Non ti ho amato per scherzo – Sacro Cuore di Gesù – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 27 giugno 2014

Madonna della BrunaStasera, mentre sostiamo dinanzi allo specchio che è Maria, vogliamo chiedere una grazia tutta particolare, quella di fare esperienza della “carità della passione” (S. Francesco d’Assisi). Lei, ha avuto la grazia di essere discepola del Figlio fino alla fine tanto da accogliere l’ultima consegna di Gesù morente. Vorremmo, se fosse possibile, che Lei ci prenda per mano e ci porti sul Calvario e lì, come da una fessura, intravedere, anche solo per un attimo, un frammento del mistero stesso di Dio.

Perché la richiesta di questo dono? Perché trovo che nella comunità cristiana c’è tanta militanza ma senza discepolato; si fa un gran parlare di testimonianza come se fosse altra cosa rispetto al vivere; perché corriamo anche noi il rischio, come amava ripetere don Tonino Bello di “compiere le opere di carità senza la carità delle opere”. Fintanto che la nostra testimonianza di carità o la nostra evangelizzazione non nascono dall’esserci abbeverati alle sorgenti della grazia, diventiamo funzionari, magari anche funzionari del sacro, ma non saremo mai mistagoghi, persone capaci di introdurre altri a fare esperienza di ciò che per noi è la ragione del vivere e del morire. La vita cristiana non è anzitutto un programma da eseguire o una legge da osservare e nemmeno una dottrina da seguire.

Proprio la festa del Sacro Cuore ricorda ciò da cui è necessario ripartire: dall’incredibile condiscendenza di Dio verso di noi, da quel dono inatteso e straordinario che strappa dalle labbra del ladrone pentito l’invocazione che riscatta una vita mancata: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”.

Non dimentichiamo che il volto perdente e sfigurato di Gesù genera scandalo innanzitutto tra i discepoli. Lo stesso Gesù ne è consapevole: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte”. Il volto autentico di Dio si svela, si manifesta tra fughe e abbandoni (“Allora, tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono”), nel silenzio colpevole di chi si vergogna e segue da lontano e nel rinnegamento esplicito che è dettato dalla paura di condividerne la sorte.

Quel volto, quella persona che i discepoli avevano frequentato mentre insegnava, operava prodigi, guarigioni, addirittura risuscitava i morti, man mano che assume i tratti dello sconfitto, non lo si riconosce più (“non conosco quell’uomo”, impreca e giura Pietro). Come può essere il Figlio di Dio quell’uomo che è abbandonato nelle mani degli uomini, che vive l’abbandono persino da parte del Padre?

Portiamo tutti dentro di noi l’immagine di un Dio a cui tutto è possibile. L’immagine di un Dio che soffra non ci è connaturale. Portiamo con noi l’immagine di un Dio forte, che compie ciò che vuole, al quale nulla è impossibile: “Chi può resistere di fronte a lui?”.

Un’altra immagine di Dio che custodiamo dentro di noi è quella che Egli non può non odiare il male con tutta la sua forza, perché Dio e il male sono l’uno l’opposto dell’altro.

E, invece, cosa accade? Quel Gesù che è Dio con noi, manifesta tratti evidenti di debolezza. Quando i farisei tengono consiglio per farlo fuori, Gesù si allontana, cede, lascia che questa ira si accenda. Appare come uno che non ha forza.

Inoltre, quando guarisce qualcuno, ordina sempre di non divulgarlo: tutti gli dicono di mostrarsi al mondo dal momento che era venuto per parlare al mondo e lui, invece? Lui niente. Sceglie il silenzio. Come mettere insieme questi dati col suo essere l’inviato di Dio, il Figlio di Dio?

Facciamo non poca fatica ad entrare nella Passione del Signore perché ci mette troppo a contatto con quegli aspetti della nostra esperienza che ci spaventano. Eppure è proprio in questo andare incontro alla sofferenza e alla morte da parte di Gesù che avviene il vero e proprio ‘miracolo’ che ci dischiude a una conoscenza più profonda del volto di Cristo. Il Signore entra nel cuore della fragilità umana, la abita; non la disprezza, la assume.

È il paradosso della forza di Dio che si manifesta nell’amore, nel perdono, nella consegna di sé al punto che Gesù diventa nelle mani dei suoi nemici quello che essi ne fanno: nelle mani di Giuda diventa solo la possibilità di un baratto per 30 denari, nelle mani di Pietro è uno sconosciuto al punto da rinnegarlo. E nelle mie mani che cos’è?

Ecco lo scandalo della croce che non possiamo comprendere con la sapienza umana, con la nostra logica o i nostri schemi. È un Messia che non possiamo “capire” se non entrando in una prospettiva completamente rovesciata che è quella di chi perché l’altro viva non esita a consegnare se stesso. Giuda lo tradirà, lo consegnerà, ma in realtà è Gesù a consegnarsi: “io ho il potere di dare la vita e il potere di riprenderla di nuovo, nessuno me la toglie”.

Perché tutto ciò? Per amore. Un amore disinteressato, un amore che si effonde sugli uomini al di là di ogni possibilità di contraccambio o di merito. Un amore gratuito, un amore che non teme il rischio di essere unilaterale, un amore che addirittura non teme di opporsi alla nostra inimicizia o al nostro odio. Paolo nella lettera ai Filippesi dice che è proprio dell’amore considerare gli altri superiori a se stessi. Quell’amore che impedisce agli altri di diventare il nostro inferno (cfr. Sartre). È questo che spiega tutta la vicenda di Gesù dall’incarnazione alla passione e morte: un continuo mettersi ai piedi dei suoi, sempre più in basso. Quanto avremmo bisogno di questo sguardo dal basso!

