L’occhio di Dio sugli avvenimenti – Omelia IV domenica di Quaresima

cieco natoInutile negarlo: abbiamo tutti qualche problema a leggere le cose nella giusta luce. Talvolta, infatti, proprio come accade per la vista fisica, o rischiamo di non accorgerci di ciò che accade sotto i nostri occhi o perdiamo di vista ciò che si profila all’orizzonte perché non riconosciamo i contorni. È la condizione di ogni uomo sulla terra. È accaduto persino ad un uomo come il profeta Samuele il quale, pur avendo una certa dimestichezza con le cose di Dio, si ritrova tentato di leggere la vita secondo la categoria dell’apparenza. È accaduto anche a scribi e farisei i quali, pur convinti di vedere, di fatto negano ciò che accade finendo per preferire le tenebre alla luce. Come se un velo si frapponga tra noi e la vita così come accade davanti a noi.

Nell’approccio al reale, proprio per la nostra incapacità a vedere, non tutte le lenti si equivalgono. Corriamo il rischio di non riconoscere e di non leggere le cose così come sono. Per questo è necessario non perdere il contatto con il Signore, perché è da lui che viene la nostra capacità di vedere.

È interessante in tal senso il diverso modo di leggere le cose da parte dei vari personaggi di cui ci narra il Vangelo.

In prima battuta troviamo coloro che si fermano al fatto ma non riescono a cogliere la portata di ciò che è accaduto. Tutto si esaurisce alla cronaca del prodigio. La novità incuriosisce ma non coinvolge e perciò sono sempre in cerca di cose nuove che non favoriscono nessuna interiorizzazione.

Poi ci sono quelli che, pur lasciandosi interpellare dall’accaduto, di fatto hanno una lettura pregiudiziale condizionata da tutto il loro mondo culturale/religioso. Poiché l’accaduto contraddice il riposo sabbatico (Gesù aveva osato operare una guarigione neppure richiesta, in giorno di sabato), è evidente che una tale guarigione non è viene da Dio. Le proprie convinzioni finiscono per restituire una lettura dei fatti alterata.

Ammettere che ci sono infinite cose che sorpassano la nostra ragione (cfr. Pascal), significherebbe mettere in discussione tanti aspetti di sé. Quale sbocco? Semplice: negare il fatto. Accade sovente che nell’inconciliabilità tra idea ed evento, tra ciò che penso e quello che ho davanti, si preferisca chiudere gli occhi per paura di dover riconoscere qualcosa che non era stato messo in conto. È il caso dei farisei.

Un po’ diverso il caso dei genitori del cieco: poiché non vogliono assumersi la responsabilità di una loro lettura delle cose, scelgono di non prendere posizione. Perché andarsi a impelagare quando si può vivere comunque tranquillamente? “Ha l’età”, ovvero: se la veda lui. Può accadere – e di fatto accade più spesso di quanto si pensa – di non essere in grado di gioire del bene. A ragione il Sal 49,13 ripete: “Ma l’uomo nella prosperità non comprende: è come gli animali che periscono”.

Di fronte al medesimo evento c’è pure chi pretenderebbe una rilettura dello stesso e per questo si invita il cieco a scegliere la stessa versione dei fatti arrivando a riconoscere che Gesù è solo un peccatore. Piuttosto che cedere all’evidenza si preferisce mistificarla consegnando una edizione riveduta e peggiorata di gran lunga.

Per fortuna, in tutto ciò, l’uomo che ha riacquistato la vista, senza perdersi in inutili ragionamenti, consegna una lettura delle cose che attinge al buon senso: “Da che mondo è mondo non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato”. Per quell’uomo è evidente che solo uno che proviene da Dio abbia potuto operare una simile guarigione. E per questo egli è disposto a pagare di persona. Gli antichi dicevano “Amicus Plato, sed magis amica veritas”. L’uomo che ha acquistato la vista non accetta il facile compromesso con i suoi interlocutori che senz’altro lo tutelerebbe: preferisce pagare di persona pur di non tradire la verità delle cose. Guai a piegare la lettura dei fatti a opinioni o ideologie.

Tuttavia, non basta vedere le cose nella loro giusta luce. Al cieco, infatti, Gesù vuole donare un altro tipo di luce, la luce della fede che è “l’occhio di Dio sugli avvenimenti” (Don Mazzolari). Non basta vedere, infatti: è necessario vedere con l’occhio di Dio. È solo l’occhio di Dio che permette di leggere in un corpo di carne come quello di Gesù, il Figlio stesso di Dio:

“- Tu credi nel Figlio dell’uomo?

– E chi è, Signore, perché io creda in lui?

– Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui.

– Io credo, Signore”.

È il paradosso della fede: uomini convinti di vedere diventano incapaci di riconoscere Dio, uno, invece, che è stato non vedente per tutta la vita si apre non solo a riconoscerlo ma anche ad accoglierlo.

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