Fare spazio – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 28 giugno 2014

Madonna della BrunaIn questo VI giorno della novena, facciamo memoria del Cuore Immacolato di Maria, il cuore che più di ogni altro ha saputo far spazio al mistero di Dio via via che gli venivano chieste nuove aperture ed accoglienze, da Nazaret al Calvario. Così, dopo aver contemplato ieri il Cuore che tanto ha amato gli uomini, oggi contempliamo il Cuore che ha fatto spazio a questo amore in modo pieno, al punto da diventare simile al Cuore del Figlio. Al Cuore di Gesù che ama corrisponde il Cuore di Maria che, per la fede, si fa grembo e genera l’impossibile. Tutto questo non senza un lento e progressivo lasciarsi plasmare dall’opera di Dio.

Infatti, proprio non se l’aspettavano, Maria e Giuseppe, che l’adempimento di un rito previsto per l’ingresso di quel loro figlio dodicenne nella maggiore età, – un momento religioso, quindi – si trasformasse in una vera e propria occasione per riconsiderare il loro essere coppia e il loro essere padre e madre.

Non si aspettavano neppure di dover conoscere due stati d’animo tanto simili a quelli che prova ciascuno di noi quando la vita ci misura con eventi che non avevamo messo in conto: preoccupazione ed angoscia, sentimenti di chi sembra aver smarrito il senso di ciò che sta attraversando. Eppure erano a conoscenza di quanto l’angelo aveva detto riguardo a quel figlio. Come tenere insieme la fiducia propria di chi sa che Dio mantiene la parola data e l’angoscia per aver perso colui che è garanzia di quella stessa promessa? Il tutto, neanche per un tempo breve: tre giorni, gli stessi che dovranno passare quando quel Figlio, deciderà di nuovo, liberamente, di inabissarsi addirittura nell’ombra della morte. L’esperienza dello smarrimento segnerà non poco il cuore di Maria, l’unica in grado di custodire la fede e tenere viva la speranza quando il Figlio si “smarrirà” nello scandalo e nel fallimento della croce.

Non si aspettavano di patire sulla loro pelle la durezza di quel parlare di Gesù che non risparmierà nessuno, come sappiamo dal seguito del vangelo. Quel suo parlare, infatti, destabilizzerà non poco proprio Maria e Giuseppe, scelti da Dio stesso per essere i custodi della crescita del Figlio di Dio. Fossero stati sottoposti a un nostro moderno test per l’idoneità all’adozione, non avrebbero superato l’esame, dal momento che arriveranno a smarrire proprio chi era stato loro affidato.

Non si aspettavano di dover riconoscere che, dopo quei tre giorni, il rapporto con quel Figlio dovrà mutare. A buon diritto si possono applicare a loro, come a chiunque accetti di essere messo in discussione dalla presenza del Signore, le parole che l’apostolo Paolo scriverà in 2Cor 5,16: “Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così”.

Non si aspettavano, Maria e Giuseppe, di dover apprendere che, per quanto avessero dato spazio all’opera di Dio nella loro vita, c’era ancora altro che andava illuminato dalla luce della sua presenza. Avrebbero voluto gestire i rapporti con quel figlio secondo dinamiche familiari consolidate e, invece, quel figlio rappresenta una sorta di superamento. Non accade, forse, anche a noi di non essere in grado di far sì che il Vangelo tocchi ambiti come il lavoro, l’educazione dei figli, il rapporto con gli altri, l’attraversamento di imprevisti?

Non si aspettavano di dover riconoscere che i legami di sangue non possono prevalere sul legame con Dio Padre.

Non si aspettavano di dover riconoscere che Dio suscita continuamente percorsi inediti secondo i quali la vocazione dei figli non è quella dei loro genitori.

Non si aspettavano di dover attraversare non pochi momenti di ansia per imparare a conoscere un figlio di cui sanno molto poco. Le sorprese, infatti, non finiscono a Gerusalemme: si ripresenteranno più volte. Una fra tutte, quando, proprio dalla bocca di quel figlio, Maria dovrà apprendere che se grande è il legame con Gesù per essere stata sua madre, ben più grande è il legame di chi arriva a compiere la sua parola.

Non immaginavano che anche per il Figlio di Dio, il percorso che lo portava a diventare uomo, dovesse passare attraverso una vera e propria lotta, fatta di scelte e di decisioni,  compreso il taglio di un cordone ombelicale che, se non reciso, l’individuo corre il rischio di restare intrappolato per sempre in una cintura affettiva che è solo una forma più piacevole della morte.

Non immaginavano che, anche per loro, mettere al mondo significa perdere. Avranno bisogno anch’essi di apprendere che, perché l’altro sia, è necessario ritrarsi, farsi da parte. È stato così anche per Dio quando, dopo aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ha scelto di fare spazio al grande dono della libertà dell’uomo. Anche a costo di mettere in conto che l’uomo subisca il fascino di un serpente che mente.

