Schola amoris – San Benedetto

san benedettoIn questo giorno in cui ricordiamo il Transito di San Benedetto, la liturgia ci chiede un esercizio di verità: da che cosa ha origine la violenza che si scatena talvolta all’interno delle nostre relazioni?

C’è una condizione che mal sopportiamo: quella di non essere gli unici. La presenza dell’altro, nella vita sociale come in quella ecclesiale, ci ricorda continuamente che sebbene ciascuno di noi sia unico, in realtà non è mai l’unico. La gelosia che proviamo nei confronti di qualcuno che, secondo il nostro modo di vedere, riceve un trattamento diverso rispetto a noi, traduce, di fatto, un difficile rapporto con noi stessi. C’è un disagio che talvolta reprimiamo a lungo e che basta un nulla perché si generi sofferenza e morte.

I fratelli di Giuseppe decidono di eliminarlo proprio quando prendono sempre più coscienza che pur essendo figli dello stesso padre, si è diversamente figli e, quindi, diversamente fratelli. Quando non si riesce a stare a contatto con la propria condizione, fa capolino la violenza, nella convinzione che l’eliminazione fisica dell’altro coincida con l’eliminazione del problema. Ma in realtà, l’esito nefasto è solo una spirale di morte.

La vita monastica è stata sempre vista come una “schola amoris”, come un luogo in cui riapprendere la difficile arte di ritenere l’altro non un impedimento ma un dono attraverso cui conoscere qualcosa di sé e sperimentare qualcosa di Dio. Ma questo è vero per ogni comunità in cui siamo chiamati a imparare l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. In questo senso, la comunità è una vera e propria scuola della tolleranza, dell’accettarci e del comprenderci alla luce del nostro rapporto con Dio e non soltanto delle nostre dinamiche spontanee e naturali.

Dove nasce per noi la possibilità di “accettarci e comprenderci” se non da Gesù Cristo?

La legge di natura vuole che i fratelli siano separati onde contenere le conseguenze di eventuali dissidi che si scatenano a motivo delle lotte per l’eredità, per il diritto di primogenitura e per le invidie e le gelosie.

La relazione secondo il vangelo non nasce sulla scorta di simpatie o di logiche umane. Essa nasce, piuttosto, dall’uccisione e dalla morte di un fratello: Gesù chiamerà i suoi “miei fratelli” solo dopo la sua passione, morte e risurrezione. Non prima.

Come Giuseppe, ritenuto ormai morto, è causa di vita per tutta la sua famiglia, così anche Gesù diventa causa di vita per i suoi fratelli. La fraternità, perciò, non nasce in un contesto idilliaco, ma in uno di ingiustizia vinta da un gesto di riconciliazione.

L’ostilità tra fratelli ha la sua radice nella lotta per la stima e per il riconoscimento di sé: “Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli”. Il diverso modo di rapportarsi, è letto come una vera e propria ingiustizia che noi pensiamo di vincere con l’eliminazione fisica dell’altro.

Ora, se i fratelli vedono Giuseppe come ferita alla loro pienezza e perciò da eliminare, Gesù, l’Unigenito Figlio del Padre, invece di tenere per sé questa ricchezza (l’unicità e l’eredità di figlio unico), ci rinuncia diventando Primogenito di molti altri fratelli.

Anzi, divenuto Primogenito di molti fratelli, giunge persino a rinunziare al suo diritto di primogenitura. Le nostre sono sempre lotte per la primogenitura: siamo continuamente in conflitto per essere sempre più dell’altro. Gesù da Primogenito diventa Ultimogenito.

In che modo Gesù guarisce la radice della ferita del fratello? I fratelli si liberano di Giuseppe credendo di poter ricevere quanto il padre riservava a lui. Gesù sceglie di vivere da fratello senza potere, fratello che perde, fratello sconfitto, fratello dal volto sfigurato che continua a fidarsi e a credere nell’amore del Padre. Per Gesù la strada della pienezza non è quella che ti pone sopra il fratello ma ai suoi piedi.

Il vertice di questo cammino Gesù lo raggiunge nel perdono sulla croce, là dove il fratello si manifesta come colui che ti toglie la vita, l’unica di cui disponi. In quel momento la tentazione di sottrarsi alla relazione è dietro l’angolo. Eppure, neanche sulla croce Gesù si sottrarrà al rapporto con l’altro: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Sotto la croce gli si griderà: “Se sei Figlio di Dio scendi…”. Non è soltanto derisione questa ma proposta di agire secondo l’immagine di Dio che si portano nella mente: un dio potente capace di sfuggire ai limiti della condizione umana. Un invito, il loro, a tornare a rivendicare le sua prerogative di Figlio Unigenito.

La relazione si costruisce a partire da una posizione  di grandezza che si contrae, di forza che protegge e non schiaccia, di debolezza che rischia.

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