Dio non viene a salvarci dall’alto con la sua potenza, la sua forza. Dio ci salva, ci libera dimenticando queste sue prerogative per trasformarle in amore, in misericordia, in vicinanza con gli uomini perché li ama sino alla fine.

E qui forse comprendiamo che il tempo in cui Dio si rivela a noi non coincide necessariamente, come forse saremmo più propensi a pensare, con i momenti di successo, di verifica vincente delle nostre capacità, di entusiasmo, di esaltazione, ma piuttosto con le situazioni contrarie, in cui siamo invitati a “raccogliere il nostro niente”, a presentarlo a lui. Può essere un torto subìto, un’amicizia tradita, un momento di difficoltà, una malattia, un lutto. Nulla è infecondo. Nulla. Tutto è materiale prezioso da raccogliere e presentare al Signore.

Fare esperienza di Dio consiste nell’accettazione della propria personale debolezza, nel riconoscere dinanzi al Dio grande nell’amore la propria personale povertà per ricevere da lui e non da chissà quali nostri stratagemmi, la giustizia che salva.

Ma perché ci ha amati così?

L’amore non ha motivazioni, non ha un perché: esso è racchiuso nell’ordine della gratuità. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi… Ci ha amati per primo” (1Gv 4,10.19).

La morte di Gesù è così riscattata da una logica di casualità o di necessità, non è dovuta ad oscure forze o ragioni della storia che si sono come abbattute su di lui a sua insaputa e perciò suo malgrado.

Se tutta la Scrittura potesse mettersi a parlare insieme e racchiudere, come per miracolo, tutto ciò che essa contiene e che in essa vi è scritto in una sorta di grido, essa annuncerebbe solo questo: “Dio vi ama!”. Dice sant’Agostino che se per disgrazia un incendio dovesse bruciare tutti i testi della Parola di Dio che sono presenti sulla terra e che questo incendio dovesse salvare quella parola di 1Gv 4,8 “Dio è amore”, noi avremmo comunque tutta la Scrittura.

Un amore, noi sappiamo, che trova le sue radici nel “da sempre”, nell’eternità e che pure si è manifestato nel tempo, attraverso gesti concreti che costituiscono quella che noi oggi chiamiamo storia della salvezza, che non è una storia altra da quella che gli uomini hanno vissuto ma è la storia letta, guardata con gli occhi di Dio. Quante volte noi invece siamo tentati di pensare che anche la nostra storia di salvezza corra magari su un binario parallelo a quello che invece costituisce il nostro quotidiano.

Dio ci ha parlato più volte e in diversi modi di questo suo amore, afferma Eb 1,1. In Ger 31,3 arriva addirittura a dichiarare questo suo amore: “Ti ho amato di amore eterno”, cosa mai udita prima in nessuna religione e in nessuna filosofia, perché il dio dei filosofi è un dio da amare e non certo un dio che ama e che ama per primo.

Ora Dio non si è accontentato di parlarci del suo amore attraverso intermediari, per interposta persona. Eb 1,2 così continua: “Ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Dove sta la differenza? Essa è abissale perché Gesù non si è limitato a parlarci dell’amore di Dio: egli è l’amore di Dio per noi!

Che differenza c’è fra il dono di qualcosa che attesti il nostro amore verso chi amiamo e che in qualche modo ci rappresenta e la nostra stessa presenza?

In Gesù Dio è venuto a parlarci dal di dentro della nostra condizione umana: è la logica dell’incarnazione.

Un amore che giunge ad una identificazione con l’uomo, dove le analogie umane non sono in grado di essere espressive e allora Gesù arriva ad affermare: “Voi in me ed io in voi” (Gv 15,4).

Un amore che è fino all’estremo: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Sono due le cose che manifestano il vero amore: fare del bene all’amato e questo Dio lo ha vissuto con noi in particolar modo nella creazione e arrivare a soffrire per lui, cosa che Dio ha sperimentato nella vicenda terrena di Gesù. Ben a ragione il Signore potrà dire a Santa Angela da Foligno: “Non ti ho amato per scherzo”. Ritornano le parole delle Lamentazioni: “Popolo mio, che cosa potevo fare di più per te che non ho fatto? Rispondimi!”.

Come faccio allora a sapere quanto e come Dio mi ama? Noi possediamo un mezzo per arrivare a capire questo: guardare quanto ha sofferto! “Così Dio ha amato il mondo!” (Gv 3,16).

“Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). Ecco il primato del dono, della grazia che accogliamo attraverso lo stupore e la gratitudine. Non è facile gridare “noi abbiamo creduto all’amore” perché comporta un uscire da noi stessi e noi saremmo molto più portati ad essere attivi che passivi. E allora ecco che al primo posto, al posto del dono, viene messo il dovere, al posto della grazia la legge, al posto della fede le opere, al posto della benevolenza di Dio la tua buona volontà.

Lasciamoci coinvolgere in questa esperienza di amore da parte di Dio, non abbiamo paura, accogliamo questa buona notizia che Dio ama me, preso come sono qui e ora. Non abbiamo paura della nostra indegnità: “Qualunque cosa il nostro cuore ci rimproveri, Dio è più grande del nostro cuore”.

Così speriamo e così sia.

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