Non immaginavano di dover apprendere che solo se non si perdono di vista le cose del Padre, Nazaret può diventare il luogo in cui si plasma l’umanità del Figlio di Dio. Solo coniugando continuamente cose di Dio e cose dell’uomo si plasma l’umanità dei figli di Dio.

Se Lc non avesse raccontato questo episodio avremmo faticato a credere che sia realmente accaduto. Il racconto di Lc, infatti, apre una sorta di spiraglio nel velo di una vita fatta di non pochi silenzi. Son passati dodici anni, dodici anni di silenzio da quando Lc ha narrato della nascita; ne passeranno ancora una ventina prima che Gesù ricompaia nel racconto.

Intriga non poco il racconto di Lc se lo si mette al riparo dagli stereotipi con cui siamo soliti accostarlo e si restituiscono alla famiglia di Nazaret i colori della vita. Il primo stereotipo è proprio quello dello smarrimento. Dove è scritto che Gesù si smarrisce? Lc annota piuttosto: senza che i genitori se ne accorgessero rimase nel tempio. È lui che decide di essere altrove rispetto alle aspettative dei suoi genitori. E quell’altrove li mette in movimento. E, infatti, quella di oggi è una pagina che annovera non pochi verbi di movimento che restituiscono una famiglia in cammino: si recavano tutti gli anni a Gerusalemme… vi salirono di nuovo… mentre riprendevano la via del ritorno… fecero una giornata di viaggio… tornarono in cerca di lui… partì dunque con loro e tornò a Nazaret. Non stanziale questa famiglia.

Il cammino come categoria a partire dalla quale rileggere la vicenda della famiglia di Nazaret come quella di ogni nostra famiglia. Solitamente nel nostro immaginario dire famiglia è dire cristallizzazione di un’esperienza: l’immagine va subito a una sorta di agognato focolare domestico sempre rincorso.

Da quel che si evince dalla Famiglia di Nazaret essa risulta piuttosto un superamento di cose progettate e desiderate. A ben pensarci questo dato lo restituisce anche la nostra esperienza: non è forse partenza per un viaggio l’avventura di due ragazzi che decidono di sposarsi? Dove condurrà? E per quanto? E come? La vita – anche quella di una famiglia come quella di Nazaret – è oltre il precostituito. Sempre.

Maria e Giuseppe per quanto disposti a fidarsi di Dio, hanno faticato a far rientrare nel loro schema di pensiero quel figlio che eccedeva ogni loro aspettativa. E per quanto non capissero – non compresero – tuttavia si offrivano agli eventi così come accadevano lasciandosi mettere in viaggio, un viaggio interiore prima ancora che geografico, un viaggio dettato da quel figlio che chiedeva loro di stare nei passaggi, quelli di lui che cresceva e più in generale quelli della vita. Stare nei passaggi, appunto.

Lo cercheranno per tre giorni, cifra simbolica. Il richiamo ai tre giorni in cui Gesù rimarrà nel sepolcro è evidente. A volte il nostro cercare dura molto di più. Maria e Giuseppe si saranno senz’altro sostenuti nella speranza di quel cammino, avranno accettato la sfida di un altro giorno di ricerca. Sbaglieranno persino nel cercare: lo cercheranno tra parenti e conoscenti. Quasi nel tentativo di leggere quel figlio secondo uno schema che ormai non reggeva più, tanto è vero che gli chiederanno: perché ci hai fatto questo?

Loro cercano, si mettono in cammino a fronte di un figlio che, invece, evoca immagini di sosta: rimase a Gerusalemme… seduto… non sapevate che io devo essere nelle cose del Padre mio? Nelle parole di Gesù quasi un rimprovero a quei genitori che avevano smarrito il senso del progetto originario  e il cui cercare era a tentoni. Egli invece rivendica un altro viaggio: quello proprio di chi dimora nei pensieri di Dio. Quando il tuo cammino non è mosso e guidato da quei pensieri il tuo è un percorso senza meta, un cercare a vuoto. Il suo stare nel tempio diventa invito per Maria e Giuseppe a riformulare il loro progetto alla luce dei pensieri di Dio.

Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. Il viaggio non finisce. Il suo cuore di madre è perennemente messo in cammino dalle parole del figlio e dagli interrogativi della vita.

Dice san Giovanni Paolo II che Gesù apre il Cuore Immacolato di Maria e “le rivela la nuova dimensione dell’amore e la nuova portata dell’amore”. E non è forse quanto continuamente è chiesto a ciascuno di noi?

Il Signore conceda anche a noi la grazia di un cuore capace di fare spazio all’inedito di Dio.

Così speriamo e così sia.

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