Quand’è Pasqua? – Omelia Veglia pasquale 2014

risurrezione1Al termine della Via Crucis, vi avevo esortato a non mancare a questo appuntamento. Per quale ragione? A rileggere la nostra vita, chi più chi meno, registra non pochi motivi per accostarla a una sorta di via crucis in cui una condanna ingiusta (una malattia improvvisa, un abbandono non preventivato, un’ingiustizia subita, una solitudine lacerante) e tante cadute hanno finito, forse, per farci concludere che meglio sarebbe la morte. È vero: sono tante le situazioni in cui sembra che la morte abbia il sopravvento e spetti a lei pronunciare l’ultima parola, dopo la quale non c’è più nulla da fare. Una vera e propria cultura di morte pervade il clima che respiriamo, nell’ambito più quotidiano come in quello più allargato a livello politico-sociale (per citare solo qualche esempio, si pensi alla legge che vorrebbe ammettere l’eutanasia sui bambini e a quella che vorrebbe applicarla anche senza il consenso del malato). Ma se la morte vince, perché allora non anticipare questo evento facendola finita da soli? Che senso ha la vita dell’uomo? Perché legarsi ad una persona se tutto è destinato a finire nel baratro e nulla di noi ha seme di eternità? Perché mettere al mondo dei figli? Tanto vale…

E, invece, no. Non è così. Questa notte ci ricorda che la morte può trattenerci per un momento ma il Signore ci assicura che essa è soltanto il passaggio necessario attraverso cui è dato di accedere a lui proprio come attraverso le doglie del parto abbiamo avuto la grazia di gustare la luce e godere della vita terrena.

Il rischio molto reale è quello di arrendersi alla morte svilendo il senso stesso del nostro essere al mondo. Poiché non siamo attrezzati per far fronte a questo passaggio finiamo per soccombere ancor prima. La mancanza del linguaggio idoneo ci fa concludere che esso è la fine di ogni cosa. Tanta vita cristiana si arresta al Venerdì Santo o, al massimo, al Sabato Santo: si arresta, cioè, all’evidenza dei fatti. Tutto ciò che c’è oltre non è preso per nulla in considerazione solo perché sfugge alla presa della nostra comprensione. Con una certa ragione Nietzsche rimproverava ai cristiani di non essere testimoni di una visione positiva dell’uomo: “I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli!”.

Ora, se è vero che ci portiamo la notte nel cuore e, forse, il nostro dolore fatica a sopportare la luce, è altrettanto vero che l’amore è più grande di ogni dolore. Le donne di cui ci ha narrato il Vangelo fanno appello proprio al loro amore senza lasciarsi impietrire dalla perdita di cui pure sentono viva la mancanza. Abbiamo bisogno di apprendere da loro cosa significhi “fare Pasqua”.

“Quand’è Pasqua quest’anno?” Ci chiediamo non poche volte, non sapendo fare il calcolo esatto del giorno in cui essa cade da un anno all’altro. Trovo molto singolare il fatto che la Pasqua, a differenza del Natale, sia una festa mobile. Mi piace pensare che essa lo sia anche perché non può ridursi nella odierna ricorrenza annuale: essa, infatti, accade ogni istante in cui io accetto di entrare nel mistero di morte e di gloria che la vita riserva a tutti noi.

Una mamma aveva raccomandato al figlio ormai in età adulta di fare Pasqua, ossia di confessarsi per potersi accostare alla comunione almeno in occasione della Pasqua. E aveva aggiunto: “Guarda che non ti fa male, non crolla mica il mondo!”. E lui aveva obbedito.

Ma qui sta il nocciolo della questione: proprio il fatto che a Pasqua crolli un mondo, venga destabilizzato un sistema di pensiero e di vita. “Fare Pasqua”, allora, non è senza conseguenze perché ti scopri ribaltato proprio come la grossa pietra che chiudeva il sepolcro di Gesù.

Facciamo Pasqua non quando abbiamo adempiuto un precetto ma quando abbiamo ritrovato la voglia di ricominciare, di riprendere a camminare.

Facciamo Pasqua quando non smettiamo di credere che le cose possano cambiare e noi ci adoperiamo perché questo avvenga senza attendere soluzioni dall’alto.

Facciamo Pasqua quando non è la tristezza ad avere la meglio su di noi, quando il rimpianto cede il posto allo spirito di iniziativa, quando l’angoscia è vinta dalla speranza, quando la paura è superata dalla fede, quando la commiserazione è vinta dalla condivisione e  al lamento viene sostituito l’impegno personale e responsabile.

Facciamo Pasqua quando abbiamo la forza di vivere la vita nuova dei figli di Dio, quando viviamo conformemente alla vocazione cui siamo chiamati.

Fare Pasqua non è la tassa annuale da pagare per tacitare la coscienza attraverso la celebrazione di un sacramento: fare Pasqua è il massimo verso cui un credente mira, così da non farsi trovare impreparato all’ultimo passaggio, quando, trasformati di gloria in gloria, vedremo Dio così come egli è.

Fare Pasqua è arrivare a dire con e come l’apostolo Paolo: “La mia vita la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Facciamo Pasqua quando sappiamo obbedire ai passaggi di una storia che talvolta mostra il suo lato di incomprensibilità e, a tratti, persino di insopportabilità.

Facciamo Pasqua quando non ripieghiamo rassegnati verso il già noto ma continuiamo a scrutare e camminare lungo i sentieri che Dio va tracciando. Bar 3,13 attesta: ”Se tu avessi camminato nei sentieri di Dio, saresti vissuto sempre in pace”. Chi cammina nei sentieri di Dio non è risparmiato dall’ora della prova, ma grazie all’aiuto che viene da Dio è in grado di trasformare le difficoltà in risorse.

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