L’in principio – Novena in preparazione alla festa della Madonna della Bruna – Matera, 23 giugno 2014

Madonna della BrunaEccellenze Reverendissime, carissimi confratelli, autorità civili e militari, fratelli e sorelle in Cristo,

ringrazio di cuore don Vincenzo per aver pensato a me come accompagnatore in questi giorni di preparazione alla festa della vostra celeste Patrona, la Madonna della Bruna. Non ho dalla mia chissà quale competenza se non la familiarità propria di chi è cresciuto all’ombra della casa di Maria in quella che è ora la comunità di cui sono parroco, Tramutola, il paese che diede i natali a un grande cantore della Vergine, Mons. Anselmo Filippo Pecci, vostro Pastore per 36 anni. Non sono qui a insegnarvi qualcosa: sono qui soltanto per condividere la mia esperienza di fede e arricchirmi della vostra.

Vorrei insieme con voi in queste sere provare a compiere un breve percorso di fede che metta a tema il senso del nostro essere credenti: la vita di ognuno di noi ha senso solo se vissuta come un progressivo recuperare la somiglianza perduta rispetto all’immagine pensata dal Padre mentre ci creava. Già: creati a immagine e somiglianza di Dio, nel corso del tempo mentre l’immagine permane perché possiamo essere peccatori ma figli, violenti ma figli, idolatri ma figli, la somiglianza, invece, è a rischio di essere smarrita.

Tale itinerario non è alla cieca: ci è stata donata dalla misericordia stessa di Dio una compagna di cammino, Maria, “il volto che a Cristo più somiglia”, come dice Dante nel Paradiso. Di solito, si dice che il figlio somiglia alla madre (in queste sere cercheremo di capire che cosa l’uomo Gesù avrà appreso da sua madre), nel caso di Maria, però, possiamo ben dire che la Madre ha finito per somigliare al Figlio, tanto da diventare “il volto che a Cristo più somiglia”.

60 fa Matera veniva proclamata “Città di Maria”, dove il “di” credo stia a significare tanto che Maria appartiene a Matera quanto che Matera appartiene a Maria. Certo, è mutato il contesto storico/ecclesiale rispetto a 60 anni fa, per questo è necessario riscoprire e tradurre in modo nuovo, forse, questa reciproca appartenenza. Che Maria appartenga a Matera è un dato incontrovertibile: i doni di Dio, infatti, sono irrevocabili (Rm 11,29). Matera, però, vuole ancora appartenere a Maria? Se siamo qui stasera posso già intuire la risposta. Ma come vuole appartenerle?

I nostri Vescovi, nel documento “Educare alla vita buona del vangelo” n. 56, scrivono che  “Maria, donna esemplare”, è colei che “porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la propria identità, gli affetti del cuore, gli atteggiamenti e i gesti che Dio attende da lei” (Educare alla vita buona del vangelo, n. 56).

Quando Margherita Maria Alacoque entrò in monastero chiese alla maestra delle novizie un metodo di orazione. Questa le propose così: “Mettiti come tela bianca di pittore di fronte al Divino Artista e lascia che lui dipinga”.

Stasera vogliamo sostare dinanzi a questo specchio che è Maria per lasciare che Dio dipinga in noi il suo volto. Guardare allo specchio che è Maria vuol dire apprendere, anzitutto, qualcosa del volto del Dio che a lei si rivela. Com’è e chi è il Dio che bussa alla casa di Maria?

È un Dio che va oltre ogni umana aspettativa: non comunica il suo messaggio dall’alto della sua natura divina con gesti soprannaturali ma sceglie di assumere e fare suo tutto l’umano. Già questo è per noi motivo per riconsiderare tanti nostri atteggiamenti quando siamo tentati di estraniare se non addirittura cancellare tanti aspetti della nostra umanità. No: attraverso Maria Dio fa suo tutto l’umano. Viene concepito nel grembo di una madre, cresce ed è educato in una famiglia, sente e prova ciò che sente ciascuno (il dolore, la gioia, la fame, la stanchezza, la solitudine, la tentazione, persino la paura, è vittima del sopruso, subisce il tradimento, la condanna ingiusta, la passione e la stessa morte dell’uomo). Tutto l’umano.

Il Dio che bussa alla casa di Maria è il Dio il cui amore non ha metro, dal momento che un cuore che ama non misura i suoi sentimenti; non ha bilancia, dal momento che non pesa gesti e parole e tantomeno li fa pesare; non ha orologio, dal momento che non conosce tregua e non vive part-time.

Contrariamente a quanto abbiamo sempre creduto, all’inizio, nell’in principio della nostra storia non c’è anzitutto un’esperienza di caducità, di male ma  l’esperienza di un amore gratuito. In principio, c’è un’esperienza di tenerezza e di cura da parte di Dio per l’uomo. Non anzitutto un peccato originale ma una grazia originale. Io voluto da Dio: ciascuno di noi è nato amato. Se così non fosse quali probabilità avrei avuto io che sono l’ultimo di sei figli? “Prima di formarti nel grembo materno io ti conoscevo, ti ho chiamato per nome”, così ci ha appena annunciato il profeta Geremia. C’è un prima: c’è una misericordia che precede ogni nostra risposta e permane oltre ogni nostra risposta. È qui che nasce la fede, ma forse lo abbiamo presto dimenticato. Tu voluto, benedetto, amato prima dei secoli.

