Il pane che libera – Esequie Domenico Paradiso

pane spezzatoIl Salmo responsoriale ci ha prestato le parole giuste per vivere questo momento: “Alle tue mani, Signore, affido alla mia vita”. La vita, la nostra vita, è un continuo scegliere a chi affidarsi. Ora, nella forma più totale e più vera, siamo qui a consegnare la vita di Domenico alle mani del Signore. La malattia a cui Domenico è stato sottoposto, forse talvolta, avrà fatto pensare che quelle mani del Signore lo avessero abbandonato. Sappiamo, invece, che nulla può strapparci da quelle mani, né la malattia né la morte. Eppure non è facile vivere affidandosi, come ci attesta la pagina del vangelo.

Gesù era stato come rincorso da quella folla che finalmente aveva trovato chi potesse provvedere a saziare la sua fame di cibo. Come darle torto, d’altronde? Aveva trovato chi con cinque pani e due pesci era in grado di provvedere a cinquemila uomini, quale migliore occasione?Sarebbe stata pronta volentieri a consegnargli la propria sottomissione: tanto è vero che lo avrebbe voluto suo re. Per quanto li si patisca, dà sempre sicurezza vivere all’ombra di un faraone che ti assicuri il necessario, anche se sfamandoti ti mette a tacere.

Fatica ad emanciparsi quella folla: non ha capito affatto che il pane condiviso da Gesù non è pane di assoggettamento ma è appello alla libertà, invito a vivere nella fiducia e non nell’approvvigionamento. Rischiosa quanto mai la libertà perché il cammino che ad essa conduce non ha nessuna garanzia. Tanto è vero che volentieri, quella folla avrebbe instaurato un rapporto di dipendenza con il rabbi di Galilea.

La folla che va in cerca di Gesù non riesce ad alzarsi da una prospettiva di immediatezza per cogliere che cosa c’era realmente dietro il dono di quel pane e quel pesce condiviso. Il criterio di una vita non può essere il piano della soddisfazione di un bisogno. È necessario andare oltre, permettere che i segni parlino. Davvero non è possibile vivere soltanto di pane. Si diventa saturi e privi di senso se quel pane non diventa parola.

Gesù, tuttavia, non cavalca una simile dinamica. Non gli importa la sua personale affermazione o il suo riconoscimento: gli sta a cuore la sorte di quella gente. Nessuna demagogia nei suoi gesti e nelle sue parole. Per prima cosa chiede a quella gente di dare un nome alle motivazioni reali della loro ricerca, quali sono le profonde intenzioni del cuore. Se a muoverli è stata un’attesa pur legittima, questa non è sufficiente.  Vuole che essa non sia anonima, non stia nella vita da rassegnata ma finalmente capace di intraprendere percorsi veri di liberazione smascherando quei nuovi dei che promettono pane per poter finalmente esercitare potere su altri. Si tratta di nuovi dei che continuamente dispensano opere di potenza come la folla avrebbe preteso dallo stesso Gesù.

A quella folla Gesù rivela che non è il pane della dipendenza a procurarle la vita. E noi oggi qui a discernere quali nuove forme di dipendenza finiscono per prostrarci e spegnerci, sacrificando un enorme potenziale di dignità e di creatività.

A quella folla Gesù aveva indicato la strada della condivisione, del non trattenere nulla per sé. E oggi si spinge più oltre: sono io il pane di vita. Lui si fa pane per la fame di un popolo. E l’invito è non a dare qualcosa di sé ma a dare se stessi. Invito a sottrarsi alla categoria della dipendenza per entrare nella logica del dono reciproco.

Pane di vita per altri: solo questo fa gustare già qualcosa del regno che Gesù è venuto a inaugurare. Questo è uno stile eucaristico di vita: certo, segno piccolo, fragile, povero. Sulla linea del vangelo. Segno non scontato. E, infatti, risuona puntuale l’invito a credere. Credere che Dio abbia scelto il segno Gesù per manifestarsi.  Credere che qualcosa possa cambiare nella misura in cui qualcuno inizia a decentrarsi, proprio secondo lo stile del maestro.

Ma la folla non si smuove: ai passi fisici compiuti per cercare Gesù non corrisponde la disponibilità a misurarsi con quel modo scelto da Dio di manifestarsi. E la ricerca si fa pretesa. Pretesa di opere: torni a fornire il pane, se davvero è il Messia. Proprio non riesce a venir fuori dal suo modo di vedere le cose.

E, tuttavia, a questa folla come ancora a noi Gesù non cessa di consegnare se stesso come segno. Il segno che la gente pretende, Gesù l’aveva già dato ma non l’aveva riconosciuto.

Torna così per noi l’invito a passare dal cercare i segni a riconoscere i segni, dal vedere al credere. Processo mai compiuto definitivamente.

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