Uno sguardo non pregiudiziale – Omelia festa S. Lucia

A chi posso paragonare questa generazione?

È la domanda che a noi consegna il Signore Gesù in questa memoria di S. Lucia. Al dire di Gesù c’è un male da cui siamo affetti e da cui abbiamo bisogno di essere guariti. Esso consiste in una visione superficiale della realtà che si traduce come incapacità di guardare le cose “attraverso”. C’è una apparenza che inganna e fa da impedimento: guai a lasciarsi guidare solo dalle proprie impressioni! Si rischierebbe quello che è accaduto alla generazione di Gesù che, proprio per la indisponibilità ad andare oltre le apparenze, ha finito per rifiutare tanto Giovanni Battista quanto lo stesso Gesù.

C’è un modo di guardare le cose che sa tanto di capriccio. Cosa vuol dire essere capricciosi se non mettere se stessi al centro del mondo col rischio di restare tremendamente soli? Accade anche a noi adulti di agire proprio alla stregua di bambini viziati a cui non va mai bene nulla, convinti che c’è soddisfazione solo quando qualcuno si rivela all’altezza delle nostre aspettative. C’è il rischio, tutt’altro che remoto, di giocare senza mai metterci in gioco fino in fondo. Infatti, proprio come quando ci si lascia prendere dal capriccio, la nota di fondo è il non sapere ciò di cui si ha veramente bisogno: va bene tutto e non va bene nulla. L’essere concentrati su se stessi finisce, non poche volte, per farci vivere distratti rispetto a ciò che accade attorno a noi: viviamo diversi stati d’animo senza chiederci mai il senso di quello che stiamo vivendo. Tanto concentrati su di noi da essere distratti da noi stessi: paradossale, ma vero.

Qual è l’antidoto a questo meccanismo perverso e fuorviante? Smettere di essere noi lo specchio di noi stessi. Finché questo non accade, Dio potrà visitarci in mille modi ma invano. Se è vero che più volte il vangelo insiste sul diventare piccoli, non ci chiede mai di restare bambini.

Ciò che occorre, invece, è un ascolto profondo e uno sguardo non pregiudiziale. Si può passare la vita a fare paragoni (nel nostro caso tra il Battista e Gesù) senza lasciarsi interpellare né dall’uno né dall’altro. Il passaggio dall’essere bambini capricciosi ad adulti partecipi consiste proprio nello smettere di pensare di aver diritto sempre e comunque a tutta l’attenzione e diventare capaci di entrare in un rapporto da cui ci si lascia interpellare tanto da essere rinnovati interiormente.

A chi paragonerò Lucia?

Credo sia l’altra domanda che il Signore Gesù fa risuonare in questa nostra assemblea.

Di certo può essere paragonata a una piccola che ha saputo porsi al ritmo della visita di Dio, persino quando questo le è stato chiesto di scegliere se tenere in serbo la vita o, per continuare a stare a quel ritmo, perderla.

Lucia ci ricorda che Dio non si presenta mai a noi nell’evidenza di una realtà certa, incontrovertibile. Si manifesta sempre sub contraria specie. Nulla di costringente o invadente. Egli, piuttosto, interpella ciascuno di noi così da poter esercitare la nostra libertà: tocca a me giudicare la realtà. Il problema non è il digiunare o il mangiare, scegliere il Battista o Gesù: il problema è, piuttosto, lasciare il mio comodo posto di giudizio e mettermi in gioco, tanto digiunando quanto mangiando. Questo è ciò che fa la differenza, la mia disponibilità.

Può accadere, proprio come accade ai bambini, che le parole non si accordino con la musica, che la musica non si accordi con i nostri sentimenti reali, che i sentimenti non si accordino con le azioni e che le azioni non siano il frutto di un progetto a lungo respiro. In Lucia, invece, parole e musica erano all’unisono, come pure sentimenti ed azioni che rispondevano all’unico progetto che ha guidato la sua breve esistenza: restare fedele al suo Signore fino alla fine.

Questa parola risuona per noi quasi alla vigilia del Natale proprio perché non ci accada di restare spettatori muti che non riescono a vedere nulla in quel bambino che, pur piccolo, non ha niente di piccino.

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