Lo stile educativo di Maria – Madonna nella barca – Tramutola 31 maggio 2014

9Al termine di questo giorno in cui la Chiesa ha fatto memoria della premura generosa di Maria verso la cugina Elisabetta e mentre muoviamo i nostri passi nel giorno in cui celebriamo l’Ascensione del Signore, ci ritroviamo per il nostro tradizionale appuntamento con la “Madonna nella barca”.

Chi è Maria? “Maria, donna esemplare, porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la propria identità, gli affetti del cuore, gli atteggiamenti e i gesti che Dio attende da lei” (Educare alla vita buona del vangelo, n. 56).

Stasera vogliamo sostare dinanzi a questo specchio per apprendere, anzitutto, qualcosa del volto del Dio che a lei si rivela. Com’è e chi è il Dio che bussa alla casa di Maria? È un Dio che va oltre ogni umana aspettativa: non comunica il suo messaggio dall’alto della sua natura divina con gesti soprannaturali ma sceglie di assumere e fare suo tutto l’umano. Già questo è per noi motivo per riconsiderare tanti nostri atteggiamenti quando siamo tentati di estraniare se non addirittura cancellare tanti aspetti della nostra umanità. No: attraverso Maria Dio fa suo tutto l’umano. Viene concepito nel grembo di una madre, cresce ed è educato in una famiglia, sente e prova ciò che sente ciascuno (il dolore, la gioia, la fame, la stanchezza, la solitudine, la tentazione, persino la paura, è vittima del sopruso, subisce il tradimento, la condanna ingiusta, la passione e la stessa morte dell’uomo). Tutto l’umano.

Il Dio che bussa alla casa di Maria è il Dio il cui amore non ha metro, dal momento che un cuore che ama non misura i suoi sentimenti; non ha bilancia, dal momento che non pesa gesti e parole e tantomeno li fa pesare; non ha orologio, dal momento che non conosce tregua e non vive part-time.

Sostando dinanzi allo specchio che è Maria, apprendiamo i gesti che Dio attende da noi se è vero che è alla sua scuola materna che Dio ha affidato lo stesso suo Figlio.

Che cosa ha imparato il Figlio di Dio alla sua scuola? Forse dimentichiamo troppo spesso che Gesù è rimasto a quella scuola per ben tre decenni, dedicando solo gli ultimi mesi della sua esistenza terrena all’annuncio del vangelo. Davvero strano questo sbilanciamento.

Alla scuola di Maria ha appreso l’arte di incontrarsi concretamente con i poveri, con gli ammalati, con i lebbrosi, con chi portava sulla sua pelle il segno di una esclusione.

Da lei ha appreso il modo in cui ci si avvicina a chi ha bisogno di aiuto; dalle sue materne abitudine ha imparato l’arte del servire. Se il vangelo può annotare che egli cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini lo si deve al modo di essere e di operare a livello educativo di sua madre.

Da lei ha pure appreso la capacità di ritrovarsi in un clima di fraternità e di amicizia. E se, abbastanza frequentemente amerà ritrovarsi in solitudine e in preghiera e comunque a custodire con assiduità il dialogo con il Padre suo che talvolta conoscerà tanto gli accenti della gioia e della gratitudine come quelli della fatica e della lotta, da chi lo avrà appreso se non da lei?

Questo doveva essere lo stile educativo della casa di Nazaret: un luogo che mentre privilegia l’ascolto assiduo della Parola di Dio non cessa di prestare ascolto alle parole dell’uomo. In un clima come il nostro in cui l’emergenza educativa – sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista religioso – è una vera e propria sfida, abbiamo bisogno di guardare al modello di Nazaret, dove il Figlio di Dio fa sua la ferialità, la compagnia di vita e di linguaggio, di sentimenti e di esperienze. Proprio ieri, ero fuori parrocchia per le confessioni. Una mamma mi consegnava come suo peccato la facilità di arrabbiarsi e di non sapersi più controllare nel linguaggio verso i figli piccoli usando verso di loro addirittura parole di maledizione. Mi sono permesso di dirle: “Si rende conto di quale danno questo può fare nel cuore e nella mente di un bambino?”. La casa di Maria è uno dei luoghi da frequentare con più assiduità per fare nostro il suo modo di essere e il suo stile di vita.

Se il Signore nell’ultimo periodo della sua vita ha potuto insegnare con autorità usando parole che salvano e non già parole da cui salvarsi (come talvolta possono essere le nostre), è perché ha accettato di stare lungamente alla scuola del fare.

Se è vero che Dio per raggiungerci ha fatto sua la via dell’umano, è altrettanto vero che per andare a lui è necessario umanizzare tutto il nostro vivere quotidiano. La sua incarnazione è ciò che esige la nostra incarnazione: non basta essere generati alla luce. È necessario scegliere lo stile attraverso cui esprimere il nostro essere uomini e donne. Sta a noi scegliere se entrare o meno nel gioco dell’amore che non conosce sconti né riserve né remore né parentesi.

A Dio si va con la nostra disponibilità a mettere in discussione il nostro stile di vita. L’amabilità del carattere, la delicatezza dei tratti, la capacità di rispetto verso tutti, la disponibilità all’accoglienza, il valore dato ai gesti di fraternità e di amicizia, la sincerità nelle relazioni, il linguaggio educato, la consapevolezza dei propri limiti, la capacità di guardare con speranza, una certa capacità di equilibrio, uno stile sobrio, il senso del proprio dovere, sono tutti aspetti che esprimono quanto, poco alla volta, ci stiamo lasciando toccare da ciò che lo Spirito Santo compie in noi mentre di giorno in giorno va plasmando, non senza il nostro personale apporto, l’immagine dell’uomo nuovo.

Perché state a guardare il cielo? Non è il caso di cercare o attendere segni straordinari. Occorre guardare la terra. È l’attenzione all’umano che decide il nostro futuro. È la fedeltà alla “via comune” (come ripeteva santa Teresa di Gesù Bambino) che apre la via al cielo.

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