Affidarsi a Dio – Esequie Aurelio Tavolaro

affidarsiIeri mattina, all’alba, Aurelio ha preso congedo da questa terra. Lunga e pesante la fatica, soprattutto in questo ultimo periodo in cui era costretto a fare uso di un respiratore artificiale. Era un uomo intraprendente, determinato. Quella con Aurelio è una conoscenza che approda a quella infanzia in cui, alla scuola di don Vito, mi ritrovavo a partecipare e cantare a tutti i funerali, quando Aurelio guidava un carro funebre che incuteva timore, nero, con le decorazioni argentate: vivevamo nell’epoca in cui la morte non veniva esorcizzata e imbellettata come siamo usi fare adesso e i distacchi avevano bisogno di una più lunga elaborazione e una diversa manifestazione. La morte era una realtà drammatica con cui bisognava imparare a fare i conti con un certo percorso: non che oggi non sia più tale, ma senz’altro è mutato il nostro approccio.

Chi ha conosciuto Aurelio nel pieno delle sue forze, credo sia rimasto molto stupito, in questi mesi di sofferenza, nel vederlo inerme, bisognoso non solo di appoggiarsi al bastone materiale, ma a dover dipendere dai suoi cari. Ricordo ancora come mi ha tenuto a lungo la mano la sera in cui facendo un giro in ospedale ero passato a salutarlo. Se fossi rimasto ancora più a lungo, l’avrebbe tenuta ancora. Eppure, proprio, questi mesi hanno segnato una grande svolta nella sua vita: ogni volta che era possibile, anche a costo di qualche sacrificio da parte dei suoi, doveva venire in chiesa. E si preparava e attendeva per ore prima che arrivasse il momento tanto desiderato. La “Buona notte Maria” era il suo chiodo fisso. Alle 6 era già pronto. Solo pochi giorni fa, la sera del mio XX anniversario di sacerdozio, era agitato perché non vedeva arrivare Claudio al quale toccava fare la notte accanto a lui. Quando Claudio è arrivato, ha dato le motivazioni del ritardo dicendogli che era stato in chiesa e che gli portava i miei saluti. Questi saluti sono stati come una carezza, tanto è vero che ha sentito il bisogno di dirlo anche a Sonia. A un signore che nella sua stanza tesseva le lodi del parroco di Tramutola, aveva risposto prontamente: “Se vuoi vedere, devi venire in chiesa il sabato sera. Allora capisci. Mezz’ora. E vedessi come si canta!”.

Lo salutiamo di sabato, nel giorno dedicato a Maria. Stasera non sarà più con noi per l’appuntamento solito della Buonanotte. Lo immaginiamo altrove a cantare le lodi della Madre di Dio.

A rischiarare questo momento di dolore è una pagina di vangelo che misura la nostra fatica a sintonizzarci sulla stessa lunghezza d’onda di Gesù. Due uomini a confronto: un fariseo e un pubblicano.

Il fariseo dice il vero: le cose che menziona le compie veramente. Ma non ha compreso che non è con questi strumenti che si ha accesso a Dio. Porta con sé la pretesa di salvarsi da sé, grazie alle sue risorse, alle sue opere, ai suoi risultati, alla sua bravura. La sua religione è diventata soltanto uno specchio di presunzione: “in occasione di giudizio, in esibizione di giustizia, in pretesa di esclusione”.

È fisicamente nel luogo in cui Dio abita, davanti a Lui, ma non ha alcun bisogno di Dio. Con la sua lunga preghiera sembra avere di che istruire Dio. Nel tempio, ma solo per complimentarsi con Dio perché ha un buon servitore come lui. Il paradiso gli sarà dovuto perché Dio è in debito nei suoi confronti. Con il suo atteggiamento il fariseo ha finito per rendere inutile persino Dio.

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