Umiltà e sguardi di Maria – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 26 giugno 2014

Madonna della BrunaStasera, mentre muoviamo i primi passi nella Solennità del Cuore di Cristo, vorrei, insieme con voi, carpire il segreto della grandezza e della bellezza di Maria. Vorrei ritrovarmi ai suoi piedi in ascolto umile di ciò che lei ha vissuto, ha sentito, ha pensato. Le vorrei chiedere quello che un giorno fu rivolto al Battista da parte di chi accorreva sulle rive del Giordano per farsi battezzare: “E noi che cosa dobbiamo fare?”. Dio, infatti, non ha niente da dire a chi non si pone domande, tantomeno a chi è sazio di sé e delle proprie illusioni.

Quando Maria parla di sé afferma: “Ha guardato all’umiltà della sua serva”. Dio comincia sempre dal marginale, dall’irrilevante, da Nazareth. Proprio da dove nessuno caverebbe qualcosa di buono, da lì riparte un nuovo percorso. È lo stile di Dio: “Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli”. Tanto diverso dallo stile dell’uomo, lo stile di Dio. Per mettere mano alle sue imprese l’uomo fa leva sulla forza, sui progetti, sulle idee migliori, sulle strategie più avvincenti. A Dio, invece, interessa altro. Gli va bene l’umiltà. Quasi un invito a noi uomini a non prenderci troppo sul serio. Da sempre così: il riscatto della storia umana parte con un vecchio, Abramo; si serve di uno zoppo Giacobbe, peraltro uno che aveva carpito la primogenitura al fratello; a fronteggiare il faraone invierà uno che non sa parlare, Mosè; per riscattare la sorte del popolo eletto investirà della regalità un ragazzo, Davide.

Sant’Agostino sosteneva che per essere graditi a Dio occorrono tre virtù: “l’umiltà, l’umiltà e… l’umiltà!”. Perché mai? Perché Dio è irresistibilmente attratto dagli umili? È solo con gli umili che Dio si manifesta per quello che è, ovvero il protettore, colui che tu vorresti accanto. Che cos’è l’umiltà? È il giusto sentire di sé, è l’esatto contrario della superbia e in modo particolare di un aspetto di essa che va sotto il nome di ipocrisia. L’ipocrita è colui che recita la parte di Dio chiedendo a lui che gli sia riconosciuto il consenso altrui. L’ipocrisia nasce là dove una grave menzogna mina nel profondo la propria storia: io sono l’unico capace di gestire le cose nel miglior modo possibile. L’umiltà, invece, si nutre di tutt’altra verità: io sono unico ma non l’unico. Per questo non ho bisogno di applausi; ho piuttosto bisogno di vivere affidato. Se l’ipocrisia è l’anticamera del fallimento perché struttura persone sempre preoccupate di far credere ad altri quello che non si è, l’umiltà è la madre della serenità perché permette di essere lieti di quello che si è e di quello che si ha, abdicando a una vita che trascorre nel soddisfare le aspettative altrui.

“Ha guardato l’umiltà della sua serva”. Chi vive un sano contatto con se stesso non può non essere umile. L’umiltà, infatti, non è anzitutto una conquista virtuosa ma una condizione. Da dove avrà appreso questa consapevolezza di sé il Figlio Gesù, allorquando chiederà di imparare da lui che è mite e umile di cuore, se non alla scuola di sua madre?

L’umile è colui che sta in atteggiamento mite nei confronti della storia: è colui che non calunnia Dio quando le cose non vanno secondo le proprie aspettative. Nel cammino dell’esodo, durante la traversata del deserto, chi aveva mormorato non ebbe la gioia di varcare la terra promessa. Vi entreranno solo i miti, coloro cioè che si erano fidati di Dio e dei suoi inviati. Non a caso Gesù ripeterà nelle Beatitudini: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Maria non ha mai alzato la voce contro Dio neanche nell’ora della passione del Figlio. Attraverserà la tenebra di quell’ora senza cadere nel vittimismo.