Penso ai dieci comandamenti da noi trasmessi ai ragazzi: abbiamo omesso l’incipit che è l’aspetto più importante: “Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile”. Non può nascere la fede, come d’altronde non può nascere una vocazione, là dove non c’è la consapevolezza di un amore che mi ha preceduto e non può scaturire una vita morale senza un’esperienza di grazia. Tutto diventa un volontarismo fine a se stesso che alla prima occasione semina morti.

La mia fede non nasce dalla dottrina appresa in un’aula di catechismo ma dall’essere stato iniziato a leggere il passaggio di Dio nella mia vicenda personale. Dio è sempre il Dio di qualcuno: di Abramo, di isacco, di Maria, di Antonio, del mio parroco, dei miei genitori, dei miei catechisti. Ma quale Dio abbiamo fatto conoscere? Forse è per una mancanza di questa iniziazione che non pochi ragazzi e giovani abbandonano ben presto le nostre comunità, per non aver respirato la grazia di una memoria viva.

La benedizione dell’uomo, della donna, della terra viene prima di ogni vincolo etnico e di ogni esperienza etica. E permane nonostante la ferita prodotta all’interno della relazione con Dio dall’incredulità dell’uomo e della donna. Un’alleanza che rimane indefettibile, sempre offerta all’uomo, ad ogni uomo.

Se l’equilibrio della relazione con Dio si è rotto, esso non è infranto per sempre. Dio rivela chi è, non è alla stregua di un uomo: egli è paziente ricostruttore di alleanze e ristabilizzatore di comunione. Dio non è nel segno di una maledizione ma di una amicizia offerta nuovamente: si può ricominciare. E si ricomincia. Non cambia mai il suo sguardo su di noi, anche se dovesse cambiare il nostro su di lui: questo è vangelo, questa è davvero una notizia che rallegra il cuore. A riprova di questo, guarda caso, è proprio in un simile contesto drammatico che Dio chiamerà la donna Eva, perché – è scritto – essa fu la madre di tutti i viventi. Non un nome di morte, come ci saremmo aspettati, ma di vita.

Maria, infatti, è lì a ricordare la primigenia intenzione di Dio: quella di potersi interessare liberamente degli esseri umani e del loro mondo. Questa è la sua volontà: prendersi cura degli umani. Sulla scia di Maria questo è chiamato a rammentare la comunità cristiana ad ogni generazione di umani: il debito di uno sguardo di benedizione.

Maria è in qualche modo la lettera su cui Dio ha scritto non quello che non siamo e neppure quello che non potremo mai diventare: ella è la lettera su cui è scritto ciò che possiamo essere, se lo vogliamo. Quando io ero “nessuno” Dio mi ha raccolto e quando addirittura ero “nulla” Dio mi ha creato.

Di che cosa è segno Maria e perché noi la invochiamo proprio mentre ci sentiamo mettere alle strette? Essa è segno di un Dio che non si rassegna mai alla piega che la storia può prendere mentre l’umanità, deliberatamente, sceglie di allontanarsi da lui.

La storia di ogni uomo sulla terra potrebbe essere letta come la vicenda di un Dio che per amore si consegna all’uomo e di un uomo che spesso gli volta le spalle allontanandosi e nascondendosi a lui. Tuttavia, le viscere di misericordia che fremono nel cuore di Dio non si rassegnano a un simile corso delle cose e per questo Dio usa gesti di tenerezza che attestano quanto il suo amore sia più forte di ogni rifiuto.

Proprio in un momento in cui tutto lasciava pensare che Dio avesse distolto il suo sguardo dall’umanità, la storia assume un nuovo corso i cui benefici hanno raggiunto tutti noi grazie alla disponibilità di una ragazza di Nazaret. Proprio lei infatti, è espressione di un amore sorprendente e sovrabbondante, è garanzia che la storia può avere ancora un futuro; proprio lei è il segno che là dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr. Rm 5,20) e perciò non c’è simmetria diretta tra delitto e castigo.

Maria ci ricorda che nulla può far desistere Dio dal suo progetto originario sull’umanità, neppure la risposta negativa da parte dell’uomo al suo amore gratuito. La più grande smentita non diventa mai motivo perché venga meno la sua fiducia nell’uomo e nella sua capacità di compiere il bene.

E, tuttavia, Maria ci ricorda ancora che, se è vero che Dio è disposto a prendere su di sé tutto il male dell’uomo, è altrettanto vero che egli non può rispondere al posto dell’uomo: “Qui te creavit sine te, non te salvabit sine te”.

Ma dove e come è possibile rispondere a questo Dio? Solo in un clima rarefatto come quello di un tempio e in un momento di preghiera? Solo in una circostanza straordinaria com’è la festa che stiamo celebrando? La vicenda di Maria ci ricorda, invece, che Dio entra nella realtà concreta di un progetto matrimoniale, vale a dire di un amore umano, e lo trasforma in esperienza di rivelazione. Dio entra in una casa che sa di cucina e di fatica e la fa diventare spazio in cui egli si manifesta come colui che sceglie di abitare l’umano facendolo suo. Tutta la storia è il luogo della presenza di Dio e ogni circostanza è il momento in cui dargli una risposta. Non ci è chiesto di mandare all’aria i nostri progetti ma di realizzarli alla luce dell’iniziativa di Dio.

Dove sei? Ricorda l’antico dialogo.  Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola, ricorda il nuovo dialogo.

“Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4,15).

Così speriamo per noi e così sia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.