Alla scuola di Nazaret – Omelia S. Famiglia

fuga in egitto 1Ci ritroviamo quest’oggi a vivere come un’eco di quello che abbiamo celebrato nel Natale. Mentre assumeva la nostra condizione di uomini e donne il Figlio di Dio ha avuto bisogno anch’egli dell’esperienza familiare: ha avuto due genitori, ha avuto un paese di origine, ha conosciuto delle tradizioni familiari. Ha avuto bisogno anch’egli di uno spazio gratuito dell’amore. Tutte queste nostre caratteristiche le ha fatte sue anche il Figlio di Dio. Tanto gli rimarranno addosso queste caratteristiche che Gesù sarà conosciuto come nazareno: il paese di origine inciderà sulla sua identificazione persino sulla croce: Gesù Nazareno.

Certo originalissima la famiglia di Gesù, a noi verrebbe da obiettare: lui il Figlio di Dio, sua madre la Tutta Santa, Giuseppe, santo anche lui. E tuttavia quanto mai ordinaria come famiglia: tre persone comuni, con nomi comuni, in un villaggio da cui non poteva venire nulla di buono, confuse tra altri nuclei familiari in un territorio semipagano.

Tanto ordinaria quella famiglia che non le viene risparmiata l’esperienza del dramma e perciò del dolore. Ben presto la vita di quel bambino è minacciata di morte; attorno a lui è strage di innocenti tanto che sarà costretto a fuggire nella notte, conoscere addirittura l’esperienza dell’emigrazione, straniero in terra straniera. E quando potrà finalmente ritornare in patria non è che i problemi diminuiranno. Infatti questo è solo l’inizio. A sua madre d’altronde, mentre presentavano il bambino al tempio, il vecchio Simeone aveva profetato che una spada le avrebbe trapassato l’anima: la spada della calunnia su quel Figlio, quella dell’incomprensione, quella dell’uccisione che, se per adesso è evitata, essa è soltanto rimandata.

La vicenda di quella famiglia di Nazaret richiama non poche vicende delle nostre famiglie: probabilmente diverse le prove o le circostanze ma comunque segnate da dispiaceri, sofferenze, dissapori, sospetti, ristrettezza economica, torti subiti, rancori, fallimento nell’educazione dei figli. Vado con la mente a ciò che Maria e Giuseppe devono aver pensato quando  riporteranno al tempio quel figlio all’età di 12 anni e addirittura lo smarriranno per poi sentirsi rimproverare: non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? Dove abbiamo sbagliato? In che cosa? si saranno chiesti Maria e Giuseppe: Figlio, perché ci hai fatto così?

Ho provato così a domandar loro come han fatto ad affrontare tutte quelle innumerevoli avversità e prove che non hanno risparmiato nemmeno quella che doveva essere la famiglia del Figlio di Dio.

Ed essi ci rispondono: muovendoci insieme. Sempre insieme: non temere di prendere Maria… e Giuseppe prese con sé Maria; poi ancora:  prendi con te il bambino e sua madre ed egli prese il bambino e sua madre. Le prove della vita, ci ripetono Maria e Giuseppe, si affrontano insieme, altrimenti è l’angoscia. È insieme che si ritrova fiducia. Dove avrà appreso Gesù la disponibilità a non perdere nessuno di coloro che il Padre gli aveva affidati se non dal clima che aveva respirato da Maria e Giuseppe? Anche a costo di rimetterci la vita. Giuseppe avrebbe potuto tenersene a parte da una vicenda che lo riguardava ben poco (quel figlio non era suo) eppure… Così Gesù: perché mettere a repentaglio la propria esistenza per chi non lo ha neppure riconosciuto e accolto?

Poi ancora li sentiamo rispondere che non hanno mai perso la certezza che Dio fosse con loro. Hanno provato ad ascoltarne la voce anche quando ciò che veniva chiesto loro aveva i tratti evidenti dell’impossibilità (può una ragazza concepire senza concorso umano?) e quando tutto poteva lasciar pensare che fosse qualcosa di molto evanescente. Che un sogno potesse essere il tramite delle indicazioni di Dio non era affatto scontato. Hanno imparato ad ascoltare i sogni della notte. Sogni da non leggersi come visioni da interpretare, ma manifestazioni di un progetto; voci che non dicono cosa accadrà, ma cosa è opportuno fare: Alzati e prendi con te il bambino…fuggi in Egitto… torna nel tuo paese. Ti viene indicata una direzione. Ma poi tocca a te, come già per Giuseppe, individuare i percorsi, evitare le insidie, prendersi cura della donna e del bambino. Anche tu custode, come il tuo Dio. Hanno imparato che non c’è luce per capire tutto subito, c’è solo tanta luce quanto basta al primo passo. Dove avrà appreso Gesù se non in quella casa la disponibilità a fidarsi del Padre anche quando la paura e l’angoscia sembrano avere la meglio? Da dove le parole: non la mia ma la tua volontà si compia, se non dalle mura della casa di Nazaret.

Li sentiamo ancora rispondere che persino un’esperienza di male quale è quella che si scaglia contro quel figlio non è mai materiale di scarto: Dio sa trarre il bene anche dal male, anche se noi facciamo fatica a comprendere. Anche quando eventi infausti sembrano avere la meglio su di noi, la nostra storia è guardata sempre con sguardo benevolo da parte di Dio. Anche nel pieno di una crisi prestare occhio ai timidi germogli che pure si intravedono e che necessitano di attenzione e cura. Da dove per Gesù la forza di abbandonarsi a un mistero di morte se non da quello che Maria e Giuseppe devono avergli insegnato, che cioè Dio veglia anche sulla morte dell’uomo?

Questo credeva Maria, questo credeva Giuseppe: questo deve aver appreso da loro il Figlio di Dio mentre alla loro scuola cresceva in sapienza, età e grazia.

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