Il mite di fronte alla storia è l’umile di fronte a Dio Padre. Umile è colui che fa più spazio al progetto di Dio che ai propri sogni irrealizzabili. È colui che impara la sapienza da ciò che patisce. L’umile è chi, perennemente appostato sulla torre di guardia della propria condizione umana, scorge che il Dio che sembra tardare non delude mai, per questo gli si può affidare.

Un vescovo vissuto nel IV sec., Epifanio di Salamina, usa un’immagine bellissima per parlare di Maria e di ciò che Lei ha significato per il Figlio stesso di Dio. Epifanio dice che assumendo la condizione umana, il Figlio di Dio è andato a bottega – proprio come accadeva un tempo nei nostri paesi – “nell’officina di Maria”. Lì, a quella scuola, la sua umanità si è lasciata plasmare ogni giorno di più dall’azione dello Spirito Santo.

Stasera, siamo venuti anche noi a bottega nell’officina di Maria per apprendere il suo modo di guardare le cose. Come vorrei che tornassimo a casa custodendo la grazia dello sguardo rinnovato!

San Giovanni Paolo II, in RVM 10, parla di 5 sguardi di Maria:

o   il primo è lo sguardo interrogativo. Anche Maria ha dovuto interrogare: all’annuncio dell’angelo, quando chiede in che modo potrà realizzarsi quello che le è stato appena richiesto; poi quando smarrisce il figlio Gesù nel tempio: “Figlio, perché ci hai fatto questo?”. Anche Maria conosce la nostra stessa fatica nel conoscere e comprendere ciò che Dio le chiede. Di fronte alla difficoltà, Maria non si blocca: medita, cerca soluzioni, torna sui suoi passi perché non può perdere Gesù. E quando lo trova, Lei la madre, si fa discepola del Figlio: c’è un’altra via da intraprendere e non è quella che da Gerusalemme porta a Nazaret. È la via che porta ad occuparsi delle cose del Padre;

o   il secondo è lo sguardo penetrante. È lo sguardo di chi sa stare a contatto con il reale fino a coglierne la domanda inespressa. “Non hanno più vino”. Il suo è lo sguardo di chi guarda lontano e perciò anticipa i tempi. È grazie al suo sguardo che Gesù può intervenire facendo in modo che l’umanità conosca la grazia della consolazione. Anche nella vita di ognuno di noi c’è una “Cana di Galilea”, ovvero un’esperienza in cui siamo chiamati a rompere gli indugi e introdurre la presenza di Gesù di cui dobbiamo imparare a fidarci facendo quello che ha da dirci; lo sguardo penetrante di Maria ci insegna che ci sono situazioni a cui non si può far fronte solo con gli espedienti umani, con i mezzi a nostra disposizione: occorre altro, occorre fidarci di Dio;

o   il terzo è lo sguardo addolorato, lo sguardo di chi lascia che tutto accada riconoscendo che proprio ciò che a noi pare essere il massimo dell’infamia, dalla parte di Dio è il massimo della gloria. Maria ci insegna a prendere parte al dolore del mondo “aut effectu, aut affectu”, o effettivamente o affettivamente. Se a noi non è chiesta la testimonianza della vita, di certo è chiesta quella del cuore; proprio il suo sguardo addolorato ci ricorda che non c’è dolore umano che non sia al sicuro nel cuore di Dio;

o   il quarto è lo sguardo radioso, lo sguardo di chi sa che la croce non è mai l’ultima parola sulla storia dell’uomo. È lo sguardo di chi sa che la parola del Signore sempre si compie e perciò “nessuno ci potrà togliere la nostra gioia”. Il suo è lo sguardo di chi non perde mai la consapevolezza di essere fatti per altro;

o   l’ultimo è lo sguardo ardente, lo sguardo di chi si lascia colmare e trasformare dallo Spirito Santo, incessantemente. Chi è ricolmo dello Spirito non vive una vita vuota, insipida o banale. È lo sguardo di chi si appassiona per ogni cosa sapendo che le cose di Dio sono le cose vere dell’uomo.

Non ci resta che fare nostra la preghiera che Sant’Alfonso rivolge a Maria: “Rivolgi a noi gli sguardi, nostra Avvocata sei; noi siamo indegni e rei, ma siam tuoi figli ancor”.

Così speriamo e così sia.

 

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