Lo stile di Nazaret – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 25 giugno 2014

Madonna della Bruna“Maria, donna esemplare”, è colei che “porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la propria identità, gli affetti del cuore, gli atteggiamenti e i gesti che Dio attende da lei” (Educare alla vita buona del vangelo, n. 56).

Sostando dinanzi allo specchio che è Maria, dopo aver provato a riconoscere la nostra identità di figli amati, vogliamo apprendere i gesti che Dio attende da noi se è vero che è alla sua scuola materna che Dio ha affidato lo stesso suo Figlio.

Perché Dio ha scelto proprio la casa di Maria? Come doveva essere quella casa? A noi non interessa come fosse materialmente quella dimora ma che aria si respirasse. È il vangelo stesso a lasciarci presagire lo stile di quella casa: una casa totalmente aperta, se è vero che l’angelo di Dio può avervi accesso liberamente. Entrando da lei, ricorda Lc. Non poche volte, infatti, la nostra esistenza non conosce la bellezza di un nuovo annuncio e di una nuova possibilità, solo perché c’è una chiusura che non permette ad alcun angelo di varcare la soglia della nostra vita.

Ecco sto alla porta e busso se qualcuno ascoltando la mia voce mi apre, io entrerò, cenerò con lui ed egli con m (Ap 3,20): Dio si muove nella storia sempre interpellando la libertà umana, mai forzandola. Quante cene mancate, perché tante porte non si sono aperte!

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa l’arte dell’ascolto di angeli. L’angelo è colui che annuncia la possibilità dell’impossibile. L’impossibile diventa possibile perché la Parola di Dio non è mai impotente, opera sempre ciò che annunzia. Essa non è mai sterile. L’impossibile diventa possibile perché lo Spirito Santo è sempre di nuovo all’opera: ti coprirà con la sua ombra. Tutto è possibile a chi crede.

Che cos’è il vangelo se non la realizzazione dell’impossibile? Esso narra che Gesù nascerà in un modo e non in un altro; narra che l’adultera venga perdonata e non lapidata; narra che il figlio prodigo viene trattato come figlio e non come servo; narra che è possibile a un vecchio come Nicodemo di rinascere; è possibile persino che un morto di 4 giorni oda l’invito a venir fuori; narra di come sia possibile che dentro di me rinasca la fiamma della fede, della speranza, della carità.

In quella abitazione totalmente aperta, erano di casa lo stupore e la capacità di porsi domande: si domandava che senso avesse un tale saluto. Era di casa la riflessione. Si pone domande chi sa di non disporre di una lettura esaustiva e onnicomprensiva del reale come accade sotto i suoi occhi. Ci sono cose che non è possibile ospitare nel nostro orizzonte se non accettando di lasciarci mettere in discussione proprio da quei messaggeri che Dio continuamente suscita. Quante cose ci appaiono già note ancor prima di essere vissute! E di quante occasioni di rinascita ci priviamo solo perché ci sembra di non aver alcun grembo per poter ospitare ciò che va oltre il nostro desiderio o la nostra aspettativa! La vita è fatta di turbamenti, di emozioni confuse: ma Dio non teme questo nostro mondo interiore.

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa la fiducia. Come potrebbe non essere così se Maria arriva a mettersi a disposizione senza riserve di un progetto che non era il suo? All’angelo che le reca un annuncio che le sconvolge la vita, Maria risponde: possa essere di me come tu dici! Una risposta così non si improvvisa: essa nasce da un cuore che sempre aveva custodito il desiderio di essere in comunione con Dio e perciò accetta che le proprie solite risposte vengano sovvertite. Maria è certa che l’aprirsi a Dio non coincide mai con un impoverimento della propria umanità.

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa lo spirito di servizio. Sono la serva del Signore, ripete Maria all’angelo. Difficilmente pronuncia parole simili chi è abituato a gestire, dominare, disporre, comandare. Quelle di Maria sono parole che attestano uno stile umile, disponibile, accogliente.

In quella abitazione, era di casa l’impossibile, il non sentirsi arrivati, la capacità di misurarsi con l’imprevisto. Maria non costringe il progetto di Dio ad adeguarsi alla sua capacità di accogliere, ma prova a dilatare la sua capacità sulla misura dei disegni di Dio.

In quella dimora, da una parte erano di casa una grande concretezza e un sano realismo (tanto è vero che Maria chiede: come avverrà questo?), dall’altra una grande disponibilità a “lasciarsi condurre oltre se stessi”.

Che cosa ha imparato il Figlio di Dio alla sua scuola? Forse dimentichiamo troppo spesso che Gesù è rimasto a quella scuola per ben tre decenni, dedicando solo gli ultimi mesi della sua esistenza terrena all’annuncio del vangelo. Davvero strano questo sbilanciamento.

Alla scuola di Maria ha appreso l’arte di incontrarsi concretamente con i poveri, con gli ammalati, con i lebbrosi, con chi portava sulla sua pelle il segno di una esclusione.

Da lei ha appreso il modo in cui ci si avvicina a chi ha bisogno di aiuto; dalle sue materne abitudini ha imparato l’arte del servire. Se il vangelo può annotare che egli cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini lo si deve al modo di essere e di operare a livello educativo di sua madre.

Da lei ha pure appreso la capacità di ritrovarsi in un clima di fraternità e di amicizia. E se, abbastanza frequentemente amerà ritrovarsi in solitudine e in preghiera e comunque a custodire con assiduità il dialogo con il Padre suo che talvolta conoscerà tanto gli accenti della gioia e della gratitudine come quelli della fatica e della lotta, da chi lo avrà appreso se non da lei?

Questo doveva essere lo stile educativo della casa di Nazaret: un luogo che mentre privilegia l’ascolto assiduo della Parola di Dio non cessa di prestare ascolto alle parole dell’uomo. In un clima come il nostro in cui l’emergenza educativa – sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista religioso – è una vera e propria sfida, abbiamo bisogno di guardare al modello di Nazaret, dove il Figlio di Dio fa sua la ferialità, la compagnia di vita e di linguaggio, di sentimenti e di esperienze.

Se il Signore nell’ultimo periodo della sua vita ha potuto insegnare con autorità usando parole che salvano e non già parole da cui salvarsi (come talvolta possono essere le nostre), è perché ha accettato di stare lungamente alla scuola del fare.

Se è vero che Dio per raggiungerci ha fatto sua la via dell’umano, è altrettanto vero che per andare a lui è necessario umanizzare tutto il nostro vivere quotidiano. La sua incarnazione è ciò che esige la nostra incarnazione: non basta essere generati alla luce. È necessario scegliere lo stile attraverso cui esprimere il nostro essere uomini e donne. Sta a noi scegliere se entrare o meno nel gioco dell’amore che non conosce sconti né riserve né remore né parentesi.

A Dio si va con la nostra disponibilità a mettere in discussione il nostro stile di vita. L’amabilità del carattere, la delicatezza dei tratti, la capacità di rispetto verso tutti, la disponibilità all’accoglienza, il valore dato ai gesti di fraternità e di amicizia, la sincerità nelle relazioni, il linguaggio educato, la consapevolezza dei propri limiti, la capacità di guardare con speranza, una certa capacità di equilibrio, uno stile sobrio, il senso del proprio dovere, sono tutti aspetti che esprimono quanto, poco alla volta, ci stiamo lasciando toccare da ciò che lo Spirito Santo compie in noi mentre di giorno in giorno va plasmando, non senza il nostro personale apporto, l’immagine dell’uomo nuovo.

Così speriamo e così sia.

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