E fu affidamento – Omelia II Domenica di Pasqua

tommasoNon aveva trovato di meglio, Tommaso, che riporre il sogno nel cassetto una volta per tutte. Tutto confermava il fallimento dell’essere andato dietro a un imbonitore. In fondo Tommaso forse più di altri era riuscito a dare sfogo alla sua protesta. Quella sua assenza la sera di Pasqua ne era, probabilmente, il segno più eloquente.

Deluso, avvilito e – perché no? – tradito. Sì, proprio così. Tradito nella fiducia riposta in quel maestro che se solo avesse trovato un altro modo di gestire quella triste vicenda lo avrebbe trovato senz’altro compagno nella sventura. Non aveva detto forse così quella sera il generoso e  sincero Tommaso: andiamo anche noi a morire con lui? Ma le cose erano andate diversamente, come sappiamo. E lui non aveva esitato a dar voce alla sua confusione sofferta quando aveva detto al Maestro: non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via? Sincero e schietto, Tommaso.  E poi quella fine su una croce: il segno più chiaro che è davvero inutile sognare. L’unica cosa sensata era stare alla larga dai sognatori, alla larga dai suoi amici con cui aveva condiviso attese e vigliaccheria.

Quanto altro è celato in quel semplice non era con loro che Gv annota! Non c’era più spazio, oserei dire, non aveva più voglia Tommaso di dare ascolto ad un patetico chiacchiericcio. Passi che la speranza e il sogno siano stati per sempre affissi ad una croce, ma che si dica che un morto è vivo questo proprio no. Non poteva accettare una burla del genere Tommaso. Incredulo perché realista: contra factum non valet argumentum.

Accade anche a noi quando abbiamo patito sulla pelle la smentita di una speranza mal riposta. È saggio non farsi illusioni e ripiegare una volta per tutte al dato di realtà. Come è saggio riconoscere che patiamo scandalo di fronte alle continue smentite della storia e più di una volta vorremmo prendere le distanze da chi ancora si illude che parole di un uomo certo unico come Gesù possano dire qualcosa anche a questa nostra generazione.

Se almeno avessimo il coraggio di ammetterlo e di gridare in qualche modo la nostra protesta come aveva fatto Tommaso, appunto: sarebbe già salvezza. Il guaio, invece, è che ci destabilizza non poco doverlo riconoscere, preferendo così rimanere in una sorta di limbo permanente. E la vita trascorre a traino.

Se avessimo il coraggio di riconoscere e ammettere quando siamo oltraggiati nei desideri più belli forse potremmo arrenderci di fronte al fatto che i segni della sconfitta permangono ma possono essere letti sotto un’altra luce. Tommaso scopre che il Risorto è il Crocifisso. Scopre che non tutto era finito in quella che pure restava una esperienza fallimentare: tanto è vero che i segni delle ferite non erano stati cancellati. Ferite diventate feritoie.

In fondo Tommaso, quella sera, davanti al Maestro che non esita a mostrare le sue piaghe così come egli aveva preteso cos’altro riconosce se non di essere chiamato all’impossibile, all’inatteso e all’insperato, che cioè il male per quanto radicale sia non è mai così profondo come il bene che pure da quel male continua a sprigionarsi? Lo attesta già il solo fatto che Gesù replichi la sua visita per recuperare chi non aveva trovato di meglio che cedere al dissenso e all’abbandono. Quel non dare per perso nessuno è già un segno della vittoria sul male.

E Tommaso lo riconosce: infatti, proprio lui che poneva tante condizioni per credere, si arrende non a ciò che finalmente il suo tatto può esperire. Si abbandona, Tommaso, dinanzi a un Maestro che aveva avuto attenzione e rispetto persino per la sua incredulità.

Mio Signore e mio Dio… E fu affidamento.

Rincuora pensare che la fede non nasce da discorsi convincenti ma là dove riconosci che qualcuno ha ancora attenzione per te. Anche per te. Proprio per te. Chissà se lo capiremo come Chiesa che non nasce nulla dalla chiarezza di una dottrina, molto invece può accadere per il calore di uno sguardo o la verità di un gesto.

Mio Signore e mio Dio… E fu affidamento.

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