Contrarsi – Omelia San Giuseppe (Euc. per i papà)

giuseppe1Uomo giusto, uomo di fede. Così la liturgia consegna a noi una delle figure di santità tanto venerata quanto poco conosciuta a fondo.

Giuseppe porta già inscritto nel suo nome il bisogno di un completamento e di un arricchimento. Il suo nome è il nome della povertà, della mancanza, del bisogno:  Giuseppe, infatti, significa “Dio aggiunga”, quasi a voler esprimere una realtà che solo Dio può colmare. E sappiamo in che modo Dio ha aggiunto e cosa ha aggiunto alla vita di Giuseppe.

Giuseppe è l’uomo che accoglie contraendosi. D’altronde è proprio dell’amore contrarsi per fare spazio, rimpicciolirsi perché l’altro sia. In questi giorni, visitando le vostre famiglie, mi è capitato di entrare in casa di una signora anziana, vedova, la quale mi ha detto: “Padre Antonio benedite prima i miei figli, poi me”. L’amore ritiene sempre l’altro superiore a se stesso. Così Giuseppe: ha accolto la visita di Dio che gli chiedeva di assumere un compito neppure immaginabile; ha accolto una lettura dei fatti che aveva tutti i tratti dell’inverosimile; ha accolto la parola dell’angelo ma in definitiva ha dovuto accogliere la dimensione del limite, ha dovuto dire sì al fatto che l’immenso fosse racchiuso in un grembo umano, ha dovuto accettare che nulla abbiamo di nostro e che tutto riceviamo da Dio. E Giuseppe è divenuto il custode di un Dio che per amore dell’uomo sceglie, egli per primo, di contrarsi.

Il giusto, per la Scrittura, non è anzitutto colui che compie opere rette. Egli è piuttosto colui che accetta di contrarsi, appunto, di mettere da parte il proprio modo di vedere le cose per accogliere una parola altra, quella di Dio, sebbene essa arrivi a sconcertare tutto il proprio mondo. Giuseppe si contrae perché Dio possa aggiungere. Il giusto non è l’uomo del “se” o del “ma”, è piuttosto l’uomo che, pur non immaginando verso dove e verso cosa sia diretto, si fida perché sa che alla radice della sua esistenza c’è una promessa che non viene mai meno. Il non comprendere dell’uomo giusto non si traduce mai con l’atteggiamento di chi abdica tirandosi fuori. Pur non comprendendo, nondimeno è capace di gesti di cura e di custodia fedele. La sua preoccupazione non è un eventuale suo riconoscimento, ma che in tutto si possa essere conformi a ciò che Dio desidera.

La fede di Giuseppe se da una parte si traduce come rinuncia a generare, dall’altra si declina come invito a non smettere di amare. La sua fede si esprime nell’obbedienza pronta propria di chi nel cuore della notte, attraverso l’evanescenza di un sogno, si lascia mettere per strada ignorando i percorsi. Al sentimento della frustrazione che può sorgere di fronte alla perdita di quello che per noi a volte è letto addirittura come un diritto, Giuseppe non risponde risentito ma vive quel momento come occasione di ulteriore dono. Gesù avrà di certo imparato da lui la capacità di non venire meno quando il consenso facile si scioglierà nei giorni della passione.

Giuseppe è poi l’uomo del silenzio, l’uomo del segreto. Chiunque, infatti, è chiamato ad esercitare una paternità, una responsabilità, un compito educativo è costitutivamente chiamato anche ad una esperienza di solitudine. È una vera e propria arte quella di portare il peso della vita non sbandierandolo ma assumendolo nel segreto del proprio cuore. Penso alle tante sofferenze incrociate in questi giorni nella visita alle famiglie, sofferenze portate nel silenzio, non nel clamore. Il silenzio, in questo caso, non è vigliaccheria, ma discrezione: è il modo virile di stare di fronte a ciò che eccede ogni umana comprensione e ogni personale aspettativa. Da dove avrà appreso Gesù quell’invito a saper stare nel segreto, dove solo il Padre riesce a vedere, se non da questo stile proprio di Giuseppe?

C’è una immagine che più di altre sento che siamo chiamati a portare con noi: “Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”. Il nostro risveglio da quali parole è accompagnato? A quali criteri fa riferimento? Sono capace di far parlare la vita e di pagare qualsiasi prezzo pur di restare fedele a quanto il Signore mi ha posto nel cuore?

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