Tirarsi indietro? – Sabato III settimana di Pasqua

signore da chi andremo2Siamo stati presi per mano e accompagnati da Gesù verso lo svelamento del suo mistero d’amore attraverso la sua carne umana. Egli ha la pretesa di diventare cibo per tutti coloro che cercano salvezza, pienezza di umanità. Ma per i discepoli come per noi non è pensabile che Dio sia così vicino e addirittura dentro la storia dell’umanità, da diventarne nutrimento per una vita piena; non è pensabile che quella Parola che è venuta ad abitare in mezzo a noi possa diventare dentro di noi pane mangiato per estinguere la fame che ciascuno di noi porta con sé.
La prossimità di Dio spaventa molti, anche tra i credenti: è meglio tenerselo a debita distanza, sia per poterlo usare a proprio piacimento, sia per poterlo accusare di disinteresse e lontananza nei momenti critici dell’esperienza quotidiana.
Gesù capisce bene il travaglio dei suoi fratelli, che per certi versi si sentono affascinati dalle sue parole, e tuttavia hanno voglia di essere lasciati in pace.
Ma Gesù non ridimensiona il suo linguaggio e non permette che le sue parole siano lette nel segno della metafora. Egli si fa solidale con la sorte del popolo a cui appartiene. E’ necessario che egli sia mangiato dalla fame di quella folla che non desiste dalla ricerca di un cibo che sazi per la vita eterna.
Ogni individuo porta dentro di sé il desiderio recondito (mito di Prometeo) di poter mangiare Dio per realizzare il sogno dell’immortalità e di una vita piena. A questo desiderio Gesù risponde facendosi cibo su una mensa a cui tutti possono accedere. È questo il significato dell’Eucaristia che celebriamo: lo scambio tra la ricchezza di Dio che si è fatto carne e la povertà dell’uomo.
Qui, però, sta anche il senso della nostra esistenza: attraverso quel cibo offerto gratuitamente, segno di una vita vissuta a disposizione degli altri, Gesù indica che la preziosità della nostra vita sta nel lasciarsi mangiare. Lasciarsi mangiare dalla fame di amore, di amicizia, di umanità, di giustizia, di pace che avvertiamo attorno a noi. Questo è il segno concreto di una fede che non si ferma a contemplare misteri astratti e verità lontane, ma accetta di collaborare efficacemente alla costruzione di una fraternità che diventi il luogo tangibile in cui è possibile incontrare Dio.
L’ottica di Cristo è completamente differente, e la fede da lui proposta non si misura su livelli di bravura o di devozione. Si basa invece sull’orientamento: si tratta di volgere gli occhi verso di lui, di aprire le orecchie ai messaggi che il Padre profonde in abbondanza attraverso lo Spirito. Una fede alla portata di tutti, perché a qualunque punto del cammino, a qualsiasi livello di conoscenze o di maturità ci si trovi, è sempre possibile orientare lo sguardo verso l’orizzonte, anziché lasciarlo vagare nell’artificioso o nell’inutile.
“Questo linguaggio è duro!”.
Per i discepoli la fede avrebbe dovuto essere chiarezza di cammino, certezza di risultati, promessa di vittorie. Non appartiene alla loro esperienza che la fede sia un vedere e non vedere, un trovare e poi perdere e poi ritrovare; un vedere Dio ma di spalle, quando è già passato; un riconoscere il Signore che subito scompare; un instancabile ricercare; un’inquietudine del cuore.
Ci sono tanti credenti soddisfatti, nei quali è assente il dubbio, la domanda, nei quali vive l’arroganza di una verità concepita come un ammasso di dottrine. Ma il luogo privilegiato nel quale Dio ama svelarsi non è la certezza che abita il nostro cuore ma l’inquietudine e la domanda che lo attraversano. Questi luoghi sono i custodi gelosi della fedeltà di Dio, quei luoghi dove è normale porre domande, coltivare interrogazioni, testimoniare un Dio che non è qui, ma è anche oltre e altrove.
“Forse anche voi volete andarvene? Signore da chi andremo!”

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