proferito la risposta giusta, detta la quale può quasi chiudere la sua partita con il Maestro. Ma non sarà così: dovrà ancora lasciarsi interrogare e mettere in crisi nelle sue certezze perché se è vero che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, lo è in modo diverso da come Pietro se lo immagina. Potrà continuare a ripetere la sua risposta solo se acconsentirà a lasciarsi cambiare nome, vale a dire se permetterà di ridefinire la sua identità alla luce di quella del suo Maestro. Comprendiamo fino in fondo chi è Gesù solo quando gli permettiamo di capovolgere la nostra vita, accettando una possibilità che non viene dal nostro dato di natura (carne e sangue), ma dal nostro rapporto con lui.

Così speriamo e così sia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.