Le notti di Maria

Fuga in egitto1In questo mese di maggio ci ritroviamo alla scuola di Maria, per apprendere cosa significhi lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, soprattutto in quei momenti dell’esistenza che possono essere letti secondo il versante della crisi e dell’affidamento.

Non è stato forse un momento di crisi quello da lei vissuto all’annuncio dell’angelo? Progetti, desideri e speranze condivisi col suo fidanzato Giuseppe, messi in discussione dallo Spirito di Dio che le chiedeva di farsi grembo di un progetto che portava tutti i tratti dell’impossibilità. Nondimeno, Maria ascolta, interroga, cerca di capire e, pur nella difficoltà a riuscire a conciliare impossibilità umana e annuncio di Dio, si affida ospitando un sogno che potrà realizzarsi solo grazie a lei. Maria lo fa lasciando parlare i segni che l’angelo le indica: c’è una grande differenza tra cercare i segni e riconoscere i segni. A volte, infatti, possiamo trascorrere un’intera esistenza alla ricerca di segni mentre siamo incapaci di riconoscere quelli di cui già disponiamo.

Maria intuisce che quando c’è di mezzo Dio la vita è da concepire come un sistema aperto: Dio scombussola e mette in cammino. Quando gli dici di sì, la strada diventa il tuo luogo e il viaggio la tua occupazione. Vivere la vita con spirito di fede è accettare di stare a una perenne scuola di vela, dove appunto la tua vita è la vela e Dio è il vento che la fa andare.

Quante volte la vita scombussola i nostri assetti! Quante volte, a fronte dell’imprevisto e dell’ineludibile, corriamo il rischio di cadere o nella rassegnazione o nel risentimento rabbioso! Questi momenti – ci ricorda Maria – si affrontano provando a cogliere in quegli eventi, quale parola Dio stia pronunciando su noi e sulla nostra vicenda, capaci di ospitare anche ciò che a tutta prima a noi pare inconcepibile. Quanti sogni e progetti Dio ispira e noi li vanifichiamo solo perché ci è chiesto di fare spazio a qualcosa che è oltre le nostre aspettative!

Non è stato ancora un momento di crisi quello che lei e Giuseppe hanno dovuto attraversare quando, per una disposizione imperiale, si ritrovano messi in strada proprio al compiersi dei giorni del parto? Lei che portava in grembo il Figlio dell’Altissimo dovrà partorirlo in un alloggio di fortuna degno solo degli animali perché “non c’era posto per loro” nei luoghi di ritrovo degli umani. Come tenere insieme la promessa di Dio – avrebbe partorito il Santo – e l’umiltà attraverso la quale essa stava per realizzarsi? Sempre così: l’opera di Dio si compie attraverso segni poveri. Questi momenti di crisi – ci ricorda Maria – si attraversano senza mai disprezzare l’irrilevanza o la modestia degli strumenti di cui disponiamo. Anzi, provando a conferire ad essi tutto il rispetto e l’onore perché non ci accada di mancare all’appuntamento fissato da Dio per noi.

Non è stato ancora un momento di crisi quando, a dodici anni, quel Figlio chiederà a lei e a Giuseppe di entrare in una diversa comprensione delle cose e lei e Giuseppe dovranno riconoscere di non sapere e, tuttavia, non ostacoleranno il corso degli eventi? Questo momento fu attraversato mediante la disponibilità a lasciarsi ammaestrare da chi fino a quell’istante era stato oggetto della loro attenzione e della loro premura. Non ci ritroviamo talvolta in un vicolo cieco solo perché non riusciamo a conferire diritto di parola a chi secondo noi non ne ha alcuno?

Non sarà stato un momento di crisi quando, un giorno, lei accompagnerà i suoi parenti i quali erano convinti che Gesù fosse fuori di sé e, a chi gli farà presente che sua madre e i parenti lo stessero cercando, egli risponderà che i veri “suoi” sono altri, sono coloro che compiono la volontà di Dio?

Non fu, inoltre, l’apice della crisi dover riconoscere che Dio non solo parlava attraverso segni poveri ma addirittura con il segno che per eccellenza era quello della maledizione? Come credere ancora che un progetto di salvezza potesse trovare compimento mediante il suo contrario, il fallimento? Maria vive questo momento coniugando un atteggiamento tanto difficile: lo stare. Questo verbo indica anzitutto l’esserci. Là dove tutti credono di poter risolvere la situazione mettendo in salvo la propria pelle con la fuga, Maria rimane.

Chissà quante volte le saranno tornate alla mente le parole pronunciate dal vecchio Simeone il giorno che aveva presentato suo Figlio al tempio: “questo bambino sarà segno di contraddizione e anche a te una spada trafiggerà l’anima!”  Quante trafitture dell’anima, dalla fuga in Egitto al momento in cui quel Figlio uscirà di casa al momento in cui i capi dei Giudei cercheranno di prenderlo e di metterlo a morte! Questo è il Figlio di Dio? Uno condannato a morte? Uno ritenuto pazzo, posseduto da un demonio, accusato di bestemmia?

È possibile stare in una esistenza segnata da vicende tanto aspre? Chissà quante domande nel cuore di Maria, domande prive di risposte lucide! Maria non giungerà al Calvario impavida e fiera, con il passo di chi sfida un destino avverso. Arriverà alla croce senz’altro con passo incerto. Il dolore rende fragili, insicuri, smarriti.

Stare sotto la croce significa anzitutto accettare che dentro la fede non ci siano evidenze. La fede, infatti, è la capacità di affidare la propria storia a quel Dio che abbiamo imparato a conoscere come Dio fedele alla parola data.

Se al cuore della nostra fede c’è la croce, allora dobbiamo riconoscere che al cuore della nostra fede c’è qualcosa che fa scandalo, e che essere credenti significa patire questo scandalo.

Nel dolore e forse anche nello smarrimento, Maria ha continuato ad essere nell’attesa e a nutrire speranza, anche nella crisi per eccellenza.

“La forza di stare in certe situazioni, senza fuggire e senza accasciarsi, è data dall’attesa che comunque non cessa, dalla speranza che non viene meno, perché Dio può farci sempre riconoscere un “oltre” che riscatta il presente, un’alba dopo la notte, un “nuovo” che può sempre germogliare”.

Cosa vedeva Maria quel giorno di fronte a sé se non la smentita irreparabile della promessa fatta dall’angelo? Eppure, l’unica a custodire la fede in quei giorni sarà proprio lei, ancora lei, arrivando a credere che quella morte custodiva un elemento di fecondità ancora tutto da scoprire.

Se guardiamo alla nostra fede, misuriamo come essa sia una fede di frammenti, intermittente. Quella di Maria è una fede che rimane sempre. È un percepire, leggere, interpretare tutta la vita alla luce della fede. Non la vita che cerca ogni tanto, qua e là, sicurezze occasionali dalla fede, ma la vita accolta, amata, protesa verso il futuro, dentro l’orizzonte ben più grande e sorprendente offerto dalla fede. Per cui ogni evento è accolto, interpretato, vissuto con lo sguardo della fede, con lo sguardo di chi crede che Dio non verrà meno alla sua promessa.

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