Il sacramento dell’affabilità – Esequie Michele Caputi

sorrisoAnche Michele, come già Aurelio ieri, se n’è andato nel cuore della notte. Vicini di casa, accomunati dalla malattia, hanno conosciuto sulla loro pelle l’amaro calice della sofferenza che li ha conformati ogni giorno di più alla passione stessa del Signore.

Di Michele, prima ancora che le sue parole, era il sorriso a parlare, quel sorriso che non lo ha mai lasciato, neanche sul letto del dolore e nel momento della sua agonia, quando, chiamandolo, gli si faceva notare ora l’una ora l’altra cosa. Un vero e proprio sacramento quello del sorriso, un’arte tutta da apprendere quella di vivere il proprio momento del distacco in tal modo. Ho ripensato spesso in questi giorni alla poesia “Il valore di un sorriso” e mi piace condividerla qui con voi:

Un sorriso non costa nulla, ma vale molto.

Arricchisce chi lo riceve, senza rendere più povero chi lo dà.

Non dura che un istante, ma il suo ricordo può durare per sempre.

Nessuno è così ricco o potente da poterne fare a meno,

e nessuno è così povero da non poterlo dare.

Un sorriso crea felicità in famiglia, infonde fiducia nel lavoro,

ed è il contrassegno dell’amicizia.

Dona sollievo a chi è stanco, rincuora chi è scoraggiato,

è luce per chi è triste ed è il miglior antidoto naturale per i guai.

Un sorriso non può essere comprato, implorato, preso in prestito o rubato,

perché è qualcosa che non ha alcun valore per nessuno se non è donato.

Alcune persone sono troppo stanche per concedervi un sorriso.

Offritegli il vostro, perché nessuno ha tanto bisogno di un sorriso,

quanto chi non sa più donarlo agli altri.

Michele era una persona a cui non era difficile voler bene: simpatico, allegro, solare, persona d’incontro che metteva subito a proprio agio chiunque incontrasse. Eppure, aveva conosciuto anch’egli i motivi della fatica, quei motivi che lo avevano portato ad emigrare in Argentina, prima, e dopo un tempo in Italia, ancora in Australia. Ma la fatica non aveva mai spento il suo sorriso e la voglia di fare battute. Ricordavo in questi giorni con una persona la battuta che faceva quando noi eravamo piccoli. Sapeva ridere persino dell’emigrazione. Diceva: “Venite in America: lì, i peperoni, crescono già imbottiti”. Un uomo dignitoso, di rispetto.

Nella mia vita di sacerdote conservo tante pagine di incontri preziosi. Quello dell’altra sera, quando sono stato chiamato ad accompagnarlo nel momento della sua agonia  e ad amministrargli l’Unzione degli Infermi, è uno di questi. Quando ha realizzato che ero lì accanto a lui, come raccogliendo le poche forze di cui disponeva ha sussurrato: “Oh, padre Antonio, grazie… grazie!”. Sono momenti che non si improvvisano: hanno un loro retroterra, che credo sia riconoscibile nella volontà di restare umani (compito assai arduo, tentati come siamo di abdicare al mostrarci tali) sempre, comunque, persino di fronte alla morte. E qui l’essere umani non significa la confessione della propria incapacità o impotenza (come quando diciamo: sono umano anch’io); essere umani vuol dire esprimere i tratti di quella benevolenza, affabilità in noi impressi dal Signore stesso quando ci creava a sua immagine e somiglianza. Credo sia il più grande complimento che possa essere di qualcuno: “è una persona umana”. Trovo che quando questo accade, è come se, anche solo per un istante, noi fossimo catapultati al giardino dell’Eden, quando la comunione con Dio e quella con l’altro, non era stata ancora infranta.

È domenica. E oggi l’itinerario quaresimale sollecita tutti noi ad assumere i parametri di un Dio che ridona consistenza a ciò che uno sguardo superficiale vorrebbe relegare al margine. Lo sguardo di Dio rovescia, scardina tutto ciò che noi esaltiamo. Abbiamo tutti bisogno di convertirci al modo di guardare di Dio perché il rischio è di stare a contatto con la vita solo a partire da ciò che cade sotto il nostro sguardo visivo e di sentire come una minaccia tutto quanto è oltre i confini da noi stabiliti. È, forse, la malattia di tutte le persone religiose. È stata la malattia di scribi e farisei i quali, vedendo incrinata la loro posizione privilegiata, finiscono per vedere Gesù come un impedimento, volendo addirittura imprigionare la luce. Ma Dio non si lascia imprigionare nei nostri schemi: per questo, sceglie la debolezza di Davide così da rivestirla della sua potenza, tocca gli occhi di uno che tutti ritenevano “nato nei peccati” e da cui, invece, sorge spontanea la professione della fede e, mi piace pensarlo, ha scelto il sorriso di Michele per infondere serenità e fiducia in quanti hanno incrociato i suoi passi.

Non finiremo mai di comprendere che se vogliamo avere a che fare con Dio dobbiamo raggiungere il “più piccolo lasciato a pascolare il gregge” (come nel caso di Davide), dobbiamo frequentare chi “è stato cacciato fuori” dalla sinagoga (come nel caso del cieco). Dio opera in modo privilegiato oltre i nostri margini sacrali, fuori dalla zona sacrestia. Non c’è luogo religioso, infatti, che sia esente dalla possibilità di essere soltanto grembo di incredulità.

 

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