Resta con noi – III domenica di Pasqua

emmaus2Mentre il sole declina all’orizzonte, una fitta tenebra avvolge il cuore di due discepoli. Il volto triste dei due di Emmaus ha una sua ragione: la figura di Gesù è motivo di amara delusione perché tanto era stato l’investimento sulla sua persona. Non riescono a fare altro se non discorrere e discutere: corrono qua e là (è questo il senso del verbo discorrere) ricordando emozioni, avvenimenti, persone e staccano scuotendo (è questo il senso del verbo discutere), cioè strappano conclusioni. Mentre evocano l’accaduto, giungono alla conclusione che tutto è stato vano.

Ma è proprio vero che è Gesù il motivo di quella delusione? Essa non dipende piuttosto da una distanza e, quindi, da una incomprensione ospitata dal cuore dei due discepoli? Avevano nutrito false speranze, erano stati vittima di fraintendimenti che non avevano consentito di leggere a fondo la vicenda di Gesù. Quanti attaccamenti cui non si intende rinunciare e che alla fine diventano fuorvianti! Erano convinti di conoscere Gesù volendo determinare da sé la piega che le cose avrebbero dovuto prendere. Non c’è cosa peggiore che lasciarsi guidare da attaccamenti religiosi diventati ideologia!

Gesù in persona si mette al loro passo, ma pur condividendone la strada, essi, in realtà, sono irraggiungibili, abbarbicati come sono alle loro congetture. Tutta da scrutare questa pedagogia di Gesù il quale anzitutto inizia ad ascoltare, senza voler chiarire subito, precisare, spiegare. Egli favorisce il raccontare, sa domandare e sa tacere, non giudica ma, piuttosto, valorizza ogni frammento da essi restituito. Come è triste vivere nella solitudine di storie che non si parlano quando non si riesce più a raccontare a qualcuno qualcosa di sé! La risurrezione è anzitutto imparare a ritenere degna di valore e perciò di narrazione ogni storia, ogni delusione, ogni amarezza.

Il racconto dei due di Emmaus, tuttavia, mentre riporta l’esattezza degli avvenimenti non è in grado di coglierne il centro. Un racconto puntiglioso ma sterile, come tante nostre disamine: una cronaca incapace di lettura sapienziale, e questo a tutti i livelli.

Non c’è nulla di errato nel loro dire, ma non riescono a comprendere la portata e il senso di quello che dicono. E Gesù, infatti, non tarderà a farglielo notare: i loro sono discorsi da insipienti, senza ragione, e da brachicardici, da persone che hanno un battito lento del cuore. I discorsi di chi ha un cuore che non tiene il passo della vita. La sofferenza, talvolta, non ci fa comprendere più nulla o perché rinunciamo a capire o perché pensiamo di risolvere il problema ignorandolo. Altre volte rallenta la voglia di vivere facendoci preferire la retromarcia.

Lasciarsi raggiungere dal Risorto vuol dire anzitutto lasciarsi purificare il linguaggio che equivale a lasciarsi purificare il cuore (se è vero che la bocca parla dall’abbondanza del cuore): quante parole vuote, senza senso, dette da chi faticando a sostenere il silenzio, di fatto non comunica nulla. Quando patiamo la distanza che in alcune circostanze ci separa da chi abbiamo di fronte, ci si affida a parole di circostanza per non voler star male (pensiamo all’ascensore o al trovarci accanto a un malato). In quei frangenti sentiamo che il dire quello che proviamo realmente sarebbe impegnativo, ma lo sarebbe altrettanto il silenzio. E così il tempo è riempito di suoni vuoti.

I due di Emmaus erano incapaci di lasciarsi nutrire da parole passate al vaglio dell’esistenza e delle sue crisi. Avevano bisogno di riascoltare le parole di quella storia in cui Dio stesso si era impegnato con le sue parole perché la comunione con lui non venisse mai meno. E a quelle parole che Gesù affida i due di allora e tutti quanti noi. Le parole che danno gusto alla vita, quelle che accendono desideri, quelle che scaldano il cuore (come essi stessi riconosceranno) sono le parole che hanno resistito alla sfida della prova e della morte, sono parole che portano frutto perché hanno accettato di marcire e inverarsi nel terreno dell’esistenza. Quanto è diverso dire a uno “ti amo” sull’onda di un entusiasmo da quando il nostro amore e le nostre promesse hanno conosciuto il vaglio di una crisi. Come sono le mie parole? Di cosa parlo? Cosa ospito nel mio cuore? Com’è il mio sguardo?

Si diventa cristiani non per un apparato teologico coerente che ci convince, ma per un cuore che comincia a scaldarsi. I figli della Pasqua sono persone dal cuore dilatato.

È grazie a quella parola antica ma vera che nasce la supplica dei due: rimani con noi! Quando senti qualcosa di vero t’accorgi davvero che non t’interessa altro. Cosa c’è in quell’invito a restare? C’è il desiderio di non privarsi di una simile compagnia. Grazie a quelle sue parole avevano visto stemperarsi la tristezza e rafforzarsi la speranza. Chi si lascerebbe sfuggire una simile occasione: rimani con noi! Vorrebbero far sì che quel cammino non conosca fine: qualcosa li ha come catturati anche se ancora non sanno darsi spiegazioni. Quella presenza e quelle parole hanno riacceso ciò che la stanchezza e la delusione avevano mortificato.

C’è un particolare di questa pagina che risuona più forte dentro di me che, fino a quando non ci si apre alla presenza di un altro, non si spezza la spirale perversa di un discorrere che non arriva mai al dunque, di un discutere che approda a conclusioni errate, di un cammino che rischia di imboccare un vicolo cieco. È importante stare nella vita accogliendo la provocazione che l’altro suscita: riapprendere l’uso della parola che talvolta costa molto più che agire. È significativo che il Gesù di quella strada in ritirata sia senza nome e senza volto, proprio perché non poche volte egli assume il volto e il nome di chiunque. A volte l’altro è una persona, un gesto, una parola, una situazione, uno sguardo, un momento di fatica. È accogliendo questa presenza che è possibile uscire dall’esperienza della confusione e dell’inadeguatezza.

La grazia che dobbiamo chiedere in questa Pasqua è proprio il dono di quello sconosciuto che Dio sceglie per aiutarci a decifrare la nostra tristezza, smascherare la stoltezza che intorpidisce la mente, pungolare il cuore perché non sia tardo. E se questo non accade, attendere senza perdere la speranza: infatti, solo a chi cova sotto la cenere una brace può capitare di incontrare il soffio che trasforma quella brace in fuoco.

La fortuna dei due di Emmaus è stata proprio l’essersi lasciati interrogare da uno sconosciuto senza chiudersi a riccio nella loro delusione. Sciocchi ma non così da rifiutare un dialogo; tardi di cuore ma non al punto da rimanere seduti ai bordi della strada.

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